Martin Scorsese Stories

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Matteo Marelli dice che Blackhat è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 02:35.

Una serie tv da cominciare? Attenzione, perché secondo Alice Cucchetti è magnetica e non potrete fare a meno di finirla.

La figura del Papa è stato oggetto di recente di una delle nostre liste. Ma se il Papa, più che una presenza, fosse una specie di fantasma irraggiungibile? Ovviamente, secondo Marco Ferreri.

L'ultimo film di Paul Schrader, First Reformed , esce direttamente in dvd, ma per noi è il film della settimana. Ripercorriamo la carriera di questo regista con un ritratto di Roberto Manassero.

Il blu è un colore caldo, soprattutto se si tratta di un giallo di Simenon raccontato da Amalric.

Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

La citazione

«Un ingenuo e stupido film americano può insegnarci qualcosa “per mezzo” della sua scempiaggine. Ma non ho imparato mai niente da uno scaltrito film inglese. (Ludwig Wittgenstein)»

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Servizio pubblicato su FilmTv 24/2013

Martin Scorsese Stories


Nel 2013 Film Tv ripercorse 50 anni di cinema di Martin Scorsese coinvolgendo scrittori e sceneggiatori (Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Grazia Verasani, Alessandro Piva, Marco Martani) e il grande Enzo G. Castellari in un servizio nel quale si faceva, per la prima volta, la "gara" tra i due attori preferiti del regista italoamericano, Robert De Niro e Leonardo Di Caprio. Spazio anche alla sua attività di restauratore e divulgatore dei migliori film della sua (e della nostra) vita... 

Il bigino delle storie su Martin Marcantonio Luciano Scorsese, quello da sfoderare in caso di conversazione da bar, si può tratteggiare in poche frasi, così come la sua caricatura si potrebbe disegnare semplicemente tracciando due grosse sopracciglia sopra una montatura pesante. Ma dietro i fatti tascabili la figura del piccolo uomo del Queens è complessa e maestosa quanto la mostra che ora gli viene tributata. «Se non avesse fatto il regista, avrebbe fatto il prete»; non è un segreto che se Marty non avesse ricevuto la chiamata della settima arte, avrebbe probabilmente preso i voti. Come ha raccontato molte volte (l’ultima delle quali nel documentario su cinema, morte e finanziamenti risicati Seduced & Abandoned, fuori concorso a Cannes 2013), a Little Italy non c’erano molte altre opzioni per evitare la cattiva strada, così, dopo aver visto la luce in seminario, ha trovato il buio della sala. Ma il filo rosso della fede è rimasto tra i più tenaci nel suo cinema di colpe e redenzioni, di peccati che, come recita l’incipit di Mean Streets. Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, «non si espiano in chiesa, ma per strada. Tutto il resto sono stronzate». La devozione al cinema e la fede in dio sono forze opposte e complementari, carburante di una filmografia che, nelle parole dello stesso Scorsese, sarà sempre pervasa dal cattolicesimo, non soltanto nelle pellicole che più smaccatamente lo affrontano: come il prossimo Silence con Andrew Garfield, ora in preproduzione, che vedrà protagonisti due gesuiti del XVII secolo perseguitati in Giappone. «È un cinefilo». Forse uno dei più grandi cinefili che mai si siano piazzati dietro la macchina da presa: unica definizione possibile per un cineasta che dal grande schermo è rimasto folgorato prima di avere l’età della ragione, e che a 70 anni sembra ancora il bimbo di 4 anni che vide in sala Duello al sole, per l’entusiasmo con cui si butta nella stereoscopia (dandole un senso, interrogandosi sul mezzo 3D come pochi altri hanno fatto sinora) e in una moltitudine di progetti (il produttore più impegnato di Hollywood) compresi quelli di preziosi restauri. «La maggior parte dei suoi film sono ambientati a New York»: forse sarebbe meglio dire che l’America, per Marty, sta tutta dentro una grande mela, compresi i vermi e i semi di una civiltà. Dalle Mean Streets al Wolf of Wall Street prossimo venturo, sono sue tutte quelle strade dove De Niro ha guidato il taxi e inseguito Liza Minnelli, dove Griffin Dunne ha fatto le ore piccole, dove il sangue delle gang ha impregnato il suolo dando vita a una nazione e ai suoi conflitti, dove l’età dell’innocenza è finita per sempre e i bravi ragazzi hanno smarrito la via. Non esiste altro set possibile, tutto accade lì: ai nostri ospiti d’onore abbiamo chiesto se le opere di Scorsese abbiano ancora qualcosa da dire; noi crediamo che finché ci saranno storie a New York, Marty sarà pronto a farle sue e trasformarle in grande cinema.

