Lino Guanciale: Il caso di La classe operaia va in paradiso

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Lino Guanciale: Il caso di La classe operaia va in paradiso


Dal film di Elio Petri al teatro: una trasposizione diretta da Claudio Longhi e il cui motore è stato Lino Guanciale. Lo abbiamo incontrato in occasione delle repliche al Piccolo Teatro Grassi.

Il film diretto da Elio Petri (Mauro Gervasini e Rinaldo Censi su FilmTv n. 28 del 2018 ricostruiscono il contesto e le reazioni che il film suscitò all’epoca della sua uscita) riprende vita grazie all’omonimo spettacolo teatrale prodotto da ERT e costruito attorno alla sceneggiatura originale di Petri e Ugo Pirro con inserti che fanno riferimento alle condizioni lavorative attuali. Diretto da Claudio Longhi, su drammaturgia di Paolo Di Paolo, è interpretato da Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo e Filippo Zattini. In occasione delle repliche al Piccolo Teatro Grassi (dove La classe operaia va in paradiso è in scena fino al 20 maggio per poi chiudere la tournée al Teatro Argentina di Roma dal 22 al 25 maggio) abbiamo incontrato Lino Guanciale che oltre a dare anima e corpo a Lulù Massa è stato il motore di questa trasposizione.

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Hai voluto fortemente questo spettacolo. Ci racconti le ragioni?
Sì, me la sono proprio andata a cercare... Lavoro con Claudio Longhi da 15 anni e il nostro è più che un rapporto tra regista e attore, siamo compagni di strada, in questi anni abbiamo condiviso tutta la progettualità, dando priorità al nostro lavoro, agli obiettivi che avevamo, per esempio, sul fronte della formazione del pubblico, l’impegno nella didattica, insomma siamo decisamente uniti e allineati. Sicché quando Claudio ha fatto domanda per diventare direttore di ERT ha dovuto accludere un’ipotetica progettualità triennale per il teatro e uno dei temi che campeggiava era quello del lavoro. Siccome accarezzavamo da tempo l’idea di portare a teatro un classico cinematografico italiano, mi ha chiesto se mi veniva in mente un qualche titolo del nostro cinema incentrato sul lavoro e di getto ho porposto La classe operaia va in paradiso.

Perché è un tuo film del cuore?
Sì, lo è. Penso sia un film strano che ha il suo fascino anche nel non essere completamente risolto. L’ho visto la prima volta intorno ai vent’anni e già allora - al di là dell’affezione per i grandi protagonisti, Volontè, la Melato, Randone e per i loro pezzi di bravura nel film – mi avevano colpito, già allora, tutte le sequenze di interno familiare. Non sono tante nel film, ma sono tutte simili, con le famiglie raccolte attorno al televisore, inquadrato da dietro, e intontite dalla tipica luce azzurrina dei caroselli televisivi (questo è il motivo per cui tutti i costumi sono virati al blu nello spettacolo per citare proprio questa opacizzazione all’azzurro della fotografia degli interni familiari del film). In quell’immagine potentissima, in questi interni risiede, a mio parere, il côté profetico più forte del film, quello che preconizzava il compimento di quella trasformazione da persone a consumatori che negli anni 70 decisamente esplode, come se Petri ci dicesse che questo è il futuro. E in effetti se oggi a quella luce azzurrina sostituisci quella biancastra degli smartphone o dei tablet, ti rendi conto che siamo al compimento di questa trasformazione per cui valiamo come numeri, come big data per le grandi case di produzione dei prodotti più vari e che la nostra felicità si situa nel consumo di beni non necessari.

