Intervista alla produttrice Stefania Casini - L'altra Valentina

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Mauro Gervasini dice che I dannati e gli eroi è il film da salvare oggi in TV.
Su Rete4 alle ore 16:30.

Dal 1° aprile sbarca su Netflix una delle comedy più stratificate e divertenti degli anni dieci: dal Dan Harmon che poi creerà Rick & Morty, la vicenda di sette outsider diversissimi che stringono amicizia formando un gruppo di studio nella scalcagnata università pubblica di Greendale. Qui vi riproponiamo la recensione della quinta stagione, che ne ripercorre la faticosa e altalenante vicenda produttiva.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

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Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

Un ricordo di Emir Kusturica e di un equivoco lungo un festival e oltre.

La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

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Alice Cucchetti

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Servizio pubblicato su FilmTv 06/2020

Intervista alla produttrice Stefania Casini - L'altra Valentina


Da possibile interprete di Valentina in Baba Yaga a produttrice di Cercando Valentina, il documentario sul mondo a fumetti di Crepax, al cinema dal 12 febbraio 2020.
E non solo ovviamente.
Ospite di Film TV Lab, Stefania Casini ripercorre con noi la sua incredibile carriera.

Eclettica, cangiante, briosa, inossidabile: ecco Stefania Casini, icona “sui generis” dell’erotismo anni 70. Il suo debutto come attrice avviene con Pietro Germi, in Le castagne sono buone, seguono poi Novecento di Bernardo Bertolucci, Suspiria di Dario Argento, Il male di Andy Warhol di Jed Johnson, Ciao maschio di Marco Ferreri, Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway. Da inizio anni 80 è passata dietro la mdp per cimentarsi con la regia e, dal 1998, col marito Giancarlo Soldi, ha dato vita a Bizef produzione, fucina indipendente da cui è nato il loro ultimo docufilm: Cercando Valentina – Il mondo di Guido Crepax. In occasione dell’uscita nelle sale - lungo un tour distributivo che potete consultare sulla pagina Facebook del film - l’abbiamo incontrata per farci illustrare la genesi di questo lavoro, senza trascurare i ricordi di una carriera custodita tra set e palcoscenici.

Come è nato Cercando Valentina?
È stato Giancarlo Soldi a idearlo, grande conoscitore di tutta la parte dedicata alla letteratura disegnata, come la chiamava Umberto Eco, perché ama Crepax fin dai tempi in cui lavorava per Linus. Anch’io adoro Valentina, da quando ero ragazza, perché è un simbolo di libertà, di sdoganamento dell’eros femminile. E così abbiamo messo a fuoco l’idea, e chiamato Marco Lodoli che con Giancarlo ha scritto la sceneggiatura. Mentre io mi sono accollata il gravoso onere di produrlo (ride, nda).

Un fatto curioso è che, nel 1973, dovevi prendere parte a Baba Yaga (di Corrado Farina) proprio nella vesti di Valentina. Alla fine la spuntò Isabelle De Funès, però…
Ce l’ho fatta comunque! (ride, nda). Tra l’altro, la voce narrante del film è la mia.

Hai incontrato molti ostacoli sul fronte produttivo?
Le produzioni cinematografiche sono tutte difficoltose, soprattutto nell’ambiente italiano. Nonostante i contributi ministeriali e la nuova legge cinema, le vere criticità di questo aspetto rimangono legate a un meccanismo farraginoso. I soldi arrivano in ritardo e se, come nel mio caso, il produttore vuole saldare i collaboratori in tempi canonici, deve anticiparli lui. Ed ecco perché, dopo 20 anni, ho deciso di chiudere la mia casa di produzione. Troppo faticoso lavorare così.

La distribuzione del film la curate sempre voi di Bizef.
È un impegno in più, ma almeno sappiamo dove vanno i soldi e come possiamo impiegarli: al momento stiamo lavorando molto con i social e, ovviamente, con la stampa. Calcolando il fatto che il documentario non è un genere facile da distribuire.

