Mare Nostrum - Intervista a Gianfranco Rosi

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La citazione

«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

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Mariuccia Ciotta

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Servizio pubblicato su FilmTv 08/2016

Mare Nostrum - Intervista a Gianfranco Rosi


Girato a Lampedusa seguendo un gruppo di abitanti e le persone che soccorrono i migranti, Fuocoammare ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino 2016

Leone d’oro a Venezia nel 2013 con Sacro GRA, Orso d'oro alla Berlinale 2016 con Fuocoammare. Gianfranco Rosi è regista, documentarista, da competizione internazionale, alla ricerca di un cinema che sappia essere sì, linguaggio del (e per il) reale, ma anche racconto universale e vivaddio “popolare”, in una doppia accezione. Da una parte una narrazione documentaristica anche sofisticata (soprattutto esteticamente) in grado di coinvolgere a ogni livello; dall’altra la capacità dello sguardo di mimetizzarsi tra le persone, anche qua a ogni livello, come già in Sacro GRA. Nel cuore di Fuocoammare l’isola di Lampedusa, alcuni suoi abitanti, il centro di accoglienza e una nave della marina militare chiamata a soccorrere i migranti in mare. Un mare, il Mediterraneo, che proprio in quel corridoio sottile tra l’isola e la Libia ha avvolto negli anni migliaia di morti, naufraghi in fuga da guerre e disperazione. Ne parliamo direttamente con il regista, appena tornato da Berlino dove Fuocoammare ha avuto un’accoglienza trionfale da parte del pubblico e della stampa internazionale.
Raccontaci la genesi del progetto.
Sono arrivato a Lampedusa nell’autunno del 2014 per girare un cortometraggio. Mi sono sentito come respinto, o distante io, dall’anima dell’isola. Prima di ripartire però sono andato al presidio sanitario per curare una brutta bronchite, e ho conosciuto il dottor Bartolo, uno dei protagonisti di Fuocoammare. Aveva visto Sacro GRA, gli ho parlato dei mie dubbi circa la mia permanenza lì, per il film. Allora mi ha dato una chiavetta USB che raccoglieva materiali sui salvataggi e sulle sue esperienze di medico in questi lunghi anni di sbarchi. Mi ha detto di tornare a Roma, consultarli, e ripensarci. Così ho fatto. Il medico senza saperlo mi ha dato una chiave per entrare in quel mondo, per sentirmi parte dell’isola. Ci sono tornato a inizio 2015, ho affittato una casetta, ho convissuto con chi è poi entrato nel film, anche grazie all’aiuto di Peppino Del Volgo, lampedusano, mio aiuto regista. All’inizio dello scorso gennaio, con il film già selezionato a Berlino, ho girato la scena del dottore che commenta la sua esperienza davanti ai materiali, è stata un po’ la chiusura del cerchio.
Il film ha una struttura più complessa di quella di Sacro GRA.
Fuocoammare è composto da tre parti: l’isola, con i lampedusani, seguendo soprattutto le avventure di Samuele, dodicenne dall’occhio “pigro”, i suoi amici e i suoi parenti; il centro di accoglienza; la permanenza in mare a bordo della Cigala Fulgosi della Marina italiana, sulla quale ho ripreso il salvataggio dei migranti.  
L’impressione è che i tre mondi non sempre comunichino.
Sono tre distinte realtà di un unico contesto, del quale in fondo fa parte anche ognuno di noi. Quando zia Maria, l’anziana signora che cucina, sente la notizia dei morti in mare dice «poveri cristiani», e la sua giornata va avanti come prima. Lei siamo noi: distratti magari, assorbiti dal quotidiano, ma parte del medesimo scenario.
La forza dei personaggi, a volte l’eccezionalità delle situazioni, a qualcuno ha fatto pensare che ci fosse qualcosa di scritto o programmatico, un dubbio espresso anche ai tempi di Sacro GRA. Forse è il caso di spiegare una volta per tutte come funziona il tuo cinema.                        
Tutto quel che accade nei miei film è reale, ogni situazione è colta mentre accade. Frequento per mesi le persone che voglio raccontare, quasi sempre senza macchina da presa. In qualche modo divento loro complice nelle cose della vita, ma allo stesso tempo loro diventano parte integrante del mio cinema, in modo naturale, a volte senza accorgersene. Di solito decido di riprendere quando la luce è giusta, non se mi aspetto che stia succedendo qualcosa. Per esempio, in Fuocoammare ho sempre preferito l’ombra, il tramonto, il grigio, non la luce del sole. Come nasce una sequenza? Un giorno Samuele mi dice che fa fatica a respirare, ha l’ansia. Gli consiglio di farsi visitare dal dottor Bartolo, che lui non conosceva essendo ancora in età pediatrica. Il giorno dopo il medico lo riceve, io l’accompagno, piazzo la camera alla giusta distanza (non amo la macchina a mano, preferisco il piano fisso), riprendo la scena, il loro dialogo. È attraverso il montaggio che nasce poi questa forte idea di narrazione.
Immagino che sulla nave sia andata diversamente.                
Il metodo non cambia. Ho cercato di essere parte dell’equipaggio, dando una mano soprattutto nella mediazione linguistica. Poi naturalmente con la macchina da presa si ha una discrezione assoluta, perché la tragedia ti assale e con essa i dubbi su quello che sia necessario o giusto riprendere. Per esempio, non volevo entrare nella stiva del barcone, dove molte persone sono morte, ma il comandante ha insistito, e anche alcuni migranti, desiderosi che la loro disperazione trovasse uno sguardo, non restasse invisibile. Certo sono stati momenti molto duri, intorno ai quali però ruota il senso del film.


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Sacro GRA» Cinerama (n° 39/2013)

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