Max Cooper: il sound visivo di un extraterrestre

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La citazione

«Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. - Dr. Bill Harford: What's that? - Alice Harford: Fuck.»

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Fabrizio Tassi

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Max Cooper: il sound visivo di un extraterrestre


L'affascinante dialogo tra musica elettronica e videoarte "orchestrato" da Max Cooper, produttore e dj irlandese che in un concerto della rassegna torinese #Soundframes ha spalancato orizzonti visivi accompagnati da beat alieni...

Su due grandi schermi sono proiettate linee sottili e concentriche. Forme geometriche si confondono veloci, mentre lucine che sembrano costellazioni si alternano a punti bianchi su sfondo nero. Si scompone lentamente la forma di una conchiglia, così che un tratteggio in linea retta corra ora a formare, morbido come un filo, la sagoma di un volto. I suoni, nel frattempo, si addensano nella Sala del tempio della Mole Antonelliana di Torino; i beat accennano la ripetizione - intervallati da interferenze metalliche cristalline - mentre i visual si rendono più complessi e compaiono alle spalle dell’artista Max Cooper, e sull’altissimo soffitto. Il concerto del 7 aprile scorso, promosso da Seeyousound Festival e Artemide Torino, per la rassegna #Soundframes, all’interno dell’edificio simbolo della città, ha visto all’opera il dj e producer irlandese - classe 1980, residente a Londra - in un dialogo aperto tra musica elettronica e videoarte. Attivo da diversi anni, Cooper ha esordito con il suo primo album nel 2014, intitolato: Human. L’essere umano e la natura, sono al centro della sua poetica: i suoni generati da beat alieni, gli orizzonti visivi proiettati durante la serata, possono evocare mondi spersonalizzanti, disperdere l’individuo - in riferimento al suo rapporto con il futuro- nell’avanzare oscuro della tecnologia. Cooper utilizza la techno con algida precisione e calore timbrico. La sua “Intelligence Dance Music” (IDM) lascia che la danza sia misurata, lavorando con pazienza sulle sensazioni emotive di chi ascolta. Esse sono immerse nella ripetizione, assumono un significato solamente nelle minime variazioni melodiche che agiscono su di noi, lentamente, nel tempo che scorre. Il concerto è anticipato dalla sonorizzazione live del film I nibelunghi: Sigfrido (1924), di Fritz Lang, da parte dell’artista torinese Mana, conosciuto, in passato, come Vaghe Stelle. Quando è il turno di Max Cooper, le persone sono sdraiate sulle comode poltrone del salone; altre, numerose, s’inframezzano in piedi impedendo alle prime la stessa, costante, posizione di quiete. Luci e suoni investono anche la lunga fila di coloro in attesa dei cocktail a base di rum. Si può dunque ballare, o entrare in uno stato di sospensione rilassante. Si può guardare una parete multicolore per concedersi al gioco distratto del riconoscimento delle forme. Fedele al suo passato di dottore in biologia, Cooper inserisce suggestive immagini in rimando alle cellule, alle stringhe di DNA, alla metamorfosi delle piante. Mentre i battiti costanti, il riverbero dei suoni concreti, chiedono agli umani in ascolto il tacito controllo dei loro neuroni. Non c’è alcuna fretta in questo intento: le immagini si replicano sui due schermi, e su quelli piccoli di tutti i cellulari pronti a fotografare, mentre la suggestione avvinghia la mente con piccole note che vengono da lontano.

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