  • Martin restauratore

    L’amore per il cinema nella cura delle pellicole: nel 1990 Scorsese fonda la Film Foundation, organizzazione non-profit che si occupa di preservazione e restauro di opere cinematografiche. Dai film industriali a quelli d’arte, dai documentari alla fiction, da Stroheim a Tambellini, e poi Griffith, Warhol, Feuillade e Satyajit Ray. Sono centinaia i film su cui la fondazione ha lavorato per garantire pellicole alla futura memoria. Tra queste, film italiani: diversi muti e poi i capolavori di Antonioni, Fellini, Leone, Petri, Rosi, Visconti. Ma non solo: con la World Cinema Foundation Scorsese e numerosi altri registi si occupano dell’aiuto ad archivi nazionali di paesi in via di sviluppo. Il lavoro di conservazione si traduce in didattica: la Film Foundation propone corsi di storia del cinema, che si riflettono in opere documentaristiche del Maestro come Viaggio nel cinema americano e italiano, ma anche in film come Hugo Cabret. O nella chicca La clave reserva, corto pubblicitario che trovate online.

    Giulio Sangiorgio
  • E ora parliamo di Martin

    5 domande per capire cosa pensano di lui:

    1. Qual è il tuo film preferito di Scorsese e perché?
    2. Quale film invece ti convince meno e perché?
    3. Quale scena del cinema di scorsese resterà memorabile?
    4. Quale dei suoi personaggi vorresti avere scritto o immaginato?
    5. Oggi il cinema di Scorsese è ancora capace di sorprendere?

     

    Massimo Carlotto [Scrittore, drammaturgo e sceneggiatore, Arrivederci amore, ciao]

    1. The Departed. Mi sono piaciuti quasi tutti e molto ma questo film riesce a scavare nell’umanità dei personaggi e nelle loro relazioni in modo particolare. Molto avvincente la trama e giganteschi Nicholson, DiCaprio e Damon.
    2. Kundun. Mi sembra un’operazione poco riuscita dal punto di vista della ricostruzione storica.
    3. Difficile scegliere. Mi è rimasta impressa la battaglia di strada in cui muore Padre Vallon in Gangs of New York.
    4. Anche qui la lista è lunga, ma mi sarebbe piaciuto raccontare Nicky Santoro di Casinò.
    5. Sì, anche i progetti televisivi. Boardwalk Empire è geniale.

     

    Valerio Evangelisti [Scrittore, Nicolas Eymerich, inquisitore]

    1. Toro scatenato, per il suo incredibile realismo. Nessun altro film sulla boxe gli somiglia.
    2. Kundun, visione troppo idealizzata del Tibet e del Dalai Lama.
    3. In Toro scatenato, De Niro che prova nel camerino il discorso che farà sul palco.
    4. Bill il Macellaio in Gangs of New York.
    5. Direi di sì. L’episodio iniziale di Boardwalk Empire è fulminante e magnificamente girato.

     

    Enzo G. Castellari [Regista e sceneggiatore, Quel maledetto treno blindato]

    1. Taxi Driver. Uno spaccato dei quartieri poveri e violenti Usa realizzato con tanta verità...
    2. In tutti i suoi film ho sempre trovato la genialità del “conoscitore di cinema”. Ho visto i suoi film con devozione da grande suo fan!
    3. «You talkin’ to me?»
    4. “Il Macellaio” di Gangs of New York.
    5. Un artista come lui è sempre giovane e pronto a sorprendere!

     

    Alessandro Piva [Regista e sceneggiatore, LaCapaGira]

    1. Taxi Driver. Mi ha fatto amare la sala buia e il viaggio della visione. Il ritmo fatto di silenzi, inquadrature e dettagli imprevedibili è stato una scoperta, uno stimolo a individuare un mio sguardo sul mondo.
    2. Il suo film che faccio più fatica a ricordare: The Aviator.
    3. La presentazione dei personaggi di Mean Streets, la scena di Taxi Driver con il protagonista che si presenta nell’officina, quella con il corpo nel baule dell’auto di Quei bravi ragazzi.
    4. Trevis Bickle di Taxi Driver. Ma anche Tommy DeVito di Quei bravi ragazzi.
    5. È cambiato lui, siamo cambiati noi, è più difficile sorprenderci, ma ci si può sempre aspettare la “zampata”. A questo punto della sua carriera, potrebbe cimentarsi in un videogioco e aprire nuove strade al cinema.

