Lucio Battisti: La batteria, il contrabasso eccetera

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Una coppia, Manhattan. È nel prossimo film di Woody Allen, atteso a fine novembre nelle sale italiane. Ma anche in questo film di culto, di cui recuperiamo la locandina scritta da Emanuela Martini.

Negli Usa è cominciata l'ottava stagione della serie da cui è partito il cosiddetto Arroweverse . Questa stagione sarà l'ultima e da noi arriverà l'anno prossimo. Nel frattempo riproponiamo la recensione della prima.

Immigrati in cerca delle proprie radici nella periferia di Istanbul: in La canzone perduta il giovane regista curdo, cresciuto in Turchia, scava nella propria autobiografia per raccontare un popolo senza stato.

La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

scelta da
Matteo Bailo

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Servizio pubblicato su FilmTv 09/2013

Lucio Battisti: La batteria, il contrabasso eccetera


Il 5 marzo 2013 sarebbe diventato, presumibilmente, uno splendido 70enne. E, ancor più probabilmente, avrebbe acuito il suo isolamento. Storia minima del più grande musicista della scena italiana dopo giuseppe verdi. Cosi è, se vi pare.

Nella Storia della Musica Italiana, dopo Giuseppe Verdi c’è stato solo Lucio Battisti. Tutti conoscono almeno un’aria verdiana, fosse solo il Brindisi della Traviata. Tutti conoscono un incipit battistiano, fosse solo l’uomo che, reso afono dalla fatica di spingere il carretto, gridava un sommesso «gelati». La musica di Verdi è meravigliosa suonata sia alla Scala sia da una scalcinata banda di paese. La musica di Battisti è meravigliosa sia reinterpretata da una sofisticata Petra Magoni sia strimpellata alla chitarra da un gruppo scout. Uomo difficile, compagno di classe silenzioso, collega che ci evita nelle pause caffè. Rivedendo in Rete i suoi pochi interventi televisivi si percepisce che Lucio prima o poi sarebbe scomparso. Il pubblico giovane di quei programmi lo ama, ma forse proprio perché sa di avere davanti un genio e non un burattino discografico gli fa domande scomode. E Lucio risponde, si giustifica, violenta la sua timidezza. Oggi Battisti 70enne sarebbe diverso? Avrebbe fatto ricorso ai social network, pur senza l’uso ossessivo di Vasco? Lucio non aveva paura della modernità, era curioso, si informava di tutto. Sempre più avanti degli altri. Nella psichedelia dei finali di Non è Francesca o Anna. Nella disco venata di R&B e soul di Io tu noi tutti e La batteria, il contrabbasso, eccetera. Nello sconvolgere l’Italia del 1982 che cantava con Al Bano Felicità proponendo E già, un disco completamente elettronico come solo in Gran Bretagna si iniziava a farne. Nel suo isolazionismo Battisti aveva coltivato un’invidiabile dote: l’imperturbabiltà. Gli dicevano di tutto, da lui mai una risposta. Lo accusavano di essere fascista perché non toccava temi politici e in Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi... cantava delle «discese ardite». E negli Anni 70 bastava il più stupido degli aggettivi a scatenare immagini di salti nel cerchio di fuoco e di parate al Foro Italico. Ma nessun ottuso fascistello spaccone avrebbe poi cantato quella dichiarazione da inetto sveviano che chiude I giardini di marzo: «Il coraggio di vivere quello ancora non c’è». Forse a Battisti i testi non interessavano neppure. Erano solo sillabe come note da emettere con lo strano strumento che era la sua voce sgraziata. In Anima latina, soprattutto, Lucio teneva basso il volume della sua traccia vocale. Diventava uno strumento annegato tra gli altri. Per questo Battisti, a differenza del suo pubblico più reazionario, non avrà subìto traumi nel passare dalle storie del quotidiano minimalista di Mogol, simili a racconti di scrittori americani, ai funambolismi autobiografici di Panella nei cinque Dischi Bianchi. Dischi poco amati dai vecchi fan, ma straordinari, il definitivo superamento della forma canzone alla quale Lucio mirava da sempre. Battisti fu più sperimentale nei suoi primi pezzi che nei Dischi Bianchi, nessuno dei quali è in realtà così difficile quanto Anima latina, lavoro che dovrebbe essere considerato un punto di non ritorno per la musica italiana. Invece la finta semplicità di cui la genialità battistiana sapeva rivestire un faticoso lavoro di ricerca, ha fatto sempre credere a orecchie poco esperte che il Battisti di un tempo fosse più cantabile. Fate una prova. Riascoltate I giardini di marzo, cercate di non sentire la voce di Lucio, cercate di cancellare la batteria e le chitarre e nel ritornello concentratevi solo sugli archi che disegnano una scala celeste che pare non avere mai fine e raggiunto un cielo salgono al successivo. Nemmeno Samuel Barber. O ascoltate per una volta seriamente il più noto pezzo da falò, La canzone del sole e scoprirete che quei quattro accordi di chitarra che aprono il pezzo e che fanno la gioia di ogni chitarrista vengono riproposti in una serie impressionante di variazioni. Sono dieci canzoni in una. Battisti ogni quattro giri canta in maniera diversa, rallenta, accelera, sussurra, grida, rimprovera, implora. È un rigagnolo di quattro accordi che diventa stagno, ruscello, lago, fiume impetuoso, mare calmo con «l’acqua verde, le rocce e il bianco fondo» e infine un «mare nero» che fa paura con le sue «onde grandi». Fatelo, e non oserete più toccare una chitarra.

