Molto fotogenico - Intervista a Renato Pozzetto

facebook_0.png
twitter.png
Instagram.png
Oggi Free
Dario Stefanoni dice che La scimitarra del saraceno è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 06:30.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

scelta da
Mariuccia Ciotta

cinerama
9311
servizi
3784
cineteca
3199
opinionisti
2198
locandine
1090
serialminds
1009
scanners
513
Servizio pubblicato su FilmTv 26/2015

Molto fotogenico - Intervista a Renato Pozzetto


L'attore comico compie 80 anni il 14 luglio e si racconta: dagli esordi con Cochi sul Lago Maggiore al successo su piccolo e grande schermo. Sul numero di Film Tv n° 29, in edicola dal 21 luglio, invece, ampio servizio con filmografia essenziale

Lei e Cochi dove vi siete conosciuti e come avete cominciato?
Abbiamo cominciato come amici a Gemonio, in provincia di Varese, un paese a pochi chilometri dal Lago Maggiore dove i nostri genitori si erano trasferiti in tempo di guerra. Sia la mia famiglia sia quella di Cochi, milanesi, avevano avuto la casa distrutta dai bombardamenti, così ce ne siamo andati. Tecnicamente eravamo “sfollati”.

Poco si sa dei veri esordi di Cochi e Renato: eravate giovanissimi, come siete arrivati a esibirvi a Milano?
Cochi era tornato in città prima di me, i suoi genitori avevano mantenuto a Gemonio solo la casa di campagna, mentre la mia famiglia proprio ci viveva. Ma non ci siamo persi di vista, anche perché d’estate comunque ci si ritrovava sempre lì. E da quelle parti trascorreva le vacanze anche Piero Manzoni, il celebre artista, che ci aveva conosciuti e apprezzati durante le sue villeggiature. Tramite lui, a Milano, siamo entrati nel giro di pittori, scultori, fotografi; noi venivamo invitati nelle gallerie o alle esposizioni per suonare. Nel frattempo abbiamo cominciato a lavorare a testi comici sviluppando una nostra idea di cabaret, che faceva tesoro dell’eredità popolare milanese, ma nello stesso tempo osava con un linguaggio nuovo, non solo verbale, ma anche fisico. E come duo di cabaret abbiamo iniziato a esibirci in un paio di locali della città, quelli più frequentati dagli artisti, il Jamaica a Brera e l’Oca d’oro di Pino Pomé, mitico locale di via Lentasio, vicino a Porta Romana, molto frequentato da Manzoni e dai suoi amici.

Arriviamo al 1964, quando il cabaret milanese esplode veramente.
Sì, complici due personaggi come Velia e Tinin Mantegazza, che un bel giorno decidono di trasformare una cantina in una sala dedicata al cabaret con un gruppo “storico” composto da me, Cochi, Felice Andreasi, Bruno Lauzi, Lino Toffolo, Enzo Jannacci e Sandro Massimini, che poi si staccherà dal locale per specializzarsi in un altro genere, quello delle operette. Noi siamo stati il nucleo originario del cabaret milanese degli anni 60.

Ma è vero che Jannacci veniva considerato un po’ il leader?
Non proprio, però fu lui a proporre la nascita di una specie di ensemble - con cui poi abbiamo lavorato al Derby, da quel momento tempio della comicità milanese - che chiamammo Gruppo Motore. Il Derby era stato aperto alla fine degli anni 50, con un altro nome (si chiamava Gi-Go, poi divenne Derby Club per la sua vicinanza a San Siro, ndr), da Gianni e Angela Bongiovanni, gli zii di Diego Abatantuono, ma all’inizio era soprattutto un locale di jazz. Con noi le cose cambiarono rapidamente: non solo diventò il teatro delle nostre performance, ma ci occupavamo direttamente della programmazione. Eravamo insomma io, Cochi, Jannacci e gli altri a invitare gli artisti, tra i quali ricordo i Gufi e Paolo Villaggio. Con gli anni 70 comincia la sua carriera cinematografica. Nel 1972 gira Per amare Ofelia di Flavio Mogherini (distribuito però all’inizio del 1974), senza Cochi. Sì, avevo accettato di realizzare quel film perché mi sembrava originale rispetto alle cose che facevamo di solito, ma nello stesso tempo mi dava la possibilità di trasferire su grande schermo il nostro linguaggio comico. Io e Cochi, comunque, continuavamo a lavorare tantissimo insieme; anzi, mi ricordo che proprio in quel periodo stavamo realizzando Canzonissima per la Rai, che fu per noi una trasmissione importantissima, con i testi di Beppe Viola e Enzo Jannacci, e per la quale ci inventammo la prima sigla filmata della storia della televisione italiana. Insomma, la coppia funzionava a pieno ritmo e non fu assolutamente traumatico, come pure è stato scritto, che io girassi un film da solo.

