L'accezione positiva dell'aggettivo

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La citazione

«Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico durante il week end! (Woody Allen)»

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Emanuela Martini

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L'accezione positiva dell'aggettivo


Una giornata del 2018 trascorsa sul set de Gli anni amari, terzo film di finzione di Andrea Adriatico tornato il 2 luglio 2020 su una dozzina di schermi, per conversare col regista e gli interpreti su un decennio e un personaggio che tutto hanno cambiato: Mario Mieli e gli anni Settanta

Sandra Ceccarelli mi saluta ruotando un polso, incitando lo smalto ad asciugarsi, in un’aula del liceo Parini di Milano deserta - senza neanche la proverbiale Zanzara – abitata solo da pesanti abiti in lana stesi sui banchi avvicinati e qualche cane: ci incontrassimo oggi, sarebbe il cosiddetto «buonsenso» a impedirci di stringerci la mano; ci siamo incontrati, invece, il 21 agosto 2018: allo sventramento del cavalcavia sul Raccordo di Casalecchio della A14 era appena seguito il crollo del Ponte Morandi; la nave Diciotti era approdata a Catania già da un giorno, ma ne sarebbero serviti altri cinque per far sbarcare i 177 migranti a bordo. Quasi tutti i quotidiani nazionali, quella mattina, mettevano in prima pagina il ribaltamento d’opinione verso Asia Argento - mentre molti meno erano quelli che riportavano le parole di Papa Francesco: «vergogna per i preti pedofili».

A Milano c’erano 26 gradi effettivi, 33 percepiti, l’umidità al 61%, e nel Parini deserto si stava svolgendo il secondo giorno di riprese de Gli anni amari: biografia di Mario Mieli che sarebbe dovuta approdare sugli schermi il 12 marzo di quest’anno - giorno del 37esimo anniversario della morte dell’attivista - e che invece ci ha provato giovedì 2 luglio, dopo circa tre mesi di proiettori rimasti spenti. Un film che il regista, Andrea Adriatico, insieme allo sceneggiatore Stefano Casi, stava inseguendo già da dieci anni - durante i quali, alle riscritture del copione ha affiancato un lavoro parallelo di indagine e preparazione: col documentario Torri, checche e tortellini del 2015, innanzitutto, che rievocava la concessione di Porta Saragozza al movimento omosessuale da parte del comune di Bologna, prima sede istituzionale di un circolo gay.

2b. Il regista Andrea Adriatico IMG_9694.JPG

«Se questa è un’indagine sulla mia infanzia, quello è stato un film di studio» mi racconta proprio il regista mentre cerchiamo il suo cane, reduce da una zuffa ci dicono, nascosto sotto a una delle cattedre: «perché in quel documentario era presente una testimonianza di Mario Mieli, l’intervento che fece a Bologna nel ’77 mentre Dario Fo incendiava le platee dei giovani. Salendo sul palco, Mario sovvertiva il classico paradigma di Sinistra, palco e Dario Fo: di questi elementi tuttavia rimangono tracce microscopiche, è stato faticosissimo rimetterle tutte insieme. Tutte insieme, però, dànno la testimonianza di un personaggio che attraversava la cultura dell’epoca, che era accolto dal sistema di comunicazione - la Rai - e che incontrava la durezza di quegli anni, la massoneria, i personaggi della loggia P2».

Gli anni amari, gli faccio notare, si inserisce, cronologicamente, prima di un’altra sua opera, il documentario + o – il sesso confuso, diretto nel 2010 con Giulio Maria Corbelli: «Mario Mieli muore curiosamente nel 1983, nell’esatto momento in cui si apre al mondo il grande scenario dell’HIV e il mondo gay si deve ri-confrontare rispetto a un’altra tematica e a un modo di essere: erano i famosi anni del reflusso, no?, del sospetto dell’altro. Mario si è fermato agli anni in cui il sospetto degli altri era ancora lontano». 

«Ma poi» mi attanaglia la domanda mentre mi divincolo fra i cavi e gli elettricisti per i corridoi della scuola, «gli anni Settanta sono davvero stati più amari di questi?».