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Il prologo fa un excursus sull’intera storia operaia portandola fino a noi con il riferimento agli operatori dei call center e ai lavoratori di Amazon...
Il prologo e le canzoni che intervallano alcuni dei quadri sono gli inserti in cui abbiamo cercato di creare dei ponti di attualizzazione più forti per il pubblico. Peraltro nelle canzoni – che sono tutte di Fausto Amodei - sono intervenuto direttamente, perché accanto alle strofe originali che parlano di quell’epoca, abbiamo aggiunto strofe nuove in cui si parla di Cococo e Cocopro che ho scritto io perché questa è una compagnia in cui storicamente noi attori abbiamo sempre fatto di più che soltanto recitare. Si tratta di un lavoro che sento molto mio in tutti i sensi anche per quella che è la parte autoriale che la compagnia ha sempre perseguito.

Nello spettacolo Petri e Pirro sono essi stessi personaggi. Questo permette di rievocare le feroci polemiche che il film suscitò alla sua uscita, ma servono anche a ricostruire il contesto politico e sociale degli anni 70...
Esatto. Quando io e Claudio abbiamo cominciato a parlare del progetto ci siamo detti subito che era insensato fare la versione teatrale della sceneggiatura sic et simpliciter. L’occasione diventa importante se mettiamo su una specie di cantiere su La classe operaia va in paradiso trattandolo come caso. Il caso di un film coraggioso che parte come un film normale di cui si scrive la sceneggiatura, la prima in romanesco e sono certo che se fosse andata in allestimento questa versione non sarebbero venute fuori tutte queste polemiche, anzi, forse, sarebbe stato un film più amato nell’immediato dalla critica, più fortunato sotto molti punti di vista perché leggendo la sceneggiatura romana si ha la sensazione di avere davanti una bella commedia all’italiana. Invece Petri e Pirro decidono di mettersi decisamente in discussione andando sul set al Nord e reinventandoselo praticamente tutti i giorni a contatto anche con gli operai veri. Perché il film è stato girato in una fabbrica dismessa in cui operai ed ex operai sono stati assunti come comparse e quindi questi, per finta, si sono trovati a fare lo stesso lavoro che facevano davvero fino a pochi mesi prima. Questo film coraggioso è incorso in una tale massa di critiche di diversa natura da farne un caso molto interessante. Probabilmente - questa è la nostra interpretazione - ha dato fastidio come se fosse una Cassandra, cioè è stato in grado di dire, magari in modo discutibile, cose talmente dirompenti soprattutto per chi era abituato ad agitare l’operaio come un vessillo ideologico, da non poter che essere oggetto di odio. Tutti si sono sentiti chiamati in causa e nessuno è rimasto contento del ritratto che è stato fatto perché il film metteva un po’ tutti in mutande di fronte a un tema fondamentale: ma li conosciamo o no questi uomini che fanno gli operai? O procediamo soltanto per l’idealizzazione che abbiamo della categoria?

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E gli inserti legati all’attualità?
Siccome a noi interessava portare in scena il caso abbiamo voluto da subito costruire un copione - e ne abbiamo parlato con Paolo – che rendesse conto della ricezione dell’epoca e anche della ricezione di oggi. Nello spettacolo ci sono delle parti fatte da spettatori contemporanei, nel senso che abbiamo fatto vedere il film a campioni di pubblico diversi (sedicenni, operai in pensione, operai di oggi, imprenditori...) e alcune scene le abbiamo costruite a partire dai commenti che costoro ci hanno dato sul film, perché ci premeva conoscere le loro reazioni. A noi interessava costruire un’opportunità di riflessione su un oggetto che tanto è stato criticato e nell’occhio del ciclone allora, ma tanto ha da dire anche oggi come oggetto problematico, non come bel film...

Avete optato per una recitazione mimetica e la tua interpretazione risulta essere un grande omaggio a Gian Maria Volonté.
Ho cercato allo stesso tempo di tenere presente l’originale perché non si poteva prescindere dall’interpretazione di Volonté, ma ho cercato in alcuni momenti, soprattutto nella prima parte, di scurirlo maggiormente, di renderlo “più brutalmente felice” e consapevole di essere il primo della classe in fabbrica perché mi sembrava che renderlo più aggressivo e meno, diciamo così, bonario con i compagni - nonostante ci sia un conflitto aperto nel film tra lui e i compagni, ma più degli altri con lui che non viceversa - avvicinasse alla situazione attuale in cui certi meccanismi di competitività feroce sono ormai talmente integrati da rendere davvero legate la gratificazione al compiacimento assoluto degli interessi del padronato, anche se si tratta di piccoli caporali che ti prendono i tempi mentre lavori.