Strano però che dato il vostro successo non avessero proposto a Cochi e Renato di fare un film.
Ma non è vero! Ricevevamo moltissime offerte, solo che ci volevano far fare personaggi stereotipati; ricordo per esempio un copione dove dovevamo interpretare due carabinieri, o un altro in cui eravamo entrambi preti. Eravamo piuttosto consapevoli del nostro lavoro e non era quel cinema lì che ci interessava.

Per amare Ofelia ha un grande successo al botteghino, e ancora di più La poliziotta di Steno, che gira poco dopo, seppure in un ruolo da non protagonista. Davvero Cochi non si risentiva del suo successo?
Assolutamente no. Il solo che, dopo aver sentito la storia di Ofelia, mi disse che stavo facendo una cazzata fu Jannacci. Ma me lo disse in amicizia. Quanto al successo del mio esordio, andò bene perché io avevo già una platea enorme. Quando uscì il film di Mogherini Canzonissima aveva già trasformato me e Cochi in personaggi di notorietà nazionale, ricordo che all’anteprima c’era una fila lunghissima fuori dal cinema... È un po’ quel che succede oggi con Checco Zalone: ha successo sul grande schermo perché vi approda portandosi dietro un pubblico che ha cominciato a conoscerlo e apprezzarlo in televisione. La dinamica non è cambiata molto.

Forse potremmo dire che Checco Zalone, o Antonio Albanese nei panni di Cetto La Qualunque, ripropongono su grande schermo esattamente quello che hanno fatto vedere sul piccolo, mentre lei si reinventava continuamente.
È in parte vero. Nel senso che né io né Cochi volevamo riproporci tali e quali, infatti abbiamo rifiutato i progetti che ci chiedevano di essere semplicemente Cochi e Renato. Non dimentichiamo che addirittura lui esordì al cinema con un film d’autore tratto da Bulgakov, Cuore di cane di Alberto Lattuada, che lo aveva visto e apprezzato in teatro. Tuttavia, va detto che il mio stile di comicità non cambia dal cabaret al cinema. Sono stato definito un comico surreale, soprattutto allora, ma il surreale non è irreale, credo sia invece un modo fantasioso di tradurre modi e sentimenti della vita vera. Attraverso questa lente surreale io, Cochi e Jannacci ci divertivamo a deformare quel che capitava intorno. Pensate solo alle nostre canzoni. Non sempre la gente ci capiva, mi ricordo persone che per strada ci davano apertamente dei deficienti o ci prendevano in giro perché non coglievano la nostra comicità, come il fatto, per esempio, che all’improvviso muovessimo la gamba (durante le esibizioni, Cochi e Renato spesso alzano la gamba destra e la fanno ruotare verso l’esterno simmetricamente e all’unisono, ndr). Quando abbiamo cominciato a prendere in giro la moda dei cantautori, tutti impegnati e con cose molto serie da dire, e abbiamo invece proposto La canzone intelligente o La gallina, prima ci hanno preso per matti, poi ci hanno detto che eravamo geniali, ma una volta che il pubblico ha capito quale fosse il senso della nostra proposta e ci ha seguito, non ci ha mollato più. E io ho portato questo linguaggio al cinema.

Per tornare agli anni del cabaret milanese e al passaggio al cinema, è stato lei a far esordire Massimo Boldi nel film a episodi Di che segno sei? di Sergio Corbucci?
È una circostanza che non ricordo bene, cosa faceva Massimo in quel film?

È il suo compaesano, con il quale a inizio film ingaggia una specie di gara in bicicletta scendendo per lo stradone di Gemonio verso la ferrovia...
Ah sì, nella scena in cui gli chiedo se mi succhia la ruota... Non so se fosse il suo esordio su grande schermo, fatico a pensare Boldi esordiente in quel periodo, perché in realtà noi ci conoscevamo da tempo: lui e suo fratello Fabio avevano un gruppo musicale, dove lui suonava la batteria, che si esibiva spesso al Derby, anche con noi, quindi lo frequentavo già da qualche anno quando abbiamo girato Di che segno sei?.

Anche lei, come Cochi, ha un’esperienza professionale importante con Alberto Lattuada, che la dirige in Oh, Serafina!, opera molto apprezzata anche dalla critica.
Sì, Lattuada veniva considerato un autore importante, anche giustamente, credo. Non ricordo molto della lavorazione, se non che non fu un film difficile da fare. Era tratto da un romanzo di Giuseppe Berto piuttosto popolare, e il copione era completo. Un film come Oh, Serafina! era facile da interpretare per chi come me veniva dal cabaret, dove ogni sera ti dovevi inventare qualcosa per inchiodare il tuo pubblico; qui era tutto scritto.

L’anno dopo, nel 1977, gira Gran bollito, considerato un altro episodio piuttosto anomalo della sua filmografia.
Quel film lo volli fare io. Ci tenevo a lavorare con Mauro Bolognini, un regista molto interessante, di sicuro diverso e più raffinato di tutti quelli con i quali avevo collaborato fino a quel momento. Mi pare che fosse coinvolto anche Jannacci (è autore della colonna sonora, ndr). Un’esperienza che ricordo con piacere, per un titolo che considero di qualità.