     

    Marco Martani [Scrittore e sceneggiatore, Cemento armato]

    1. Quei bravi ragazzi, dove la logica del sistema mafioso diventa un sublime ritratto ritmato, sorprendente e corale. Una meditazione ironica e violenta della vita vissuta di incalliti delinquenti italoamericani i cui ritratti, sia in scrittura che in regia, giocano a essere originali e anticonvenzionali. L’estetica del sangue, soprattutto costruita nella seconda parte del film, sgomita e scaccia l’ironia su cui fino in quel momento lo spettatore aveva goduto. Il colore rosso delle esecuzioni e delle magistrali sequenze di morti violente prende il posto dei colori pastello delle dinamiche familiari, delle ricette di cucina e dell’amicizia virile. Capolavoro.
    2. The Departed. Perchè basandosi su uno schema perfetto e collaudato di Infernal Affairs, uno dei capolavori del sud-est asiatico, non riesce a emulare l’originale risentendo strutturalmente di una sudditanza allo star system hollywoodiano. Perde rispetto al film originale di ritmo, di grinta e di fascino, per aggiungere solo il fastidioso ed eccessivo istrionismo di un Jack Nicholson in stato etilico che gigionegga smorfiando, libero dai sani legami del regista/autore che lo lascia a briglia sciolta. Grande occasione sprecata. Come anche il suo fiacco Cape Fear e l’imbalsamato Hugo Cabret.
    3. Il massacro finale di Taxi Driver, dove in ogni inquadratura, quasi in ogni fotogramma, si denota una libertà espressiva e un coraggio pari solo ai grandi del cinema.
    4. Il Jake LaMotta di Toro Scatenato. Un film certamente non sul pugilato, ma una parabola di un pover’uomo che utilizza il ring per una redenzione ascetica. Geniale: il pugile LaMotta che, come disse lo stesso Scorsese, è più che altro un sacerdote, un monaco che ha accesso a una seconda possibilità come un dono divino. Una scrittura di una profondità enorme dove si scandagliano i problemi esistenziali di un non-eroe definitivo e indimenticabile.
    5. Nutro fortissimi dubbi. Ma sarei pronto a ricredermi.

     

    Grazia Verasani [Scrittrice e cantautrice, Quo vadis, baby?]

    1. L’età dell’innocenza, un film del 1993, forse non tra i suoi film capolavoro, ma mi ha emozionato per varie ragioni. La prima è che Scorsese ha mirabilmente trasposto il bel romanzo di Edith Wharton e lo ha fatto con fedeltà, affrontando un film in costume e mostrando un certo eclettismo di genere. È un film pulito, perfetto, ben recitato. La scena in cui Daniel Day-Lewis sfiora la mano guantata di Michelle Pfeiffer è di un erotismo commovente.
    2. Forse Cape Fear. Il promontorio della paura. Non perché non sia un bel film, tutt’altro, e con un De Niro impareggiabile borderline (anche se preferisco la sua nevrosi in Taxi Driver, che ha sfumature più sociali). Ma sono più affezionata alla versione del ‘62 di J. Lee Thompson con Gregory Peck e Robert Mitchum.
    3. Credo che sia la scena tratta da Toro scatenato, quando Jake LaMotta (Robert De Niro), distrutto, sanguinante, non soccombe all’avversario sul ring e continua a combattere. C’è un’epica ancestrale, in quella scena, una selvaggia tenerezza.
    4. Il personaggio del pugile di Toro scatenato è animalesco, vitale, una macchina da guerra che non si ferma, si degrada, si annulla, ma continua a grondare sudore, passione, stupidità. È un personaggio sfiatato, incorreggibile, a volte ottuso, inesorabilmente sconfitto dall’ansia di vincere e mai domo, nonostante la sua fine desolata, quell’istinto che ha sempre preceduto la ragione.
    5. Direi proprio di sì. The Departed, con Leonardo DiCaprio, ne è un esempio eccellente. Questa indagine su bene e male è violenta, fisica e metafisica, e magistralmente diretta. 
    Mauro Gervasini
  • Robert De Niro / Leonardo DiCaprio - Attori feticcio a confronto

    Entrambi devono a Scorsese ruoli iconici: Robert de niro, dagli anni 70, e Leonardo DiCaprio, nel nuovo millennio, sono i volti di cui Marty non può fare a meno.

