Jay Z e Beyoncé: un'altra storia vera

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La citazione

«Certainly it constitutes bad news when the people who agree with you are buggier than batshit.»

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Lorenza Negri

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Jay Z e Beyoncé: un'altra storia vera


I Carter vs la tempesta: a San Siro la prima tappa italiana dell'On the Run II Tour

Come un avvertimento, sparato in maiuscolo, un megaschermo gargantuesco recita: THIS IS REAL LIFE. Occhio, che qua è tutto vero. Poi subito si contraddice, parte una sorta di trailer che è anche l’inizio di una storia: quella del Gangster e della Regina (archetipi, maschere, personaggi), di un amore larger than life, degli enormi ostacoli che le regole della narrazione infilano lungo la strada, di un disastro che aspetta di accadere, meglio se con i colori giusti del noir e del mélo. Tutto vero, tutto falso, dunque? Il megaschermo si divide in due e il Gangster e la Regina, vestiti d’un bianco immacolato, stanno immobili in cima a prendersi l’applauso. «Have you ever seen the crowd goin’ apeshit?» chiede il loro ultimo singolo (del magnifico video abbiamo parlato sul n. 26/2018), che non eseguiranno nel concerto di Milano, e probabilmente nemmeno nel resto dell’On the Run II Tour: l’album EVERYTHING IS LOVE, che Jay Z e Beyoncé hanno pubblicato a sorpresa tre settimane fa firmandosi The Carters, sarebbe dovuto uscire – sempre a sorpresa – alla fine della tournée mondiale, per coronare la ritrovata intesa tra i due, ma le vendite dei biglietti in Europa non stavano andando benissimo e s’è provato a ravvivare la curiosità anticipando la release.

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Anche San Siro, infatti, non è sold out, e dato che fino a pochi minuti prima dell’inizio del concerto diluviava e grandinava, il prato sembra pieno solo per metà. Poi Beyoncé intona Holy Grail con voce calda e piena, e lo stadio ammutolisce; Jay Z attacca la sua strofa e il pubblico esplode. Ed è un po’ una sintesi dell’intero live, uno spettacolo inarrestabile lungo due ore e mezza, quasi 40 pezzi, un’orchestra di fiati disposta su quattro piani, una compagnia di ballo, effetti di luce, fuochi d’artificio, svariati cambi costume: la coppia è insieme sul serio solo negli effettivi duetti storici (03 Bonnie and Clyde, Crazy in Love, Deja vu, Upgrade U, Drunk in Love...), spesso su una piattaforma mobile che sovrasta parte del pubblico, ma per la gran parte del tempo si alterna in solitaria sulle due lunghe passerelle che dal palco si inoltrano nella folla, snocciolando successi dell’intera carriera di entrambi, scelti e allineati in modo che si adattino a una narrazione di successo, passione, tradimento, dolore, redenzione, accettazione, superamento. Beyoncé – che a tratti manifesta insofferenza per i problemi causati dalla pioggia, per la sontuosa criniera di capelli che non sta al suo posto, per l’ennesimo vestito che non regge bene alle sfrenate coreografie, eppure procede impeccabile senza che nulla intacchi l’energia della voce e della danza – suscita uno stupore e un’ammirazione semi-religiosi. Jay Z invece – ed è la sua prima volta a Milano – accende una partecipazione entusiasta perfino nei più scettici: solo, con un microfono e le basi giuste, a quasi cinquant’anni trascina lo stadio in boati d’approvazione. Ogni tanto le reazioni s’invertono: la diva di Houston incendia (anche letteralmente) il palco nei brani più infuriati (come Formation, Don’t Hurt Yourself o la bellissima Freedom), il rapper di Brooklyn illumina di luci dei cellulari il prato e i tre anelli (che dopo qualche pezzo e l’arrivo dei ritardatari sono ora effettivamente gremiti) con la canzone-confessione 4:44. Lei fa ascoltare Chimamanda Ngozi Adichie e lascia una cubitale scritta FEMINIST torreggiare su San Siro; lui canta The Story of O.J. con esplicito video allegato, e 99 Problems con significative mugshot (le foto fatte a chi viene arrestato) di volti celebri.

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È tutto vero o tutto falso, il dolore che vibra nella versione da pelle d’oca di Resentment che Beyoncé regala seduta sul ciglio di una passerella? E il ricongiungimento – dopo inseguimenti, litigi, accuse e pianti – di Family Feud, la pace fatta del gran finale con Young Forever e Perfect Duet, l’uscita di scena con le mani giunte e alzate vittoriose al cielo? «Non ci sono molti esempi, nella nostra comunità, di un uomo che resta invece di scappare, che fa di tutto per risolvere le cose che non vanno» ha spiegato Jay Z nell’intervista con David Letterman per il programma Netflix Non c’è bisogno di presentazioni. Offrendosi totalmente al pubblico in una quotidianità continuamente riversata in performance, in un’efficace autofiction che penetri la superficialità del gossip (comunque sempre utile fonte di pubblicità gratuita), il Gangster e la Regina provano a raccontare un’altra storia vera, più grande e importante, a suo modo collettiva, regalando la loro versione del vecchio adagio per cui il privato è politico. Che nel frattempo tutto ciò li renda pure miliardari è parte della morale della favola, non una contraddizione. Tutto vero, tutto falso: è un altro Sogno americano, ed EVERYTHING IS LOVE.

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