15. . Antonio Catania , con una macchina d'epoca, Ds Pallas Citroen IMG_9858IMG_9850.JPG

Mi rispondono i coniugi Mieli: prima Antonio Catania, che interpreta Walter, il padre di Mario: «sono anni demonizzati, è vero: sta di fatto che la musica migliore che ascoltiamo oggi viene da lì; il teatro più interessante, il cinema, le arti in generale. I movimenti di protesta sono esplosi coinvolgendo e mettendo in discussione tutte le istituzioni. Io quegli anni in un certo senso li rimpiango, perché erano anni vivi, erano anni creativi: certo non rimpiango quello che è successo dopo... Ma allora ero una figura di figlio, non ero il padre che interpreto adesso. Gli anni, oggi, sono molto diversi: c’è stata una rivoluzione digitale, tecnologica, che porta i ragazzi molto più all’isolamento ma che permette anche di accedere a fonti che consentono di costruire autonomamente le proprie idee - mentre una volta ci veniva infilato tutto in testa a forza».

«Anch’io ero piccola in quegli anni» prosegue Sandra Ceccarelli, Liderica Mieli, lo smalto le si sarà ormai asciugato - se non altro perché ci siamo seduti su una terrazza (e non sapevo che certi istituti scolastici potessero vantare una terrazza: d’altronde questo è il Parini): «però ricordo i miei genitori, gli amici dei miei genitori: ho sempre sentito gli adulti lamentarsi - e adesso che tocca a me, vedo tutto fermo, non vedo più il clima intenso di fermento. Faccio un esempio: quando ero piccola e tornavo dal mare, le ragazze erano tutte in topless: adesso sarebbe impensabile, penso che i miei si siano divertiti molto più di me - che anche abbiano sofferto, certo, che anche abbiano lottato – però penso che la loro età adulta sia stata più intensa di quanto non lo sia oggi la mia».

14. . Sandra Ceccarelli  con una macchina d'epoca, Ds Pallas Citroen IMG_9858IMG_0985.JPG

«Io però» mi risponde invece Andrea Adriatico «non do all’aggettivo amaro un’accezione negativa: credo che questi siano invece anni terribili, bui: userei tutte le parole più pesanti per descriverli, perché lasciamo morire gente in mezzo al mare e non mi sento a mio agio. I Settanta invece sono stati anni controversi ma bellissimi, con una grandissima tensione emotiva sociale: anni in cui il nostro Paese ha attraversato cose strepitose e cose violentissime, un modo molto diverso di stare insieme, di socializzare, di occuparsi di questioni civili. Non dimentichiamo che sono stati gli anni dell’aborto, delle grandi leggi progressiste. In questa cornice, il mio interesse per gli anni Settanta si è sviluppato a teatro con un racconto che si chiama Chiedi chi era Francesco, dedicato alla morte di Francesco Lo Russo, quindi al ’77 bolognese che è stato il detonatore di una rivoluzione culturale che ci ha portato dritti dritti agli anni Ottanta; e dall’altra parte, nel cinema, sto affrontando questa ricostruzione storica di un’epoca che è legata alla nascita del movimento gay italiano – di quello che potremmo chiamare movimento gay italiano – attraverso una figura che è assolutamente geniale, non convenzionale, misconosciuta e che ha gettato un seme importantissimo nella cultura italiana».

Eppure la cultura italiana, faccio notare ancora, ha confinato fuori catalogo il libro Elementi di critica omosessuale per lungo tempo, riapparso solo di recente in edizione Feltrinelli.

Libertà e fermento di quegli anni, comunque, pare non entrassero in casa Mieli, famiglia comasca borghese e numerosa: Mario era il penultimo di sette figli. Il severo padre è dedito al suo impero, che ha iniziato a costruire già da giovanissimo attraverso un’azienda con cui è entrato in simbiosi; la madre, figlia di musicisti, appare più titubante nel giudizio sul ragazzo, sui bocconi aspri che sente di dover ingerire. «Lei capisce che non è poi davvero un’enorme tragedia avere un figlio così» dice ancora Ceccarelli; «se in un’altra famiglia un ragazzo si fosse presentato a tavola ricoperto di collane, sarebbe potuta finire anche molto peggio; non è una casa di omofobia pazzesca: quello che dà fastidio ai genitori è l’esposizione».

Certo quella di Mario è una figura molto complessa, che all’occorrenza viene strumentalizzata a piacimento da tutti gli interlocutori del dibattito: nessuno di noi ancora sapeva che due settimane più tardi sarebbe stata tirata in ballo senza regole di consecutio temporum dall’inaggettivabile Silvana De Mari a Otto e mezzo. «Alle volte» dice Adriatico, «quando arriva il momento di fare un film su qualcuno, è anche il momento in cui si prova a dare un punto di vista sulle cose e quindi a sgomberare il campo da una serie di letture inesatte e fuorvianti. In Italia esiste un personaggio che in qualche modo ha anticipato questo processo: il signor Pasolini, su cui tutti si sentono autorizzati a esprimere un pensiero, a rileggere una poetica».

