Intervista a Tomm Moore

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Mauro Gervasini dice che Il buono, il brutto e il cattivo è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Povero pensiero... finisce sempre per sfracellarsi contro il muro dei fatti. (Lev Troskij)»

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Intervista a Tomm Moore


Tomm Moore presenterà il 12 settembre al Toronto International Film Festival il suo terzo lungometraggio, Wolfwalkers. Noi lo abbiamo incontrato in occasione del festival di Annecy, in occasione del quale sono state proiettate in anteprima alcune clip del film.

Folklore irlandese, false prospettive, moltitudine di colori. Bastano questi spunti per riconoscere la filmografia di Tomm Moore, che il 12 settembre presenterà al Toronto International Film Festival il suo terzo lungometraggio, Wolfwalkers, diretto insieme a Ross Stewart. Il festival di Annecy, a giugno, ha regalato uno scorcio del film tramite qualche clip e delle immagini dal backstage: bastano pochissimi minuti per ritornare nello splendido mondo che il regista ha saputo creare con The Secret of Kells (2009) e La canzone del mare (2014). L’ispirazione proviene nuovamente dal folklore irlandese, da una leggenda secondo cui l’anima può lasciare il corpo dormiente sotto forma di lupo. Le due protagoniste sono Robyn e Mebh, due ragazzine all’apparenza molto diverse: la prima viene dalla città, vive con il padre severo, è molto composta e ordinata; Mebh, d’altra parte, è figlia della foresta, disordinata e intraprendente. Il carattere delle due ragazze si riflette sulla composizione dei loro corpi: così, le linee di Robyn sono precise e contornano la sua figura allungata e a tratti spigolosa; Mebh, invece, è arruffata, dinamica e le linee del suo corpo sono grezze e lasciano trasparire la bozza del disegno. All’originalità di questa combinazione dei tratti non mancherà sicuramente la meraviglia, enfatizzata dalla colonna sonora affidata a Bruno Coulais. Aspettando che arrivi in sala (e non vediamo l’ora!), Tomm Moore ci ha parlato del suo modo di fare cinema d’animazione. E non solo.

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Sei regista, produttore, animatore e sceneggiatore: in base alla tua esperienza, qual è il processo lavorativo più arduo e allo stesso tempo gratificante e perché?
Penso che la scrittura della sceneggiatura e l’elaborazione dello storyboard siano i passaggi più complessi ma allo stesso tempo i più gratificanti: nel momento in cui il progetto inizia a prendere forma, puoi già cominciare a vedere quale sarà il risultato finale.

Sei attratto dalla cultura orientale, specialmente quella giapponese: c’è qualche aspetto tematico o visivo in particolare rispetto al cinema dell’Estremo Oriente a cui t’ispiri?
Sono interessato perlopiù al folklore e alla mitologia, ma i lavori dello Studio Ghibli hanno avuto un’enorme influenza su di me e sul mio lavoro. Anche i film di Ozu mi hanno insegnato molto, in particolare nel modo in cui differiscono dal linguaggio tradizionale di Hollywood per definire spazio e tempo. Inoltre, ammiro il modo in cui film come Principessa Mononoke e La storia della principessa splendente riescano a regalare uno sguardo unico all’interno del mondo folkloristico giapponese.

Nei tuoi film gli sfondi hanno questa caratteristica peculiare: ogni inquadratura sembra essere la miniatura di un manoscritto. C’è un motivo particolare dietro a questa scelta? Come sei arrivato a concepire questo stile e quali sono i suggerimenti che dai alla tua crew di animatori per raggiungere tale risultato?
È proprio così: l’ispirazione proviene dalle illustrazioni e, specialmente in The Secret of Kells, dai manoscritti medievali. A ispirare la modalità di pensare allo schermo cinematografico non sono tanto le tecniche del cinema live action, quanto i fumetti insieme al linguaggio e alla composizione dei dipinti. L’obiettivo è comporre ogni inquadratura in modo tale che questa racconti la storia in modo chiaro, univoco: per ottenere questo, non solo ogni narrazione deve avere una sua forma, un suo colore e una sua particolare composizione, ma è necessario seguire anche una specifica ripetizione visiva. Alcuni dei miei registi di riferimento come Wes Anderson e Hayao Miyazaki lavorano seguendo questo principio, dunque è spesso a loro che faccio riferimento quando voglio indirizzare la crew di animatori.