Nonostante la decisione di chiudere Bizef, quali sono i tuoi prossimi progetti come regista?
Bisognerà vedere chi me li propone (ride, nda). Avevo creato questa casa di produzione per essere padrona del mio lavoro. Al momento sto seguendo un progetto contro la violenza sulle donne. È un’installazione multimediale e richiede ampie risorse economiche con l’aiuto di contributi pubblici. Quindi, ci vorrà ancora un anno per la ricerca dei fondi e iniziare la realizzazione.

Ti sei cimentata anche con la realtà virtuale, realizzando Mare Nostrum: Lost Memories e Mare Nostrum: The Nightmare, due prodotti legati alla questione delle morti dei migranti nel Mediterraneo.
Sono riuscita a ottenere i finanziamenti nonostante sia un momento politico in cui parlare di migrazioni risulta rischioso. C’è paura nelle produzioni perché non vogliono esporsi troppo su temi importanti ma delicati, soprattutto oggi.

E non hai mai pensato di ritornare a fare l’attrice?
Come no, adorerei! Sono pronta a fare delle belle nonne, delle pazze settantenni, delle eccentriche babbione perfide (ride, nda).

Il tuo esordio avviene con Le castagne sono buone di Pietro Germi. Che ricordo hai di quei tempi?
Ho avuto la fortuna di aver preso parte al suo film più brutto (ride, nda). Però è stata una fortuna. E forse è grazie a lui che ho capito, anni dopo, di volermi dedicare alla regia. Il mio incontro col cinema è avvenuto in maniera molto tradizionale perché artisticamente nasco dal teatro, ho frequentato l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, e sapevo che De Sica e Germi svolgevano dei provini a Roma. Sarei stata un’improbabile protagonista per Il giardino dei Finzi Contini, infatti De Sica prese Dominique Sanda. Feci il provino per Germi e lasciai Roma per Torino, dove stavo lavorando con Giustino Durano. Un giorno arrivò un telegramma con scritto: «Non tagliarti i capelli» e da lì cominciò la mia avventura col cinema. Tornai a Roma, circa un mese prima delle riprese, perché Germi voleva farmi vedere i provini per correggere alcune sfumature del mio ruolo. Mi misero a vivere nella casa della protagonista, è stata un’immersione totale, come Obelix quando cadde dentro al calderone della pozione magica.

Com’è stato il rapporto Germi?
Ero pazza di lui, una persona meravigliosa. Grazie a Germi mi sono accorta per la prima volta che cos’è un regista. Era molto attento, anche alla recitazione degli attori. Mi piaceva capire come stabiliva le inquadrature, quando non giravo mi mettevo accanto a lui dietro la macchina da presa.

Nel film duetti con Gianni Morandi, che all’epoca era già un divo.
Lui era “il divo”, con uno stuolo di ragazzine adoranti al suo seguito. Era molto simpatico e anch’io subivo il suo fascino, ma non gliela volevo dare vinta (ride, nda).

Dopo questo ruolo di ragazza pura e casta, reciti a teatro con Tino Buazzelli in Sei personaggi in cerca d’autore, spettacolo in cui sei stata la prima Figliastra pirandelliana a spogliarsi in pubblico.
Scandalo a Torino! Le sciure erano sconvolte! La regia era di Svoboda, ma lui non c’era mai. Buazzelli era straordinario, mi scelse dopo un provino fatto a casa sua, molto casto, eh! Non mi ha messo le mani da nessuna parte, era una persona perbene! Lessi male le mie battute, ma gli piacque la mia energia e così creò questa variante al personaggio dove doveva aprirsi il giubbino e mostrare il seno. Che poi, il mio seno non è che fosse così volgare, ma la gente lo percepì con mostruosità.

Negli stessi anni ti laurei in architettura al Politecnico di Milano e giri Le grand délire (in italiano Prossima apertura casa di piacere, di Dennis Berry) con Jean Seberg e Isabelle Huppert.
Isabelle era al suo primo film, ma già si capiva che sarebbe diventata un’attrice molto determinata, di quelle che studiano ogni piccolo mutamento del personaggio. Io sono un po’ più “sgarrupata”. Jean Seberg, invece, era straordinaria. Tanto che mi regalò una bellissima vestaglia di crêpe de chine color malva e la indossai in Suspiria, quando incontro Jessica Harper nella sua stanza.

