L'educazione fincheriana

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«E questo è quanto (Casinò - Martin Scorsese)»

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L'educazione fincheriana


Cronache dal set di un film di David Fincher: Andrew Garfield racconta la sua esperienza in The Social Network agli ordini del regista più pignolo in circolazione.

Sapete chi fa dei film davvero belli? Si chiama David Fincher e lo conoscete sicuramente. Ha definito l'iconografia anni '90 realizzando videoclip per Madonna e Rolling Stones, oltre a dirigere un paio di titoli (Fight Club e Se7en) che rimangono nel culto di quegli anni (e oltre). Il successivo decennio cinematografico, invece, l'ha segnato indelebilmente firmando Zodiac e concludendo la decade con The Social Network, tuttora uno dei migliori fra i film che raccontano questi matti matti tempi in cui stiamo vivendo, oltre che il miglior resoconto possibile su quello strano spartiacque socio-politico che è stata la creazione di Facebook. E la storia romanzata (da Aaron Sorkin, mica nespole) di Mark Zuckerberg funziona benissimo ancora oggi, a 11 anni di distanza, per descrivere un'epoca di socialità che distanzia e polarizza, piuttosto che unire. Perché David Fincher è così bravo allora? A parte il talento, il mestiere e la passione, c'è un elemento nel metodo di lavoro di Fincher che è famigerato in tutta l'industria: l'estrema pignoleria. In The Social Network, a subire gli strali peggiori di questa caratteristica sono stati Jesse Eisenberg, Rooney Mara e il montatore: per la scena iniziale del film infatti – un dialogo di circa sei minuti tra Eisenberg e Mara – sono stati girati 99 ciak. Non contento, Fincher ci ha messo tre settimane piene a montarla con il ritmo che voleva. Non che Andrew Garfield, ottimo co-protagonista del film nei panni dell'amico ex-amico di Zuckerberg Eduardo Saverin, se la sia spassata molto di più. È stato costretto a ripetere una delle sue scene madri, quella del litigio definitivo con il demone di Facebook, almeno 40 volte. Dice Garfield: “Di quel giorno ricordo Jesse Eisenberg, io che spacco un portatile, una giornata infinita e Fincher che alla fine si comporta come un buon babbo. Era il perfetto papà per un giovane figlio sportivo. Continuava a instillarmi lo stesso messaggio 'Continua ad andare avanti, ce la puoi fare ad andare avanti, devi credere di riuscire ad andare avanti. Lo so che ti sto chiedendo molto, che la tua voce sta per arrochirsi, che il tuo cuore si stancherà e il tuo corpo sarà esausto. So che mi odierai, ma va bene così perché alla fine avremo una scena assolutamente perfetta'. E quindi, alla fine, invece di gridare a tutto il set 'Andiamo avanti!', mentre io ero sul pavimento dopo 40 ciak del mio primo piano in cui urlavo agonizzante, seduto, esausto, finito e convinto che avremmo dovuto ripetere la scena almeno altre 10 volte, Fincher si alza e cammina verso di me attraversando il corridoio che parte dal suo monitor, mi allunga la mano per aiutare ad alzarmi, me la stringe e dice 'Andiamo avanti'. E basta. Quindi è stato un momento bello, che mi ha fatto sentire molto gratificato. Il fatto di non risparmiarsi per nulla sul set. È stata una bella giornata, l'ho adorata. Uno dei motivi per cui Fincher vuole tutti quei ciak, da quello che posso aver capito io, è per convincere l'attore che non è davanti a una macchina da presa. Quella è la parte magica di ogni performance che vedi nei suoi film, credo. Va alla ricerca di quel momento in cui l'attore si dimentica di essere lì, di essere sul set di un film, e acquista una purezza, una vulnerabilità e un'apertura a cui il pubblico risponde in maniera profonda e inconscia. All'improvviso non c'è più recitazione, solo purezza.”.

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