  • Battisti Mogol

    Non c’è riproducibilità tecnica che tenga: l’alchimia Mogol/Battisti è qualcosa di irripetibile, di sacro, di rivoluzionario, in un mondo in mi settima stanco di bolle blu, dei soliti accordi e di voci da operetta pucciniana. I due demoliscono lentamente i capisaldi della civiltà e del pentagramma occidentale: la penna di Mogol castiga preti, bacchettoni, maschilisti e predilige le intermittenze del cuore ai rassicuranti focolari, mentre le note di Lucio alitano di blues, di soul, di fughe di Bach dalle melodie nazionalpopolari. Quindici anni insieme bastano a trasfigurare per sempre il Belpaese delle canzonette e a rendere oramai di uso comune leggi poetiche come «lo scopriremo solo vivendo», ma il genio di Battisti sopravviverà di nuovo a se stesso grazie a Panella mentre il buon Giulio Rapetti si perderà piano piano fra cervi a primavera e canzoni stonate. 

    Cecilia Ermini
  • Battisti Panella

    «Quando eri comunista davi del fascista a Mogol e dell’anarco decadente a Panella» ricordano i Maisie in Balera metropolitana. Quel che decade, nei testi del paroliere di «trottolino amoroso», è il soggetto lirico, la retorica di dolore e amore mercificata e cantata con chitarrina alla mano. Nei 5 Dischi Bianchi, mentre Battisti aggira la segnaletica del traffico musicale leggero (sarebbe stato contento Adorno), è il linguaggio sentimentale il protagonista, sono i modi abituali della canzonetta a balbettare, i luoghi comuni a trovarsi disorientati: Panella avviluppa gli automatismi della lingua, li inceppa, li reinventa, trova abissi di senso, verità, intorbidendo le acque troppo azzurre, troppo chiare della pop song.

    Giulio Sangiorgio
  • Un anno senza Dalla

    Mentre nelle sale cinematografiche si possono ascoltare le sue ultime fatiche - le colonne sonore di Pinocchio e, dal 14 marzo 2013, di Ameriqua - uno che lo conosceva benissimo ricorda gli ultimi attimi goduti in compagnia di un coetano di Battisti, che il prossimo 4 marzo - come tra l’altro recitava la sua più celebre canzone - avrebbe compiuto 70 anni.

    L’ultima volta che l’ho visto è stato dopo la sua scomparsa, nel cinema, enorme, del Teatro Greco del Festival di Taormina dove Marco Alemanno gli ha dedicato un’incantevole lettura di alcune sue prose siciliane: alle sue spalle la sua figurina inconfondibile, come quella di un cartoon, riempiva nelle foto dello stesso Alemanno il grande schermo. L’ultima volta che abbiamo parlato di cinema, in pubblico, è stato per The Tree of Life di Malick, dopo una proiezione - era un film che aveva amato molto per quella iperbolica escursione dalla nascita del mondo e dell’universo alla compressione psichica della nascita e dissoluzione di una famiglia. L’ultimo sms che ci siamo mandati - e che ho ancora in memoria - poco prima della sua morte, era su quel Sanremo, pessimo, che lo aveva spinto a qualcosa che non era nella sua natura e che assai raramente era portato a fare: un’esternazione di indignazione. Lucio Dalla era un cattolico praticante - l’ultima volta che abbiamo cenato assieme è stato con Vito Mancuso, di cui conosceva e apprezzava molto lo studio teologico - ma se avesse dovuto scegliere un culto pagano, sarebbe stato quello di un dio minore dell’ironia e della dolcezza, dello stupore e della chiacchera: tutte virtù che praticava con la stesso morbido virtuosismo delle sue canzoni migliori, dove non capisci se il segreto sia nella perfetta semplicità della musica o nella fiabesca concentrazione delle parole. L’anello mancante tra un Socrate bolognese e un Pinocchio - che nel tempo ha maturato la tenera saggezza di Geppetto. 

