La questione John Cage

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La citazione

«Quando chiesero a Marx cos’è la dittatura del proletariato rispose: ”la Comune di Parigi, perché ha abolito l’esercito e la polizia”. Poi vennero i Soviet e Solidarnosc. Questo è il movimento. Non nacquero per caso. (C.L.R. James)»

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La questione John Cage


Botta e risposta tra Dario Agazzi e Alberto Pezzotta. Tema: Cage 'mattacchione Dalì della musica'

Nel n° 44 di FilmTv Dario Agazzi, nella sua rubrica Invito all'ascolto della musica contemporanea, delineava un ritratto del compositore statunitense John Cage, che riportiamo per intero:

Schönberg, che ebbe come allievo John Cage, dichiarò che questi non fosse un compositore, ma un inventore: di metodi per non comporre. Terminata la bagarre novecentesca, si può concordare con Schönberg. Cage rappresentò la rottura delle gabbie strutturaliste in cui i compositori s’erano imprigionati. Paradossale: il suo cognome significa “gabbia“. Ma gli espedienti di cui fu artefice - sebbene i prodromi siano già in Erik Satie -, la serietà con cui s’espose (senza tralasciare la passione per la micologia) sono oggi giudicati severamente dal fatto che il nome di Cage è citato spesso, ma la sua musica è di rado eseguita. Ebbe ragione Mike Bongiorno, dal quale Cage fu ospite a Lascia o raddoppia?, affermando fosse auspicabile che Cage restasse, e non la sua musica? Non è così semplice. Del resto, una musica che fa a meno della musica (la partitura 4’33’’ è costituita da tre movimenti di silenzio per un totale di 4’33’’: 4 corrispondeva ai minuti e 3 ai secondi sulla macchina da scrivere; una boutade) o ne renda buffonesco il gesto (manopole di radio girate in sincrono, pianoforti con oggetti, happening) può condurre a due strade: la schiera d’epigoni (da Simonetti a Chiari, da Marchetti a Castaldi, da Kagel a Schnebel, etc.) o chi, saggiata la “casualità” di ciò che ci attornia, chiuda con tali approcci. Pur non scordando che il Caso (o la Provvidenza?) domina anche la musica. E se per taluni - come il citato Paolo Castaldi - Cage fu il bivio fra la «scelta di non comporre più» o la «creazione» d’un mondo sonoro fatto di ritorni citazionisti a un fantomatico passato (il “postmoderno”), oggi si resta sbigottiti da una lettura così hegeliana della storia: ineluttabile. Il silenzio (mistico?) di Cage è un cimelio, comprensibile nel suo contesto. Un quadro di Dalì - a cui un tale von Lewinski l’accostò assurdamente nel 1958 - ci rivela invece turbata la nostra ambiguità. Anche dopo Cage, il florilegio di linguaggi compositivi non rischiò certo d’esaurirsi nel silenzio.

La settimana successiva, nella rubrica Il sassolino del n° 45, Alberto Pezzotta tornava sull'argomento, rispondendo ad Agazzi con queste parole:

Povero John Cage, nel 2017 ridotto ancora a «mattacchione» della musica, come scrive Dario Agazzi su Film Tv n. 44/2017. Possibile che il colto Agazzi ignori l’ispirazione zen di Cage, e il fatto che il famigerato pezzo silenzioso, 4’33”, in realtà silenzioso non è, dato che invita ad ascoltare i rumori del pubblico che tossisce, del pianista che si sposta sulla sedia e gira lo “spartito”, etc.? E poi: poco eseguito John Cage? Nelle sale da concerto italiane, magari. Ma provate a cercare su qualunque sito online e sarete sommersi di cd. E mica di happening e buffonerie. Cage ha composto tanta musica, diciamo così, tradizionale, con le note sul pentagramma, e che richiede anche un certo virtuosismo. Tutti gli splendidi pezzi per pianoforte preparato (che hanno insegnato a mettere viti e gomme nella cordiera a tanti, da Tom Waits in giù). Per non parlare di una serie di brani, da In a Landscape a Dream, melodici e trasognati, su cui gente come Harold Budd e Brian Eno ha costruito una carriera. Cage che nel 1939 manipola dischi e giradischi anticipando il turntablism e Christian Marclay. Cage che è stato amato ed eseguito da Demetrio Stratos, Carla Bley, Robert Wyatt, Jack Bruce e Cathy Berberian, che era moglie di Luciano Berio e conobbe Cage nella Milano del 1959 di Lascia o raddoppia? (e pare che Cage vinse il premio massimo del quiz di Mike Bongiorno perché qualcuno che lavorava alla Rai - si vocifera il futuro autore di Il nome della rosa - gli passò le risposte, per beneficiare un giovane genio squattrinato).

E la discussione non finisce qui.
Pubblichiamo infatti di seguito un testo inedito con cui Dario Agazzi ha voluto rispondere ad Alberto Pezzotta:

Vorrei ringraziare anzitutto Alberto Pezzotta per la capillare attenzione rivolta al mio ultimo articolo Cage 'mattacchione Dalì della musica' e fugare un equivoco: le definizioni di "mattacchione" e "Dalì della musica" - poste fra virgolette - non giungono dal sottoscritto, bensì da due citazioni: di Andreas Huschenbett ("mattacchione"), nella sua tesi di diploma discussa nel 1987 (che riportava i giudizi dell'epoca) e di Wolf E. von Lewinski ("Dalì della musica"), in una critica del 1958. Che dire? A rincarare la dose sul "mattacchione" c'è niente meno che il grande compositore Franco Donatoni, nel volume a lui dedicato (Ed. EDT, Torino 1990): "Cage è soltanto un musicista californiano, un mattacchione" (p.19). Verissimo quanto sottolinea Pezzotta: di rado eseguito, Cage, nelle sale italiane, è però molto pubblicato. Come pure è innegabile il fatto che abbia (anche) scritto musica "con le note". E che 4'33" metta in discussione i suoni allotri al contesto è ormai accademia. Ma quel che Schönberg buonanima sottolineò è che queste "note" di Cage siano davvero poco compositive: se lette, le sue partiture sono piuttosto deludenti. La sottigliezza del pensiero affidato all'opera scritta sfugge, unendosi al contesto che l'ha ispirata. Senza questo contesto - insomma: senza Cage - l'opera stessa finisce per essere erosa dal tempo, apparendo fragile. Cosa che non può succedere alle partiture di autori certo meno conosciuti di Cage, ma dal pensiero eminentemente più musicale. Antoine Goléa scrisse nel 1958: "Cage ha lo spirito e il volto di un tragico clown; vedendolo non si può non pensare a Buster Keaton". Già. Ma di Buster ne abbiamo avuto uno. Inarrivabile. Soprattutto: inimitabile.  

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