    1. Quanti e quali sono i film girati con scorsese?
    2. La miglior battuta in un film scorsesiano
    3. Cosa Martin dice di lui
    4. Cosa lui dice di Martin
    5. Cosa ruberebbe al “rivale”
    6. Partner perfetto: spalla/donna
    7. Perché Scorsese l’ha scelto?

     

    Robert De Niro

    1. Otto: Mean Streets. Domenica in chiesa, lunedì all’inferno (1973), Taxi Driver (1976), New York, New York (1977), Toro scatenato (1980), Re per una notte (1983), Quei bravi ragazzi (1990), Cape Fear. Il promontorio della paura (1991) e Casinò (1995).
    2. «La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo» (Travis Bickle, Taxi Driver).
    3. «È un uomo molto compassionevole. Prima di tutto è una persona la cui bontà si coglie a prima vista. Quindi, lui può anche interpretare personaggi disturbati rendendoli più umani, proprio grazie alla sua compassione».
    4. «Spero davvero di riuscire a fare un altro film con lui».
    5. La fiamma della follia in fondo allo sguardo e quella bellezza traumatizzata che piace tanto alle donne.
    6. Con Joe Pesci ha preso parte a Toro scatenato, Quei bravi ragazzi e Casinò. L’attore mignon è il contraltare emotivo di Bob, schizzato quando quest’ultimo è calmo, pacifico se Jake LaMotta decide di fare a pezzi qualche tavolo in preda a uno dei suoi raptus ignoranti. Tra le donne, è obbligatorio scegliere la Liza Minnelli di New York, New York.
    7. Lo sceglie perché ha il physique du rôle da ghetto italoamericano, zona centralissima nella topografia dell’autore. Johnny Boy, Travis Bickle e Jimmy Doyle sono tra loro agli antipodi, ma tutti accomunati dal disagio periferico. Poi è Robert a scegliere Martin, ingrassando di trenta chili per essere Toro scatenato, anche a costo della salute. Infine, negli anni 80 e 90 qualunque regista avrebbe scelto Bob per affidargli un ruolo da protagonista. 

     

    Leonardo DiCaprio

    1. Cinque: Gangs of New York (2002), The Aviator (2004), The Departed. Il bene e il male (2006), Shutter Island (2010), The Wolf of Wall Street.
    2. «Ti sto uccidendo», rivolta alla nemesi Matt Damon/Colin Sullivan, pronunciata nel finale di The Departed, mentre l’ascensore sta per fermarsi al piano-terra. Un secondo dopo, le porte si apriranno e un proiettile gli bucherà il cranio.
    3. «Parliamo lo stesso linguaggio emotivo e psicologico».
    4. «Il suo cinema è un’opera d’arte».
    5. La pericolosità. Da sempre la riconosce, la rispetta, la insegue. A 16 anni prova a intimorirlo durante il provino per Voglia di ricominciare. La versione minacciosa di DiCaprio non ha la potenza, la fierezza e l’umana compassione di De Niro. Ciononostante gli vale la parte, la stima, un mantra («il dolore è temporaneo, il film è per sempre») e una raccomandazione. A Scorsese (!).
    6. Spalla: Mark Ruffalo/Chuck Aule/Dr. Sheehan in Shutter Island. 4 spalle che reggono con mirabile discrezione (il gioco a) DiCaprio & suo anagramma. Donna: Cate Blanchett/Katharine Hepburn in The Aviator. Lui con collera le dà della «stella del cinema, niente di più», lei è la stella blu (calda) di un cinema magniloquente e rigido. Vince l’Oscar.
    7. Scorsese esce dal ghetto, DiCaprio esce dal guscio. L’autore guadagna aderenza all’industria, l’attore conquista la maturità. Corpo hollywoodiano classico, anima nervosa e sottilmente ambigua. Non più lupo non ancora squalo, sempre figlio, orfano, di un sogno (americano) smontato.
    Claudio Bartolini
    Chiara Bruno
  • The Director in Mostra

    Approda in italia dal 13 giugno 2013, al Museo del Cinema di Torino, l’imperdibile mostra Scorsese.

