«L'essere politici significa compiere un atto utile, che abbia un senso»

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Sergio M. Grmek Germani dice che Viva l'Italia è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 10:30.

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Un saluto a Ermanno Olmi con le parole di Gianni Amelio.

La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

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Matteo Bailo

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«L'essere politici significa compiere un atto utile, che abbia un senso»


Conversazione con Enrico Casagrande e Daniela Nicolò dei Motus

Di passaggio a Milano per presentare in anteprima nazionale la loro ultima creazione, PANORAMA (dal 2 al 6 maggio in Triennale Teatro dell’Arte), venerdì 4 maggio sono venuti a trovarci, a Film Tv Lab, Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, autori e fondatori dei Motus, tra le realtà più radicali e seminali della scena teatrale. Assistere a un loro spettacolo significa capire nel profondo a cosa si riferiva Artaud quando parlava di un teatro capace di smettere di essere un gioco, lo svago di una serata effimera, per diventare una specie di atto utile.

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Daniela: Mi fa piacere che abbiate recuperato questa immagine per far da sfondo alla nostra chiacchierata. È una fotografia che abbiamo scattato durante un viaggio di ricerca, di meditazione, in cui ci prendiamo del tempo per pensare dei nuovi percorsi. Qui seguivamo il muro, questa ferita che c’è tra gli Stati Uniti e il Messico. Qui è il 2015 quando siamo stati a La Mama. Con New York c’è un rapporto che continua da tempo, la prima volta è stata nel 2015 quando abbiamo presentato uno dei contest su Antigone. Da allora, puntualmente, quasi tutti gli anni ci hanno invitato per proporre i nostri progetti. Abbiamo più continuità con New York che con certe città d’Italia, e in particolare con La MaMa che ha sempre ospitato i nostri spettacoli. Nel frattempo è nato un legame con loro e a un certo punto la nuova direttrice Mia Yoo ci ha chiesto di pensare a un nuovo progetto insieme ai suoi attori, perché dalla morte di Ellen Stewart nel 2011 la compagnia rischiava un po’ di sfaldarsi.

Enrico: Un inciso per chi non conosce La MaMa: nell’East Village è nato negli anni ’60 l’Off-Off-Broadway newyorkese e La MaMa è uno dei centri più importanti, fondato da questa donna afroamericana, che si è imposto da subito come la casa del teatro sperimentale. Casa perché, da sempre, all’interno del teatro esiste un piano adibito a dormitorio e questo ha permesso a una comunità assortita di attori di vivere in maniera strettissima la loro avventura artistica.

Voi avete lavorato partendo dalle biografie degli attori coinvolti: vediamo frammenti delle lunghe videointerviste, però poi in scena la vita di ciascuno è interpretata da qualcun altro, che si ritrova così spettatore della propria stessa storia.

D.: Per gli attori è stata un’esperienza emotivamente molto forte. Tutto è iniziato con un workshop, fatto proprio per conoscerci; da lì abbiamo cominciato a scoprire il loro background, le loro provenienze così strane. Quindi si è deciso di lavorare sulle biografie, partendo da videointerviste individuali: camera, cavalletto, microfono (che sono poi gli elementi che compaiono da subito in scena nello spettacolo). Volevamo raccogliere materiale che ci potesse servire per la drammaturgia. Sono state preparate 40 domande con l’aiuto del drammaturgo Erik Ehn e quanto emergeva veniva raccolto all’interno di “contenitori” tematici dove raccoglievamo anche immagini, fotografie… Poi, a un certo punto, ci siamo detti: «No, questa cosa non basta».

E.: Abbiamo capito che ciò che ci premeva era trasmettere questa idea che noi siamo gli altri, suggerire la permeabilità tra l’io e il noi per dar corpo a un’unica, grande biografia con mille sfaccettature, lavorando non sugli avvenimenti principali, ma sui piccoli dettagli. Raccontare molte storie, molte dimensioni diverse di vita per scoprire, nelle pieghe dei singoli vissuti, una continuità con il proprio.

Questa idea di soggetto fluido è una sorta di costante all’interno del vostro percorso: pensiamo soltanto a MDLSX. Una domanda che ritorna continuamente in PANORAMA è: «Chi sono?» e questo ci ha fatto ricordare il movimento primo di X(ics) Racconti crudeli della giovinezza, spettacolo che cominciava fuori dal teatro con Silvia (Calderoni) che distribuiva volantini con riprodotta la sua immagine incorniciata da due scritte: «Mi sto cercando». «Se anche tu ti sei perso contatta questo numero via sms...».

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Questa ininterrotta riflessione attorno al concetto di identità si confronta anche con il tema dell’immigrazione. A un certo punto un personaggio dice: «Non è una fuga da, ma una fuga verso», che si ricollega alla citazione che fate di Professione reporter, quando mostrate la sequenza dove Maria Schneider, mentre sfreccia sulla decappottabile con Jack Nicholson, gli domanda: «Da cosa stai scappando?» e lui risponde: «Voltati e guarda indietro». Maria si gira sorride, poi resta a fissare la strada che scorre.

E.: Pensiamo sia giusto provare a declinare il concetto di fuga al di fuori della retorica emergenziale legata al tema dell’immigrazione, vederlo in chiave energica, positiva. Se allarghiamo il campo, del resto, ci accorgiamo che tutta la società è in fuga verso qualcosa, che stiamo vivendo un momento storico segnato da una forte urgenza di movimento.

