Milos Forman - Retrospettiva

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16 marzo 1978. Ricordiamo Aldo Moro con Buongiorno, notte .

La citazione

«Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all'anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe. (Francesco De Gregori - Atlantide)»

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Matteo Bailo

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Servizio pubblicato su FilmTv 10/2017

Milos Forman - Retrospettiva


Dagli esordi alla consacrazione Hollywoodiana, il ritratto di un autore ribelle capace di ridere delle proprie tragedie.

La satira dell’istituzione manicomiale Qualcuno volò sul nido del cuculo lo consacrò mondialmente, grazie a un gigantesco Jack Nicholson e a un contagioso clima di anarchismo lisergico, in stile però morbido, sinuoso e suggestivo. Una pioggia di Oscar gli salvò la carriera, dopo il problematico esordio americano con la commedia cinica e generazionale Taking Off, che di incomunicabilità tra padri e figli tratta, stroncata per il suo nichilismo dal critico del “New York Times” Vincent Canby. Il cuculo era stato già fortemente voluto dieci anni prima, per l’alto tasso controculturale del romanzo di Ken Kesey, da Kirk Douglas, ammaliato dalla dinamite d’immaginario nascosta nel capolavoro del ceco Gli amori di una bionda (che il Cinema Ritrovato riporta in sala dal 10/4/2017). La romantica, angosciante disavventura, cosparsa di gag irresistibili, di un’operaia di provincia che segue in città il primo ragazzo carino che capita dalle sue parti, un pianista dongiovanni, ammorbato dall’ambiente familiare piccolo borghese. Il montaggio rapido e asincrono e le immagini della povera gente incattivita dal “socialismo reale”, ma non dalle luci delicate che il direttore della fotografia Miroslav Ondrícek rubava a Ermanno Olmi, coglievano le emozioni nascoste e febbrili di attori professionisti e, se non professionisti, d’imbattibile naturalezza. Gli amori di una bionda fu il manifesto della nuova onda cecoslovacca, la nová vlna meno misogina di altre, il Fino all’ultimo respiro made in Praga. Riprese in esterno. Uso del teleobiettivo per rubare il segreto dei gesti, no a voce off, flashback e immagini oniriche. Che i neri siano neri e non grigi. Che la pelle umana sembri pelle umana. Amico di Lindsay Anderson e Skolimowski, allievo di Milan Kundera che gli fa leggere Laclos, maestro di Roy Andersson, Forman condivideva un metodo di lavoro fondato sul gruppo, incentrato sugli attori e mai chiuso all’improvvisazione. Sempre gli stessi fedeli collaboratori: Ivan Passer e Jaroslav Papousek, sceneggiatori e assistenti alla regia, Ondrícek alle luci, Miroslav Hájek al montaggio, e tutti a contatto con gli scrittori, i musicisti e i cabarettisti della scena radicale ceca. Il passaggio tra quel film poetico e un kolossal da 4 milioni di dollari con tanto di superstar fu possibile grazie al figlio di Kirk, Michael Douglas, produttore per la United Artists, allora la major più sessantottina della New Hollywood. Forman divenne ricco e adorato e, con Polanski e Karel Reisz, il cineasta dell’est Europa più paziente e abile nel nascondere, dentro i grandi budget e la perfezione della macchina commerciale, angosce esistenziali frutto di drammi biografici (i genitori sterminati a Auschwitz e Buchenwald) e tragedie politiche che prescindono dalla monocultura dei generi codificati. In questo caso il «quasi western» (come scrisse Beniamino Placido), per il combattimento fordiano uomo-donna, tra l’avventuriero McMurphy - il disordine, la fuga, la furia - e Miss Ratched, la Grande madre castratrice, l’ordine, la casa, l’istituzione. Forman, ex presentatore di telequiz, negli altri suoi sei capolavori hollywoodiani, utilizza il musical o il genere storico-biografico per occultare la sua identità ribelle in una specie di autobiografia dissimulata. Si nasconde dietro le maschere dei personaggi ambigui, punk e dissidenti, dal pornografo Larry Flyntche tutela il primo emendamento dalle provocazioni pre-talebane dell’epoca Bush-Reagan, al comico dadaista e provocatorio Andy Kaufman (che ricorda i suoi cantautori preferiti, Jirí Slitr e Jirí Suchy del Semafor, con cui ha lavorato a inizio carriera nello spettacolo 4D Lanterna Magika, e anche quando, qualche anno fa, è tornato in patria) di Man on the Moon; da Amadeus la cui zona dark, poco mozartiana, sconvolge Salieri, a Valmont, istigatore di un’immaginazione erotica salutare. E simpatizza in Ragtime e Hair per la debolezza dell’individuo di fronte all’establishment. Quel che ha imparato dal suo regista preferito, Chaplin. E dal primo film che ha visto, Biancaneve e i sette nani. «Ridere delle proprie tragedie è stato nei secoli il solo modo di sopravvivere per un piccolo paese di 14 milioni di persone situato in una zona così pericolosa dell’Europa».

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