Io sono qui - Intervista a Andrea Segre

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La citazione

«You Cannot Be Serious! (John McEnroe)»

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Rinaldo Censi

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Servizio pubblicato su FilmTv 43/2016

Io sono qui - Intervista a Andrea Segre


Come può il cinema raccontare l’integrazione fra popoli? Ne parliamo con un regista che affronta spesso questo tema

Parlare di immigrazione e politiche di integrazione oggi è tanto usuale quanto necessario. Lo era decisamente meno solo una ventina di anni fa, prima cioè che sia l’Italia sia l’Europa dovessero confrontarsi con fenomeni e dinamiche sempre più imprevedibili e complessi da gestire. Già allora, però, Andrea Segre aveva iniziato a occuparsi di “popoli e terre borderline”; era appena il 1998 quando il regista veneto (a quel tempo professore specializzato in analisi etnografica della produzione video e di pratiche e teorie di comunicazione sociale all’Università di Bologna) firmò Lo sterminio dei popoli zingari. Da allora non si è più fermato; al contrario, ha continuato a raccontare lo straniero, il diverso, l’emarginato. E così sta facendo anche ora che il suo sguardo è rivolto verso il confine più meridionale dell’Europa, ovvero il Mediterraneo. Ne abbiamo parlato durante il Festival di "Internazionale" 2016.

Andrea, considerata l’anima cosmopolita se non addirittura apolide di questo appuntamento, direi che la tua presenza era assolutamente necessaria.
La mia come quella dei tanti singoli cittadini che hanno partecipato. Si stimano circa 75 mila presenze: a testimonianza del fatto che certe tematiche iniziano a essere considerate di primaria importanza non solo da una certa nicchia. Oltretutto è cambiato il modo in cui argomenti come quelli dell’immigrazione e della convivenza tra culture diverse vengono affrontati: siamo sempre più consapevoli che non si tratta di fenomeni momentanei o passeggeri, per quanto violenti possano essere, ma piuttosto di dinamiche consolidate destinate a espandersi.

Vuoi dire che il “peggio” deve ancora arrivare?
Voglio dire che siamo solo all’inizio. E questo nonostante negli ultimi 30 anni in Italia siamo passati da 100 mila stranieri a circa 6 milioni. Direi che è il momento di lasciarsi alle spalle i tempi delle miopi illusioni.

Suscita un certo senso di destabilizzazione realizzare che l’Italia e gli italiani del futuro saranno molto diversi da quelli che siamo abituati a conoscere.
Certamente, ma si badi bene: il disorientamento non può e non deve trasformarsi in panico. Tanto più che l’Italia, proprio per via della sua posizione di avamposto, da tempo ha iniziato, consapevolmente e non, a elaborare il problema, generando prima di altri una sorta di anticorpi. E infatti da noi le politiche dell’accoglienza sono già arrivate a uno stadio piuttosto avanzato.

Dal tuo punto di vista, in quanto osservatore e cineasta, in che modo le immagini possono contribuire a questo dibattito?
Più di tutto, credo che il loro apporto maggiore sia quello di ridurre le distanze e avvicinare lo spettatore a mondi che gli sembrano lontani, spesso erroneamente.

È il caso della Libia.
È su quel paese che sto concentrando le energie e lo sguardo per il mio nuovo lavoro: conto di girare la prossima primavera, anche se al momento sono ancora in fase di scrittura; e in questo senso la collaborazione con Khalifa Abo Khraisse, regista e sceneggiatore libico, è fondamentale.

Puoi già anticiparci qualcosa?
Si tratta di un progetto di finzione che attinge a situazioni realistiche. Protagonista un funzionario del Ministero dell’interno che collabora con la polizia per bloccare i flussi migratori. La storia si svolge in Libia, appunto, ma potrebbe adattarsi perfettamente a qualsiasi paese del cosiddetto sud del mondo.

Qual è la valenza che hai dato a questo personaggio?
Né positiva né negativa. In generale mi servo di persone reali per raccontare meglio una storia, una teoria: anche per Io sono Li era stato così. E comunque il suo è semplicemente l’atteggiamento di chi è ben consapevole del problema e vuole dare il proprio contributo per risolverlo.

Che poi è lo spirito con cui tu ti sei avvicinato al cinema.
Sicuramente ho sempre pensato che una certa interscambiabilità, quasi una contaminazione, tra narrativa e realtà non potesse che risultare estremamente stimolante e produttiva. Non riesco a “maneggiare” la settima arte senza attribuirle anche una pregnanza civile. Del resto, è ora che tutti noi iniziamo a pensare che certe cose non siano più problemi ma semplicemente fatti. Anzi: parte della nostra storia. Ecco perché non ha senso fare distinzioni tra “noi” e “loro”: sarebbe indice di un atteggiamento quantomeno anacronistico. Senza contare poi che, se fossimo meno accecati dalle nostre paure, ci renderemmo conto che l’unico modo per ridurre le pressioni, in questo caso quella migratoria, è paradossalmente creare spiragli, aperture, vie d’uscita. È la fisica a insegnarlo, ma, come spesso succede, le sue leggi si adattano perfettamente anche alla realtà.

Eppure è ancora opinione largamente diffusa che “immigrato” sia sinonimo di “illegale”. A questo punto diventa interessante contestualizzare la parola “illegale”.
Se tale è chi si mette in moto per prendere quello che non ha, a volte addirittura perché gli è stato tolto, forse si sta facendo una certa confusione sui termini.

Che, infatti, dovrebbero essere una delle basi da cui partire per ripensare la situazione.
Esattamente, altrimenti il rischio è quello di ribaltare i soggetti a cui attribuiamo, rispettivamente, colpe e giustificazioni.

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