Medium: intervista a Laura Cini

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La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

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Matteo Bailo

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Medium: intervista a Laura Cini


Laura Cini è la regista di Medium, film presentato in anteprima al Festival dei Popoli e distribuito in sala dal 2 luglio. L’abbiamo incontrata per farci raccontare il suo progetto.

«Mi sono trovata di fronte a due strade: una era quella di fare un film su una medium, ma avrebbe significato spingersi in un territorio che non mi interessava più di tanto indagare; non volevo convincere lo spettatore a credere per forza in qualcosa. L’altra era raccontare delle storie, molto intime ma anche universali, che nascono dall’incontro con una possibilità altra».

Come sostiene Michelangelo Frammartino: «Se ti metti in una posizione di ospitalità, di ascolto, il reale ti offre sempre molto di più».
È vero, la realtà è molto più ampia e complessa di quella che puoi vedere e il cinema che più mi interessa è quello capace di cogliere un altrove che si agita ai margini della scena.

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Come nasce Medium?
Io sono animista di indole, non in senso religioso (da quel punto di vista mi considero completamente agnostica), vivo l’anima degli spazi, forse ne percepisco i vissuti. Ma il mio interesse deriva anche da un trauma medianico vissuto in prima persona. Quando ho sentito che avevo la maturità emotiva e professionale sufficiente mi sono decisa a confrontarmi con tutto questo attraverso il mio lavoro.

Quello che più colpisce del tuo film è di trovarsi di fronte a un mondo molto più sereno di quello che si potrebbe immaginare.
All’inizio, da grande appassionata di horror, mi sono avvicinata a questo progetto con uno sguardo viziato da un immaginario inquieto e anche un po’ morboso. Poi, una volta conosciuta Tarika Di Maggio, la medium con cui ho scelto di lavorare, la mia prospettiva si è completamente ribaltata; lei mi ha dimostrato la possibilità di affrontare la medianità in maniera serena e riappacificata. Ho pensato fosse giusto suggerire questo mio percorso di maturazione: il film si apre nell’oscurità, le prime immagine sono avvolte in un’atmosfera inquieta che poco a poco si distende fino a trasmettere, come dici tu, una sensazione di serenità.

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Il cinema guarda e fissa ciò che ha visto. Come si può attraverso questo dispositivo riuscire a esplorare l’invisibile?
È stata una bella impresa. Da sempre vivo un forte legame con l’invisibile, una dimensione che ho deciso di indagare con il cinema documentario, lo strumento a mia disposizione. Qui ho cercato di spingermi oltre, approcciandomi al progetto senza alcuna aspettativa, mettendomi in osservazione, ponendomi, per certi versi, io stessa come un mezzo. Non ho mai forzato le situazioni, ho seguito delle persone non avendo la certezza che avrei potuto raccontare le loro storie. Prendiamo il caso di Nadia, che poi è mia mamma: per metà delle riprese si è sottoposta alle sedute medianiche unicamente per curiosità, ma senza alcuno sblocco emotivo; poi qualcosa è scattato e nel momento in cui è successo anch’io ho messo a fuoco il senso di ciò che stavo facendo e cioè testimoniare la presenza di un’assenza, che, a prescindere da tutto, qualcosa c’è.

Alla base del cinema, uno strumento, come abbiamo detto, immutabilmente visivo, c’è un paradosso: per mostrare è necessario nascondere. Cos’è che hai deciso di occultare?
Noi registi ci dobbiamo fermare a un certo punto e lasciare che il resto lo faccia lo spettatore, libero di vagare dove ritiene di dover andare con la sua sensibilità, con la sua medianità. Una forma di medianità, del resto, ce l’abbiamo tutti.


Matteo Marelli

Nota biografica in forma di plagio (Io copio talmente tanto che neppure più me ne accorgo):
pensierino della sera:
«Il critico non fa il cinema, ci va. La sua grandezza – non il suo limite – è questa: teniamocela stretta»
buon proposito del mattino:
«Il critico se vuole uscire dalla marginalità deve inventarsi nuovi modi di scrivere, parlare, far passare il cinema, il pensiero che il cinema mette ancora in forma»

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