Però il vero successo del periodo è Sturmtruppen...
Sturmtruppen è proprio un film mio e di Cochi: lo abbiamo scritto insieme e abbiamo coinvolto tutti i colleghi del cabaret, da Lino Toffolo a Felice Andreasi, da Teo Teocoli a Boldi, con Jannacci ovviamente. Molto divertente.

Ci interessa parlare anche di Saxofone, che nel 1978 segna il suo esordio dietro la macchina da presa.
Non potevo che dirigerlo da solo, perché con Saxofone volevo portare al cinema il mio mondo, quello del cabaret e delle osterie, quello delle nottate a cantare, scrivere, bere e scherzare con Jannacci, Beppe Viola, Cochi, che infatti sono tutti nel film, oltre a qualcuno della generazione più recente del Derby. Ero convinto che per una storia come quella del sassofonista vagabondo, che poi si scopre essere più ricco della donna borghese interpretata da Mariangela Melato, non sarei riuscito a trovare un regista adatto. Qualche critico, e me lo confermate voi stessi, ha speso per Saxofone il termine «surreale» ed è una cosa che accetto, anche se forse allora ne ero inconsapevole. Pensavo soprattutto a una storia nella quale far echeggiare l’essenza del mio cabaret, certo stralunato e non volgare. Mi fa piacere comunque, specie se si pensa al surrealismo di un altro milanese come Marco Ferreri, che io conoscevo e frequentavo pur senza averci lavorato. Se qualcuno ritiene che Saxofone sia vicino al mondo di Ferreri, sono contento.

Nel 1980 esce anche uno dei suoi più grandi successi di sempre, Sono fotogenico di Dino Risi.
Sì, quella è tutta un’altra storia. Il film in effetti andò benissimo, ricordo che venne presentato al Festival di Cannes, in virtù del fatto che Risi era molto stimato dai francesi, e la proiezione fu trionfale. Vi racconto anche un episodio poco noto: dopo quella esperienza ho ricevuto molte richieste, anche veri e propri copioni, da produzioni francesi. Avrei potuto avere una carriera oltralpe importante, ma devo dire che all’epoca il fatto di non avere continuato su questa strada non mi ha creato problemi, perché il lavoro in Italia andava molto bene, non mi mancava nulla e non sentivo il desiderio di rilanciarmi.

Pensano tutti che ci sia moltissimo di lei nel personaggio di Antonio Barozzi, a cominciare dal fatto che parta da Laveno, dove alla fine torna, la cittadina lacustre vicino a Gemonio dove lei è nato.
Sì, Risi voleva ambientare il film a Pallanza, che è sulla sponda piemontese del Lago Maggiore, credo anzi che qualche scorcio delle riprese di quei luoghi sia poi rimasto nel montaggio definitivo. Io invece gli ho proposto Laveno, dove oltretutto avevo più facilità di movimento, avendo lì una casa da anni, e lui ha accettato. Conosceva la zona perché, se non ricordo male, sfollò anche lui durante la guerra nel varesotto (ricorda bene, precisamente a Ghirla, vicino al confine con la Svizzera, ndr). Quanto alle somiglianze, in verità a parte Laveno non c’è nulla di autobiografico, dato che io ho intrapreso la mia carriera lontanissimo da Roma e avevo una situazione familiare ed esperienze completamente diverse da quelle di Antonio.

Con Adriano Celentano ha girato due film di grande successo come Ecco noi per esempio..., nel 1977, e Lui è peggio di me, nel 1984.
Il migliore è il primo, dove abbiamo inventato di più. I registi ci lasciavano carta bianca, del resto non è che puoi chiamare uno come Celentano per poi dirgli esattamente cosa fare e cosa dire. In Lui è peggio di me, per capirci, una delle scene più divertenti, durante la quale suoniamo, si fa per dire, Quel treno per Yuma, è stata una nostra idea. Anche con Adriano il rapporto professionale è stato molto buono, eravamo affiatati e il pubblico, che ha premiato in massa quei film, lo ha riconosciuto. Ma non ci siamo mai frequentati, anche se una volta gli ho fatto uno scherzo e sono atterrato con un elicottero senza preavviso nel giardino della sua villa in Brianza. Ancora un po’ e chiamava l’esercito!

Intervista integrale pubblicata su “Nocturno” n. 119 - © Cinema Bis Communication per gentile concessione 


Mauro Gervasini

Firma storica di Film Tv, che ha diretto dal 2013 al 2017, è consulente selezionatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e insegna Forme e linguaggi del cinema di genere all'Università degli studi dell'Insubria. Autore di Cuore e acciaio - Le arti marziali al cinema (2019) e della prima monografia italiana dedicata al polar (Cinema poliziesco francese, 2003), ha pubblicato vari saggi in libri collettivi, in particolare su cinema francese e di genere.

FilmTv.Press è una pubblicazione di Tiche Italia s.r.l. - p.iva 05037430963 - Registrazione Tribunale di Milano n° 109 del 6 maggio 2019
Credits - Contatti - Supporto tecnico
Privacy Policy