D.: Non vedo perché si debbano fare differenze tra rifugiati e migranti economici. I motivi alla base ovviamente sono diversi, non ci permetteremmo mai di equiparare chi scappa dalla tragedia con chi invece si mette in viaggio per realizzare le proprie ambizioni. Il flusso nel quale si viene assorbiti, però, è lo stesso. Sono intollerabili le discriminazioni che invece vengono fatte. Pochi anni fa abbiamo realizzato un progetto, Caliban Cannibal, con un ragazzo tunisino e ogni volta che lo invitavamo in Europa per nuove repliche dello spettacolo lui doveva riuscire a trovare un contratto di lavoro trimestrale per ottenere il permesso di soggiorno per potersi esibire con noi. Per uno spettacolo di un’ora doveva passare dalle forche caudine delle ambasciate. E queste difficoltà nello spostamento spesso si ritrovano anche all’interno di uno stesso paese.

Questo apolidismo di cui parlate in PANORAMA è rintracciabile tanto nei contenuti quanto nella forma. Più in generale, quando ci si confronta con un vostro progetto non è possibile iscriverlo all’interno dei confini del teatro, si tratta sempre di ordigni multimediali. Qualche settimana fa su FilmTv n°16 abbiamo dedicato uno speciale sul rapporto tra cinema e teatro, e sottolineavamo come da parte vostra ci sia una grande attenzione alla componente audiovisiva. Ecco, a riguardo di questo spettacolo voi parlate di un formato narrativo “post-documentario”…

E.: Il lavoro precedente, MDLSX, è una fiction totale, uno spettacolo dove tutto ciò che dice Silvia in realtà non appartiene al suo vissuto, nulla racconta della sua biografia, eppure lo spettatore è portato a credere “nell’incarnato”. In PANORAMA invece tutte le parole dette vengono dalle interviste che sono state fatte. Parliamo di dispositivo “post-documentario” perché l’intenzione è stata di superare, di andare oltre quella dimensione di narrazione biografica lineare ancora molto praticata in ambito teatrale.

L’utilizzo del video, il chroma key, e poi tutti i monitor fanno di PANORAMA uno spettacolo che andrebbe visto più e più volte per la quantità d’informazioni a cui è sottoposto lo spettatore. E la cosa che colpisce è la spontaneità con cui gli attori riescono a interfacciarsi con tutti questi strumenti tecnologici. Come siete riusciti a far diventare essi stessi registi?

D.: Non è stato facile. Parliamo di una compagnia che viene da un tipo di teatro lontanissimo dal nostro, molto più corale, fisico. Però si sono dimostrati tutti persone apertissime e disponibili a mettersi in discussione come artisti. Intanto hanno cominciato a vedere tutti i lavori che proponevamo a La MaMa prendendo confidenza con le nostre modalità compositive e da lì gli abbiamo subito proposto l’idea di dispositivo che avevamo in mente. All’inizio pensavamo di utilizzare un cameraman esterno; poi abbiamo preferito far imparare ad attrici e attori a usare la videocamera, a capire cos’è un frame, proprio per tradurre in pratica quell’idea di condivisione che volevamo comunicare: condivisione di storie, condivisione di materiali e condivisione dello sguardo.

A un certo punto dello spettacolo compare una frase: «To act is to be» che dà la misura a quanto ci avete appena detto.

E.: Noi lavoriamo con gli attori pensandoli sempre coautori dello spettacolo; durante la fase di sviluppo del progetto siamo tutti alla pari, non c’è mai stato un verticalismo registico da parte nostra. Questo comporta lunghe e accese discussioni. La compagnia, essendo tutti i componenti attivamente impegnati, avrebbe voluto che in PANORAMA si parlasse maggiormente della situazione politica statunitense; io temevo che si potesse sfociare in un facile anti-trumpismo, che avrebbe reso il progetto uno spettacolo a scadenza. Penso che siamo riusciti a trovare il giusto equilibrio, a essere politici in maniera aperta, ponendo delle domande piuttosto che dare delle risposte. La Storia cambia molto in fretta e per evitare di essere subito smentiti dai fatti è meglio evitare di dare definizioni trancianti. L’essere politici, e qui torniamo alla suggestione artaudiana, per noi significa compiere un atto utile, che abbia un senso.

D.: Non facciamo teatro per rivolgerci all’élite intellettuale, per compiacere il salottino buono...

PANORAMA è uno spettacolo dove c’è un gran dispendio di elementi tecnologici ma in cui non si avverte mai il peso della tecnologia, è uno spettacolo leggero...

E.: Non bisogna lavorare sul futile, sull’inutile. Nel momento in cui ti rendi conto che qualcosa diventa decorativo se ne rende conto anche il pubblico. Il dispositivo per non risultare invasivo deve essere parte integrante di una drammaturgia. Per noi la tecnologia è drammaturgia. Se qui tutto passa come se fosse visto dall’occhio di una videocamera è perché volevamo dare l’impressione che fosse una sorta di audition, una dimensione che gli attori della compagnia conoscono molto bene, dato che fanno continui casting. E il bravo attore, se vuole ottenere la parte, sa che deve reinventarsi ogni volta tenendo conto di chi gli siede di fronte, capisce non tanto cosa ma come raccontare di sé.

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E dopo tutto questo parlare d’immagini, un vostro progetto cinematografico…

D., E.: Lo vogliamo fare e lo diciamo da tanto. Ma c’è bisogno di tempo, di pazienza e soprattutto non abbiamo intenzione di passare attraverso la macchina cinema. Abbiamo un sogno cinematografico: ci piacerebbe realizzare un film con tutti gli attori con cui abbiamo un tratto di strada e che non riusciamo più a coinvolgere.

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