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«L’animazione tradizionale ha un futuro rigoglioso». John Muskers l’ha ripetuto più volte nella sua masterclass al festival di Annecy e questo, effettivamente, sembrerebbe essere il percorso che intendi perseguire: ci sarà occasione, per te, di sperimentare con la CGI o sei fedele alla magia dell’animazione tradizionale (magari sperimenterai con la CGI solo una volta in pensione, come Miyazaki-san)?
Haha - Sarei più che felice di continuare ad esplorare il disegno e il linguaggio visivo del disegno tradizionale per il resto della mia carriera e sono convinto che l’animazione a mano sia un linguaggio a sé stante che permette di raccontare storie in modo unico. Tuttavia, sono ispirato dalla CGI soprattutto nei casi in cui gli artisti sperimentano, evitando di emulare a tutti i costi le texture in modo realistico; mi affascina l’idea di combinare più mezzi, come ad esempio nei film I Lost My Body e Spider-man - Un nuovo universo in cui la CGI e l’animazione tradizionale vengono utilizzati in simbiosi: è di grande ispirazione il modo in cui entrambi i due linguaggi riescano a delineare le proprie, differenti, qualità senza piegarsi l’uno alla forza visiva dell’altro.
Recentemente sono rimasto colpito dalla possibilità di certi software come Blender di integrare le tecniche del disegno a mano all’interno delle proprie funzioni: le opportunità, a questo punto, sono molteplici e davvero entusiasmanti.

La gestualità che accompagna il disegno tradizionale può paragonare l’animatore a un artigiano: ogni tratto che scaturisce dalla matita proviene direttamente dall’anima, senza alcun filtro. Quali sensazioni provi quando abbozzi per la prima volta il tuo film e quando, per la prima volta, lo vedi concluso?
Il trucco è mantenere intatte le sensazioni e le emozioni dal primo momento in cui si lavora al film fino alla fine: sono veramente tanti gli artisti che collaborano all’unisono per arrivare al risultato finale che si vedrà su schermo. Per me l’importante è che ciascuno di loro si senta contemporaneamente un artigiano, un braccio e un cineasta poiché solo quando ciascun frame viene trattato in questo modo lo si riesce a percepire sullo schermo.

Perchè il nome della tua casa di produzione è Cartoon Saloon? Hai avuto difficoltà ad aprire una casa di produzione indipendente?
Paul Young e io le abbiamo dato questo nome per scherzo: mai avremmo pensato che sarebbe stato il lavoro della nostra vita, altrimenti avremmo sicuramente pensato al nome con maggiore impegno! Ma eravamo solo due studenti della scuola d’arte e abbiamo deciso di utilizzare questo nome non solo perché rimava ma anche perché volevamo riportare alla luce l’integrità del termine “cartoon” dato che entrambi ci identificavamo come fumettisti.
È stato incredibilmente difficile dare stabilità alla nostra società: direi che gli alti e bassi che hanno caratterizzato i primi 15 anni di attività sono stati pazzeschi. Fortunatamente ora la situazione è cambiata, grazie anche a una buona lista di lavori e una buona reputazione nel settore. Non c’è più la sensazione di finire in bancarotta da un momento all’altro! Ma credo anche che trovare un equilibrio tra business e arte non sia sempre una cosa facile.

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Molti giovani animatori stimano molto il tuo lavoro: hai qualche aneddoto divertente dei primi anni della tua carriera (e qualche consiglio per la giovane generazione di animatori)?
Tantissimi! Un mio idolo era Richard Williams (direttore dell’animazione di Chi ha incastrato Roger Rabbit, ndr): agli albori della mia carriera, andai ad una delle sue masterclass: lo stimavo davvero molto e lo adoravo come se fosse il mio eroe personale. Quando gli ho mostrato le prime immagini di un progetto su cui stavo lavorando, è stato così modesto da dirmi che se fosse stato più giovane mi avrebbe aiutato! È stato veramente d’ispirazione per me. Qualche tempo dopo ho detto a suo figlio che avevo basato i miei primi business plans sull’idea di suo padre di realizzare spot pubblicitari per poter finanziare i suoi lavori personali. La sua reazione? È scoppiato a ridere, dicendomi che per quanto fosse un grande animatore, d’altra parte era un pessimo businessman: aveva perso il controllo del suo studio e dei suoi progetti perché spendeva troppi soldi perfezionando ogni minimo dettaglio. Direi che è stata un’ottima lezione, imparata in giovane età e non più tardi!
Credo che il miglior consiglio che posso dare alla nuova generazione di animatori sia quello di essere costanti, tenaci e anche un po’ sfacciati: ogni occasione può diventare buona per presentarsi a registi che ammiriamo e chiedere loro qualche consiglio e aiuto. In generale, c’è più probabilità di essere trattati con rispetto quando ci si prende sul serio.

