La giusta distanza - Intervista a Agostino Ferrente e Gianfilippo Pedote

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La citazione

«You Cannot Be Serious! (John McEnroe)»

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Rinaldo Censi

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Servizio pubblicato su FilmTv 40/2019

La giusta distanza - Intervista a Agostino Ferrente e Gianfilippo Pedote


Selfie di Agostino Ferrente ha inaugurato la rassegna di incontri e masterclass organizzata da Film Tv Lab e Cinema Beltrade: la nostra chiacchierata con il regista e il produttore.

Film parlato e altri racconti è un progetto che ufficializza una collaborazione già in atto, quella tra Cinema Beltrade e Film Tv/Film Tv Lab, realtà che, ciascuna a proprio modo, si impegnano a cercare nuovi modi di mostrare e far parlare il cinema. Il titolo, dagli echi deoliveiriani, è in realtà preso in prestito dall’omonima raccolta di Irène Némirovsky, e ci sembra non crei equivoci rispetto alle intenzioni: quello che proponiamo sono una serie di incontri, a cadenza libera, tra un film e chi lo ha reso possibile; incontri da cui provare a trarre un racconto, appunto, che è il risultato di un incrocio di sguardi e di punti di vista (quelli del pubblico, degli ospiti, e i nostri). I primi con cui abbiamo avuto occasione di dialogare, la sera di sabato 7 settembre e la mattina di domenica 8, sono stati Agostino Ferrente e Gianfilippo Pedote, rispettivamente regista e produttore di Selfie.

Vorrei sapere da Agostino com’è nato questo film, e chiedere a Gianfilippo quale sia stata la sua reazione quando gli è stato chiesto di farne parte.
A.F. Selfie nasce grazie ai finanziamenti di ARTE France che, cavalcando l’onda del successo di Gomorra, voleva da me un film che raccontasse i giovani camorristi. Un’operazione immorale, se pensata in termini documentaristici, perché con la scusa della denuncia tu speculi sulla realtà che dovresti contrastare. Come ti poni davanti a un ragazzino arruolato dalla mafia? Filmandolo in un certo senso lo esorti a delinquere, a compiere al meglio il crimine, proprio perché condizionato dalla presenza della mdp. Ho accettato la loro proposta ma poi ho realizzato il film che volevo io, concentrandomi cioè su due adolescenti che, pur crescendo in un contesto difficile, non vogliono fare i camorristi. La mia volontà, però, era anche di non mostrarli come vittime. Quei lavori che adottano questo taglio inconsciamente fanno un servizio alla mafia; il messaggio implicito che veicolano è che, se ti opponi, diventi una lapide. Se proprio dobbiamo pensarla in questi termini Alessandro e Pietro, i protagonisti di Selfie, sono vittime della repubblica italiana in quanto cresciuti in un contesto dove lo stato non garantisce il diritto all’istruzione. Seppur la costituzione preveda che non dovrebbero frapporsi ostacoli all’educazione, in certi ambienti il sistema scolastico, per come è pensato, non permette a quei ragazzi con difficoltà, che non hanno l’opportunità di essere seguiti dai genitori (perché prividei necessari strumenti culturali o economici - e, perciò, impossibilitati a pagare ore di ripetizione), di proseguire gli studi. In un ambiente come il rione Traiano, in cui ho girato, l’ammortizzatore sociale che ti dà lavoro è la criminalità: diventi bassa manovalanza per la camorra.
G.P. Quando Agostino è venuto da me il progetto era già in fase avanzata. Avendo una connaturata incoscienza l’ho abbracciato subito con molto entusiasmo. Sono operazioni, queste, da cui non puoi aspettarti chissà quali risultati economici, però la vita non è fatta solo di cifre. Selfie mi ha dà continue gratificazioni soprattutto da un punto di vista morale, mi piace il rapporto che istituisce con il pubblico.

