La bellezza è speranza - Intervista a Abderrahmane Sissako

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Servizio pubblicato su FilmTv 21/2015

La bellezza è speranza - Intervista a Abderrahmane Sissako


Ospite d’onore al festival del cinema africano, d’Asia e America latina, giurato a Cannes 68, artefice di una delle pellicole più importanti della stagione, Timbuktu, l’autore mauritano racconta a Film TV il (suo) mondo e il (suo) cinema...

L’approccio è sereno, disteso, quasi serafico. Nonostante i problemi sul tavolo siano impegnativi: immigrazione, scontro di civiltà, integrazione, ruolo della cultura e del cinema in particolare. Eppure lui, Abderrahmane Sissako, riesce ad affrontarli con grazia, quasi con la stessa dolcezza che chi ha visto i suoi film conosce bene. Noi lo abbiamo incontrato in occasione del Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina (tenutosi a Milano dal 4 al 10 maggio), poco prima che partisse per Cannes dove, forte anche del successo del suo ultimo lavoro Timbuktu, candidato agli Oscar 2015 come miglior film straniero, ha indossato i panni di presidente di giuria della Cinéfondation che ha assegnato il premio al miglior cortometraggio.

Qual è il ruolo che il cinema africano può avere all’interno del panorama internazionale?
Premesso che le generalizzazioni non sono mai positive, soprattutto nel definire identità così diverse come sono quelle che compongono la cinematografia di questo continente, il fatto che l’Africa sia poco rappresentata è una realtà. E nella maggior parte dei casi l’immagine che se ne dà è quella di una terra povera e lacerata da conflitti. Il che è vero solo fino a un certo punto: per chi non ha paura di guardarla da vicino, l’Africa è anche molto altro. Purtroppo, però, gli africani stessi non sanno valorizzarla quanto dovrebbero, affascinati, se non addirittura dominati, come sono dall’immaginario più prettamente occidentale, nei confronti del quale soffrono anche un certo senso di inferiorità.

Eppure il cinema potrebbe essere l’ambito in cui riqualificare e riposizionare la visione dell’Africa all’interno dell’immaginario collettivo.
Assolutamente. Lo stesso vale anche per la religione. Prendiamo per esempio il caso di Timbuktu: in molti mi hanno accusato di aver firmato un film troppo indulgente nei confronti delle frange più integraliste. La verità è che l’Islam stesso è rimasto vittima di una propaganda che non gli appartiene, oltre che di un approccio manicheo secondo cui le persone così come le religioni possono essere o solo buone o solo cattive. Per questo, secondo me, è assolutamente necessario che l’Islam riesca a riposizionare correttamente l’immagine di sé verso l’esterno, prendendo nettamente le distanze da certi estremismi che non lo contraddistinguono. Resto convinto che se qualcosa di violento e offensivo viene fatto in nome di un Dio, quest’ultimo in realtà è solo un pretesto.

E in effetti una pellicola come Timbuktu offre una visione più sfaccettata della questione. Più in generale, quale deve essere il ruolo del cinema all’interno dello scontro fra civiltà e fedi diverse come quello che stiamo vivendo?
Resto convinto che non spetti al cinema il compito di risolvere i problemi, sebbene possa ricoprire un ruolo fondamentale nel sensibilizzare le coscienze e l’opinione pubblica su temi che hanno urgentemente bisogno di un approfondimento. Certo, se il cinema non è visibile, non vive; e se non vive, è autoreferenziale e sterile. Per questo è importante che ciò che viene prodotto in Africa sia conosciuto anche da chi quella terra la abita, ma questo vuol dire emanciparsi da una produzione occidentale imperante e invasiva, per concentrarsi sulle proprie di risorse.

Cosa pensa della complessa e controversa situazione dei migranti, di cui tanto si dibatte negli ultimi anni?
Il problema è che le autorità politiche pensano di poter affrontare la questione semplicemente mettendo a disposizione soldi; questo dimostra una certa miopia da parte loro, e non solo. Al contrario, bisognerebbe affrontare di petto le cause che stanno a monte; prendiamo per esempio il caso libico: chi ha deciso di spaccare questo paese ha responsabilità che non si possono ignorare. La miseria ha sempre una radice ben individuabile.

Ma nei paesi devastati dalla povertà e dalla fame, ha senso comunque investire in cultura?
Voglio chiarire una cosa: l’Africa non è povera; al contrario, è vittima della propria ricchezza. Per questo è ancor più responsabile di ciò che le sta accadendo. Naturalmente sono ben consapevole della gravità delle parole che ho appena pronunciato, ma così è, anche se è necessario un forte cambio di prospettiva per digerire una tale considerazione. Chiarito ciò, credo che se un paese, qualunque esso sia (e, sebbene mi dispiaccia dirlo, in un’eventuale lista rientrerebbero anche alcuni stati europei), non investe in cultura, educazione e sanità, manca di lungimiranza e per questo è destinato ad appassire.

Da regista, cosa pensa che servirebbe al cinema africano per poter emergere davvero?
La consapevolezza della bellezza. Di sé, della propria terra e soprattutto della propria gente, che è fragile e forte nello stesso tempo, coraggiosa e testimone di un’incredibile dignità. La bellezza è la speranza.

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