Di tanto in tanto esci dal personaggio come a prendere coscienza del tuo ruolo...
Il marchio di fabbrica della compagnia è il riferimento a Brecht e tutto lo spettacolo ha una struttura brechtiana: procede per frammenti, sono innestati testi che non sono l’originale, le canzoni fanno da commento e da anticipazione. Quindi, anche per scollare dall’interpretazione di Volonté e in generale dal film, ho cercato di sfondare un po’ il personaggio alternando la voce scura (anche esageratamente) a momenti di voce chiara, la mia, che ho individuato come quei momenti in cui mi interessava che lo spettatore, insieme a me, si interrogasse su cosa stava succedendo.

Da attore sembri prediligere la forma corale. Penso anche a Ragazzi di vita di Massimo Popolizio. Una scelta per nulla scontata...
Faccio pure dei recital da solo, come tanti colleghi amo anch’io frequentare il confronto face-à-face con il pubblico, però credo molto nell’allestimento corale, nel far parte di gruppi, peraltro questo è il mio gruppo storico. Ci credo tanto anche perché, secondo me, ragionare in termini di categoria è importante per noi attori. Fra l’altro faccio parte di una generazione di attori che vengono dal teatro e noto che, da questo punto di vista, abbiamo un po’ tutti la stessa testa. Penso a Vinicio Marchioni o a Francesco Montanari che, come me, amano molto lavorare in compagnie e non soltanto fare cose da soli perché la potenza del gruppo in scena è il veicolo con il quale puoi dire le cose più importanti. Si ammettono eccezioni, ma il teatro è una cosa che si fa insieme.

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In questo periodo sei al cinema con Arrivano i prof di Ivan Silvestrini.
Siamo tutti contenti, sta andando molto bene...

Tu peraltro sei stato davvero insegnante in un’altra vita...
Sì e continuo a farlo, appena posso cerco sempre di insegnare in contesti vari, o ad allievi attori di qualche corso o accademia, o attraverso incontri nelle scuole con ragazzi perché credo tanto nella didattica come strumento di crescita per il pubblico, ma anche per l’attore perché certe cose le capisci quando le racconti, quando le spieghi. E capisci anche un po’ come è bene recitare per il pubblico di oggi quando incontri i ragazzi che sono impietosi, o li prendi o sei finito... Sicché nel film, che è molto leggero, una farsa di ambientazione scolastica, mi sono trovato a sdrammatizzare quello che faccio seriamente quando vado nelle scuole per cercare di fare alfabetizzazione teatrale.

Sul lato fiction quando ti rivedremo nella seconda stagione di La porta rossa?
A febbraio 2019. Il 27 maggio chiudo le repliche di La classe operaia al Teatro Argentina e il 28 maggio attacco a Trieste le riprese di La porta rossa 2. Sono molto contento delle sceneggiature, secondo me è stato fatto un bellissimo lavoro da parte del team di Lucarelli e Rigosi.

E sei protagonista anche di un video musicale...
Ruben Coco è un mio amico da quando andavamo alla scuola media, è di Avezzano come me. È un cantante bravissimo e adesso ha un gruppo di musicisti con cui sta facendo cose belle e potenzialmente davvero interessanti. Mi ha chiesto di fare il video di una sua canzone, Non sei più con me, e una mattina alle 6 siamo andati nella piana del Fucino che sembra la piana di Alambrado, tutta ventosa, e abbiamo girato il video con dei ragazzi molto in gamba, sempre miei conterranei. È tutto a km zero, made in Abruzzo. Sono stato molto contento di farlo perché per me mantenere i rapporti con gli amici che conosco da quando sono piccolo è importante.


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