    Mario Sesti

Lucio Battisti: discografia di un genio

A cura di Cecilia Ermini

Dalle raccolte di singoli ai 5 controversi dischi bianchi con Panella, viaggio nella musica e nelle parole di un interprete e compositore sempre rivoluzionario.

  1. LUCIO BATTISTI (1969)/LUCIO BATTISTI VOL. 2 (1970)

    Dopo anni castrati e nascosti scrivendo per altri, finalmente la voce battistiana emerge e strapazza le leggi della fisica del bel canto. Maria, Linda e Luisa Rossi muse indimenticate (anche se in vendita Per una lira) in un tripudio soul/rhythm’n’blues che trasfigura completamente l’essenza dei brani precedentemente donati a Dik Dik ed Equipe 84 (tra i tanti).

    C.E.

  2. EMOZIONI (1970)

    Altro album antologico che raccoglie i trionfi del Festivalbar (Fiori rosa, fiori di pesco e Acqua azzurra, acqua chiara) e incisioni di vecchi brani come Non è Francesca (anche se la versione dei dimenticati Balordi era di pregevolissima, se non superiore, fattura). Tracklist caricata a pallettoni e si scala per la prima volta la vetta della classifica.

    C.E.

  3. AMORE E NON AMORE (1971)

    Lui, nella cover mystic/hippy, pare un trailer di Rino Gaetano. Su 8 pezzi, 4 sono strumentali con titoli chilometrici e sapori misti avant prog folk. Come follow up di Emozioni sembra un suicidio, e infatti resta in ghiacciaia Ricordi per quasi un anno. Il pezzo di apertura (la splendida Dio mio no) si fa pure censurare in radio. È il suo disco “maledetto”: ma vende a palate.

    F.M.

  4. LUCIO BATTISTI VOL. 4 (1971)

    Il disco della “ripicca Ricordi”: dopo aver fondato con Mogol la Numero Uno, Lucio è costretto a sfornare un disco per la vecchia etichetta che lo costringe a riesumare vecchi lati B, una cover di Endrigo (Adesso sì) e altre gemme sparse per jukebox, tra cui la rashomoniana Le tre verità, malamente coverizzata anni dopo dalla Bertè in quota Lavezzi.

    C.E.

  5. UMANAMENTE UOMO: IL SOGNO (1972)

    Brucia il falò delle melodie passate nell’emblematica copertina di Caesar Monti (fotografo di Lucio fino alla fine degli Anni 70) e brucian le chiese del perbenismo italiota. Donne super protagoniste: in forma pennuta tendenza Umberto Saba (Il leone e la gallina), cornuta (le Innocenti evasioni sgamate all’ultimo), materna (il carretto dei ricordi in I giardini di marzo).

    C.E.

  6. IL MIO CANTO LIBERO (1972)

    «Come può uno scoglio arginare il mare?» Mogol probabilmente allo zenith, melodie semplicemente complesse, monumentale lavoro di arrangiamenti tra discese ardite e altrettanto ardite risalite, gospel e proto new age, l’idea di studio come strumento da piegare al senso che esploderà due anni dopo. Tempera, Radius, Lavezzi, Dall’Aglio, tra i 20 (!) musici accreditati.

    F.M.

  7. IL NOSTRO CARO ANGELO (1973)

    Copertina shock, ancor oggi quasi osé. Apice: La collina dei ciliegi, subito sbattuta in faccia con nonchalance. Prova generale dell’ LP successivo, capolavoro eterno (nonsolopop): scrigno d’esperimenti (non tutti compiuti), schiaffo alla Chiesa (la title track). Gemma nascosta: Prendi fra le mani la testa che - non vogliatecene - Bertè/Lavezzi poi resero perfetta.

    F.M.

  8. ANIMA LATINA (1974)

    Considerato da Battisti un esperimento culturale, è IL capolavoro da isola deserta che fonde il calore musicale del Sud del mondo con le fredde latitudini del progressive rock di stampo inglese. Niente singoli, banditi i ritornelli, trionfo del mai abbastanza elogiato genio battistiano e non a caso qui la voce (e le parole) soffocano al cospetto di cotanta maestà.

    C.E.

  9. LUCIO BATTISTI, LA BATTERIA, IL CONTRABBASSO, ECCETERA (1976)

    Dopo l’orgasmo mediterraneo (echi nella splendida Respirando), il ritorno sulla Terra non può che essere secco (titolo dell’album, specchio perfetto) e colloquiale. Fin dalle prime battute di Ancora tu, si percepisce un Mogol semplice e carnale mentre l’America delle prime discoteche sbarca nelle chitarre di Radius e Ivan Graziani.

    C.E.