     

    Più di 400 oggetti, tra cui i pantaloncini e i guantoni di De Niro in Toro scatenato, il costume di Cate Blanchett in The Aviator e le scenografie di Gangs of New York, oltre naturalmente a un consistente numero di copioni, lettere e clip. È davvero imponente Scorsese, la mostra che il Museo Nazionale del Cinema di Torino dedica a quel genio scatenato di Martin Scorsese dal 13 giugno al 15 settembre. Dopo aver invaso gli spazi della Deutsche Kinemathek (ovvero il Museo del cinema e della televisione di Berlino) presso cui lavorano, gli ideatori Nils Warnecke e Kristina Jaspers hanno infatti scelto il capoluogo piemontese come vetrina del proprio progetto, grazie al quale è possibile, per la prima volta, avvicinarsi al maestro italoamericano attraverso gli oggetti che hanno riempito i suoi set. E perché no, anche la sua vita. 

    Cosa avete scoperto di Scorsese curando questa esposizione? 
    Ci siamo accorti che Martin non è solo un appassionato regista ma anche uno scrupoloso collezionista di tutto ciò che può essere considerato materiale cinematografico. Oltretutto, da vero perfezionista quale è, ragiona a lungo su ogni dettaglio, realizzando o commissionando specifiche ricerche che gli permettono di visualizzare con grande anticipo il film in lavorazione. Ecco quindi che le sue opere risultano essere un complesso sistema architettonico dove niente è lasciato al caso, ma anzi tutto ha un senso ed è ben armonizzato con il resto.

    Quali sono le principali differenze tra l’esposizione di Berlino e quella di Torino?
    Sostanzialmente l’impostazione è la stessa anche se abbiamo necessariamente dovuto apportare delle modifiche a causa della diversa disposizione degli spazi. Nel capoluogo piemontese siamo stati costretti a rinunciare a una videoinstallazione preparata ad hoc per Berlino, ma in compenso sono stati esposti più costumi provenienti dal set di Gangs of New York.

    Il percorso è diviso in tre sezioni. Quali sono le loro peculiarità?
    Il primo capitolo, chiamato The Characters and the Location, mette in luce le figure ricorrenti nei lavori di Scorsese e i luoghi della sua vita: particolare rilevanza ha Little Italy, dove è nato e cresciuto. Attraverso la seconda parte, chiamata semplicemente Cinema, abbiamo invece modo di approfondire come il cineasta sia un convinto sostenitore della necessità di preservare il patrimonio filmico a disposizione, al punto da dare origine a due fondazioni volte proprio al recupero e al restauro di opere in pellicola. Il terzo blocco, infine, risponde al nome di Composition e testimonia la sua impressionante conoscenza su ogni aspetto richiesto dalla realizzazione di un film.

    Sapreste individuare un oggetto più importante degli altri?
    Probabilmente si tratta di uno storyboard originale a colori del 1953. Martin l’ha abbozzato quando aveva solo 11 anni! Già allora era evidente tutto il suo amore per la settima arte.

    E invece quello che meglio rappresenta Scorsese?
    Ci verrebbe da dire il copione originale di Toro scatenato. Da esso, infatti, trasuda la brutalità che lo caratterizza, ma sono molto evidenti anche la ricerca creativa e l’influenza che hanno avuto altre opere, come per esempio Psyco di Hitchcock.

    So che siete riusciti a scovare anche qualcosa di The Wolf of Wall Street, il film attualmente in postproduzione.
    In effetti la fotografa di scena Brigitte Lacombe è stata così gentile da darci uno scatto del set in cui spiccano Scorsese e DiCaprio.

    Quali sono invece gli oggetti a cui voi siete più affezionati?
    Forse la foto del matrimonio dei genitori di Martin e il tavolo da pranzo che avevano nella casa di Elizabeth Street a Little Italy. In qualche modo testimoniano l’attaccamento di Martin alle sue origini. Voi italiani non potrete che apprezzare.

    Ilaria Feole

Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e  Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.


Ilaria Feole

Ilaria Feole è nata nell’anno di Il grande freddo, Il ritorno dello Jedi e Monty Python – Il senso della vita e tutto quello che sa l’ha imparato da questi tre film. Scrive di cinema e televisione per Film Tv e  Spietati.it. È autrice della monografia Wes Anderson - Genitori, figli e altri animali edita da Bietti Heterotopia.

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