«Keep local but universally interesting», l’hai affermato durante il Q&A online di Annecy. Le tue storie hanno il potere di parlare al mondo nonostante siano ben radicate nella cultura irlandese: come fai ad ottenere questo risultato?
Credo risieda tutto nel trovare la verità intrinseca in ogni storia, a prescindere dalle sue origini. Il motivo per cui una mitologia o un racconto folkloristico sopravvivono è perché al loro interno esiste una verità umana, una lezione o un punto di vista della vita che può risultare interessante. Se non ci fosse, sicuramente la storia non sopravvivrebbe. Per esempio, recentemente ho riscoperto la mitologia greca: non importa quanto siano inverosimili le storie, alla loro base c’è sempre qualcosa che riporta alla luce il vero significato dell’amore, della perdita, della gelosia, dell’essere umani tutt’oggi; qualunque cosa risieda nel cuore di queste storie ci raggiunge, non importa in che luogo o in quale tempo stiamo vivendo. Sicuramente il sapore è diverso, perché i dettagli sono ispirati dalla cultura e dai paesaggi da cui provengono, ma le verità umane sono universali e permangono.

The Secret of Kells, La canzone del mare e Wolfwalkers: in tutti e tre i tuoi film sono i bambini i protagonisti mentre gli adulti sono personaggi secondari. Tua nipote ti ha ispirato nell’elaborazione dei tuoi personaggi? Pensi mai di realizzare un film in cui non ci siano bambini?
Mia nipote è nata mentre stavamo girando Wolfwalkers e sicuramente mi ha riconnesso al mondo fanciullesco ora che mio figlio è cresciuto ed è volato via dal nido. Quando ero più giovane era lui l’unico pubblico che avevo in mente durante la realizzazione dei miei primi due film. Ora che ho concluso questa sorta di trilogia di film ispirati al folklore irlandese, non sono sicuro di quale sarà il mio prossimo progetto quindi, chissà, magari sarà dedicato ai miei nonni!

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La colonna sonora dei tuoi film è raffinata tanto quanto il tuo stile grafico: quali sono i passaggi che segui per trovare il motivo musicale giusto per i tuoi film?
Finora ho sempre lavorato con Bruno Coulais e la band irlandese Kila. Con la musica cominciamo sempre molto presto nel processo produttivo del film: ci troviamo, discutiamo del progetto e in seguito loro provano diverse melodie e demo. Lavoriamo in questo modo durante l’intero sviluppo del film poi, dopo che le ultime sequenze sono complete, registriamo l’orchestra e Kila. Quando si perfezionano gli ultimi dettagli ci rendiamo tutti conto che, anche se abbiamo ascoltato le demo per i mesi e gli anni in cui abbiamo lavorato sul film, le immagini prendono nuovamente vita solo attraverso il lavoro dei musicisti e durante la fase di missaggio.

Com’è stato il primo giorno a Cartoon Saloon dopo il lockdown? C’è stata qualche difficoltà nel lavorare su Wolfwalkers durante la pandemia?
Non siamo ancora ritornati in studio a tempo pieno, sarà un processo graduale. Inoltre credo che, a seguito di questa situazione, l’equilibrio tra il lavoro da casa e quello in studio sia cambiato per sempre. Siamo riusciti ad ultimare Wolfwalkers anche dopo il lockdown registrando da remoto la versione finale della canzone cantata da Aurora Aksnes: lei era in Norvegia, Bruno (Coulais, ndr) in Francia e noi a Kilkenny! Gli artisti hanno lavorato da casa per completare l’animazione finale e devo dire che questo passaggio ha funzionato molto bene: fortunatamente non abbiamo subito grossi ritardi.

Wolfwalkers è ormai ultimato: c’è un momento in particolare durante la realizzazione del film che non dimenticherai mai?
Ci sono davvero tanti momenti magici e indimenticabili: registrare le voci con le due giovani ragazze che interpretano Robyn e Mebh, lavorare con attori del calibro di Sean Bean, ascoltare l’orchestra nella versione finale della colonna sonora! Ma nel bene o nel male il ricordo che rimarrà per sempre impresso nella mia memoria, indelebile, sarà il periodo in cui ho lavorato a casa mentre il mondo sembrava fermarsi a causa della pandemia: in futuro, quando mia nipote mi chiederà che cosa stessi facendo durante il lockdown nel 2020, potrò risponderle: «Stavo cercando di animare alcune scene con degli effetti speciali!»

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