22. Il reparto costumi, anni '70DSC_1555.JPG

Ma il regista deve prendere posto dietro alla macchina da presa e così continuo a parlarne con Stefano Casi: «non si può pensare che un film sia una biografia filologica o che sia un saggio: un film è prima di tutto una narrazione. E questa è la narrazione della vita di Mario Mieli, puntando più su alcune cose e meno su altre, consapevole del fatto che non ci sia tutto: penso che il titolo restituisca bene la volontà, attraverso la figura di Mario, di riesaminare questi anni non in maniera nostalgica. In fondo, è il racconto di una solitudine: con Grazia Verasani, co-sceneggiatrice di questa storia, abbiamo molto voluto raccontare la solitudine: in fondo la diversità assoluta - non in quanto omosessualità, ma diversità in toto - pone Mario nell’impossibilità di trovare un interlocutore, è lasciato solo o si mette da solo rispetto al resto».

Assisto alle riprese della sequenza in cui i genitori accompagnano Mario dallo psichiatra, in seguito alla crisi che lo colpisce a Londra (dopo Milano, la troupe si sposterà a Bologna, poi in Puglia e in Inghilterra). E finalmente lo vedo, Nicola Di Benedetto: classe 1992, in un pesantissimo cappotto beige si attorciglia lunghi monili attorno al collo, «ma da dove ti hanno pescato?» gli chiede qualcuno che lo pettina mentre lui si dimena; «dal lago, non dal mare» risponde ridendo, ma poi mi confida: «dal Serpentone». E passiamo il resto del tempo a citare Sarah Kennedy.

6. Nicola Di Benedetto durante lezione al Parini IMG_9737.JPG

«Si parla tanto male di Mamma Rai» mi aveva detto Adriatico a proposito del suo protagonista, «ma io per la prima volta devo dire grazie a Paolo del Brocco e a Nicoletta Mantovani, che mi hanno permesso di non fare un film assuefatto alla logica della star di richiamo: ho scelto un personaggio giovane, emergente, nuovo: immaginare Mario Mieli interpretato da un attore con alle spalle tanti altri ruoli già fatti entrava in contrasto con la mia idea di unicità di questo soggetto. Spero - e confido, sennò non l’avrei scelto - che faccia un buon lavoro».

«È stata una folgorazione per entrambi» mi racconta poi invece Nicola, l’unico a cui non riesco a dare il lei: un po' perché ha il sorriso di chi non lo pretende, un po' perché è anche l’unica persona più giovane di me presente nell’edificio. «Io non stavo cercando questo ruolo né stavo cercando nulla in questo campo: ci siamo incontrati quasi per caso grazie a un piccolo video promozionale per un gioco di carte fatto da miei amici, in cui portavo degli occhiali molto simili alle grandi mosche di Mario e sfoggiavo sorrisi pazzeschi: forse Andrea si è lasciato convincere da questo... Allora ci siamo incontrati, abbiamo fatto qualche provino e con l’accordo di fare un grosso lavoro - e mi accorgo oggi più che mai di quanto sia grosso - abbiamo deciso di accettare questa sfida reciproca».

8a. Nicola Di Benedetto durante una scena a Parco Lambro  Dietro, Giacomo Martini ( Bambola)ietro  DSC_0044 (2).JPG

La possibilità è grande ma i rischi sono enormi… «Infatti sono molto spaventato: però mi sento anche molto ispirato. Ho studiato il personaggio di Mario e lo trovo illuminante e, soprattutto, molto simile a me, sotto molti punti di vista: a livello etico, morale, fisico...».

La somiglianza fisica devo ammettere che è impressionante.

«Stavo lavorando, per la mia vita, a un tutt’altro: dovesse andarmi male ho il piano B».

Non gli chiedo se, secondo lui, siano più amari gli anni Settanta o questi, dato che negli anni Settanta non c’era... «Beh, ma ti dirò che anche questi non li sto vivendo benissimo... Fortunatamente ho conosciuto tutti e cinque i miei nonni: sono partito con un bagaglio di immaginario per me già sufficiente. Se poi sia effettivamente sufficiente, lo potrà dire solo l’esito».


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Gli anni amari» Cinerama (n° 10/2020)

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