È un film che, anche rispetto a quanto detto da Agostino, parte da un riposizionamento, e chiede allo spettatore di fare altrettanto.
A.F.
Napoli è sottoposta a un ininterrotto accanimento mediatico che ha generato una nuova cartolina: le periferie, la speculazione, le Vele, Ponticelli... Ciò che mi interessava non era inquadrare quello che ormai è patrimonio del nostro immaginario, ma gli occhi che vedono quei posti, gli occhi della gente che vi è nata e che ci vive felice, senza nutrire invidia sociale o acrimonia verso il mondo.
G.P. Nei dibattiti la gente ci chiede spesso cos’è accaduto ad Alessandro e Pietro dopo le riprese del film. Ciò che mi sento di dire è: qual è la risposta che vi piacerebbe ascoltare? Forse speriamo nell’happy ending, confidiamo che quei due ragazzi possano riscattarsi da un destino segnato; però questa curiosità denota un atteggiamento di superiorità verso ciò che stiamo vedendo, dettato dal fatto che ci piace pensarci distanti dalle situazioni difficili.
A.F. Quello che dice Gianfilippo è molto importante perché racconta il rapporto tra noi e la narrazione che si fa della realtà, una narrazione che condiziona il nostro agire. Pensiamo al caso di Davide Bifolco, che è stato l’impulso a farmi dirigere Selfie. Davide era in motorino, senza casco, un’infrazione molto diffusa al sud. Fosse stato intercettato in un quartiere bene, non sarebbe successo nulla. Purtroppo viveva al rione Traiano, venne scambiato per un delinquente e colpito a morte da un carabiniere. Nascere povero non è uno svantaggio, ma una colpa: di questo era colpevole Davide, che non aveva commesso nessun crimine.

Stando a quello che dite, quindi, il cinema, soprattutto quello che ha a che fare con il reale, dovrebbe innanzitutto disinnescare ogni forma di stereotipo.
A.F. Una volta chiesi a Leonardo Di Costanzo se fosse possibile fare un film su qualcuno che non ami. Mi disse di no e sono d’accordo con lui. Io faccio film di innamoramento. La mia ambizione sarebbe quella non di filmare ma di modificare la realtà, in qualche modo ripararla. Ho avuto l’opportunità di lavorare con Grifi e De Seta e mi piacerebbe fare film come Anna e Diario di un maestro: entrambi partono da un artificio, provocano una situazione, ma quello che poi mostrano è completamente vero. Lo stesso che è successo con Borinage di Joris Ivens e Henri Storck: dovendo filmare uno sciopero hanno pensato di mettere in scena un corteo che poi è diventato il più grande di quell’epoca. Si tratta di fiction o di realtà?
G.P. Lo stesso accade anche in moltissimo cinema di finzione, quando per esempio un regista cerca di far accadere qualcosa di non previsto in sceneggiatura, di creare le condizioni per alterare, sempre nel rispetto e nella tutela di chi stai coinvolgendo, la recitazione di un attore al fine di cogliere un barlume di verità. Ci sono due film, quasi coevi, che per me rappresentano gli esiti estremi di questo processo: da un lato Già vola il fiore magro di Paul Meyer e dall’altro Mondo cane di Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi. Mentre il primo racconta la crudeltà dell’emigrazione, quella degli italiani in Belgio, a stretto contatto con i soggetti rappresentati, l’altro si accosta a una realtà senza averci nulla a che fare, cercando soltanto di metterne in luce i lati pruriginosi (che oggi è la tendenza predominante). Tra i due approcci io mi sento in dovere di demonizzare Mondo cane innanzitutto per esorcizzare gli istinti voyeuristici dentro di me.


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Matteo Marelli

Nota biografica in forma di plagio (Io copio talmente tanto che neppure più me ne accorgo):
pensierino della sera:
«Il critico non fa il cinema, ci va. La sua grandezza – non il suo limite – è questa: teniamocela stretta»
buon proposito del mattino:
«Il critico se vuole uscire dalla marginalità deve inventarsi nuovi modi di scrivere, parlare, far passare il cinema, il pensiero che il cinema mette ancora in forma»

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