Parliamo di Dracula cerca sangue di vergine e… morì di sete!!!: produce Andy Warhol, dirige Paul Morrissey, affianchi Joe Dallesandro, Udo Kier, Silvia Dionisio, Vittorio De Sica, Milena Vukotic, Roman Polanski. Insomma, un calderone ricchissimo.

Erano tempi effervescenti. Warhol fece un accordo con Carlo Ponti, non ho mai capito il perché (ride, nda) ma era da apprezzare, rispetto ai produttori di oggi, il rischio che correvano per realizzare prodotti curiosi, bizzarri. Tutti hanno sempre etichettato il dittico Dracula-Frankenstein come film di Andy Warhol. Se ti sente Morrissey, ti prende a sberle! Regia e scrittura sono sue. Giravamo in inglese e De Sica, non sapendolo, appiccicava su tutto il set dei foglietti in modo che potesse dire le sue battute. A volte li appiccicava anche alla mia schiena. È stata un’esperienza che ricordo con molto piacere.

E ti sei divertita anche in Squadra voltante.
Come una pazza! Faccio la pupa del gangster con tanto di parrucca bionda alla Marilyn. I ruoli tradizionali non mi hanno mai entusiasmato. Se devo fare la mamma, la signora borghese, mi annoio. Ma se ricopro ruoli come la terrorista che spara, la sciantosa o la puttana è molto più divertente. Ah ecco, non mai fatto una regina!

A proposito di prostitute, non si può non pensare a Neve di Novecento. Tra l’altro, Bertolucci ha scritto il ruolo apposta per te.
Sì, non so come mai. È una parte che mi è piaciuta molto e sono stata brava: tutti pensano al triangolo con Robert De Niro e Gérard Depardieu, in realtà mi riferisco alla crisi epilettica (ride, nda). L’ho studiata bene.

In molti film che hai girato ti denudi spesso. Erano poi gli stessi anni di Edwige Fenech, di Laura Antonelli, di Agostina Belli, con la variante che tu non eri la bellona mediterranea, anzi.
Ero un po’ il sogno nascosto degli italiani, seme di una sessualità diversa che poi aveva avuto il suo inizio con Jane Birkin e Twiggy.

La tua filmografia, infatti, è molto varia, frutto di scelte mirate?
Be’, io nasco negli anni in cui il cinema italiano entra in crisi. All’epoca le produzioni più corpose erano dedicate ai comici come Pozzetto e Montesano. Ho scelto quei copioni che mi permettessero di andare oltre la semplice spalla del protagonista.

Non a caso mi viene in mente Ammazzare il tempo, titolo a cui tieni molto, dove sei protagonista assoluta e definito per “Casini dipendenti”.
Ah sì? Li voglio conoscere tutti, uno per uno, perché non saranno molti (ride, nda). Quando il film andò in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, la gente iniziò a fischiare già dai titoli di testa. Non so perché. Forse c’era astio per la nostra generazione o forse per la scrittura provocante di Lidia Ravera, chissà.

A fine anni 70, dopo Dedicato al mare Egeo (di Masuo Ikeda) con Olga Karlatos e Ilona Staller, ti trasferisci per diversi anni negli Stati Uniti.
Dopo essere diventata una star in Giappone, grazie al film di Ikeda, lasciai l’Italia perché stava vivendo una situazione complicata, e andai a New York. Lì incontrai Francesca Marciano, con la quale condividevo una stanza. Assieme, poi, ci è venuta l’idea di fotografare la nostra generazione che espatriava. E così realizzammo Lontano da dove, il nostro primo lungometraggio.

Successivamente ritorni in Italia, abbandoni il percorso attoriale e inizi a dedicarti alla regia, fiction prima e documentari poi.
Male me ne colse! (ride, nda). Intanto realizzare un film è una gran fatica, ci sono mille problemi che vanno oltre la tua persona, oltre il tuo talento, oltre le tue volontà. Amo molto la fotografia e amo viaggiare. Il documentario mi permette di spostarmi in altro modo, di venire a contatto in maniera più intima con realtà e personaggi. E poi c’era maggior possibilità economica per il documentario, parlando ormai al passato.


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