  10. IO TU NOI TUTTI (1977)

    Ascoltato su un’audiocassetta consumata durante un campeggio sui Colli Euganei. Si stava lì a ponderare il significato arcano di frasi come «adesso sono tranquillo come un’anatra sul lago» oppure a immaginarsi quel gran genio del suo amico che regolava minimi alzandoli un po’. Senza contare che l’«evitare le buche più dure» ci suonava profetica…

    G.A.N.

  11. IMAGES (1978)

    Fallimentare e inutile disco in inglese: liriche malamente tradotte, pronuncia titubante, scarsa promozione e il colpaccio riuscito alla PFM solo qualche mese prima (alle falde della top 100 Usa) non si ripete. Da ripescare, nei meandri di YouTube, Baby It’s You, scartata variazione di Ancora tu che sembra anticipare Gary Numan e tutto il synth pop addavenì.

    C.E.

  12. UNA DONNA PER AMICO (1978)

    Di nuovo la Donna selvaggia donna al centro e questa volta le declinazioni si sprecano: nell’impossibile amicizia della title track, nel corpo di celluloide di Faye Dunaway (Al cinema), nel dolore di un addio (Prendila così). Un po’ di stanca, ma è sufficiente lo struggente valzer di Perché no a consumare la puntina.

    C.E.

  13. UNA GIORNATA UGGIOSA (1980)

    Il disco che inaugura gli Anni 80. Ritmi stretti. E Con il nastro rosa. Una di quelle canzoni proverbiali, da manuale dei modi di dire. Una di quelle che, cantandola, ti ricorda la striscia di Andrea Pazienza Le ombre di fantasmi nella notte, con il soldatino tedesco che si chiede: «Ma ke si kanteranne mai, dike ie?», e l’altro che risponde serafico: «Vakka pish!».

    G.A.N.

  14. E GIÀ (1982)

    Il primo disco dopo la frattura con Rapetti, quello in cui «fu faraonico, tra bumbe e rumbe tiepide», come (forse) confesserà in Don Giovanni. Quello che TUTTI odiano. Testi (ehm) di donna Velezia. Anticamera della metamorfosi panelliana: sciabole sintetiche, estetica beach plastic con vertice nell’antiepocale Windsurf Windsurf. Da risentire, un po’ meno risentìti.

    F.M.

  15. DON GIOVANNI (1986)

    «Don Giovanni è una pietra miliare. D’ora in poi dovremo tutti fare i conti con un nuovo modo di scrivere la musica» disse De Gregori. L’era Panella s’apre con un manifesto: sono Le cose che pensano, «prolungano te». Battisti riapre alla strumentazione non electro: un raffinato meltin’ pot pop dada che occhieggia a jazz, dance, classica. «Dopo di noi: il diluvio».

    G.S.

  16. L’APPARENZA (1988)

    Apoteosi dell’idillio, ma il pubblico si scolla: mentre Panella ricama i suoi più sublimi arzigogoli, per l’ascoltatore imparare gli appoggi su cui (provare a) canticchiare i brani diventa ordalìa. Fiumi di synth, drum machines, lacrime digitali: freddezza che scalda. La canzonetta è ormai postumana, ma è ancora l’amore a movere sole e stelle (su tutto: Specchi opposti).

    F.M.

  17. LA SPOSA OCCIDENTALE (1990)

    L’amore in techno, privo di color: gli archi s’estinguono, l’armonia è uno scheletro, il resto, tutto, è tastiera e batteria. Canzoni scanzonate, contro se stesse. Panella chirurgo: «Abbiamo un solo limite: l’amore che ci divide. Come la ragione, perché con la ragione si sopravvive a tutto, si distrugge il distrutto, ricostruendo a intarsi la copia fedele dell’innamorarsi».

    G.S.

  18. COSA SUCCEDERÀ ALLA RAGAZZA (1992)

    Spettro dub, funk, hip hop, tappeto sonoro glaciale. Stilizzazione melodica su cui si sdraia la voce svuotata di Battisti, ad articolare gli scioglilingua panelliani, insieme aulici e triviali, sciarade che a ogni ascolto producono un nuovo senso, cancellandone altri. In copertina C.S.A.R.: a sciocchi fan del significato a ogni costo ricordava Zar, estrema Destra.

    G.S.

  19. HEGEL (1994)

    Aprire con Almeno all’inizio, consapevoli che siamo «Alla fine (ti trovasti in un bel posto)». Le ultime 8 canzoni di Battisti, pop ludico e funebre, meccanico, scarno e ripetitivo, esausto e sublime: falsetti e cori in filastrocche sfregiate, piacere del suono ottuso della lingua e vortici da filosofia del linguaggio. Deriso da chiunque, avanti anni luce.

    G.S.

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