Per un pugno di giga - Intervista a Bong Joon-ho e Song Kang-ho

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Il 20 febbraio uscirà in sala l'ultimo film di Christophe Honoré, L'hotel degli amori smarriti . Difficilmente i film del regista francese sono arrivati nelle nostre sale, come dimostra la recensione di questo film, estratta tra i tanti di Honoré segnalati nella nostra rubrica Scanners.

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

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Simone Arcagni

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Servizio pubblicato su FilmTv 45/2019

Per un pugno di giga - Intervista a Bong Joon-ho e Song Kang-ho


La lotta di classe ai tempi del wi-fi: Parasite di Bong Joon-ho è il primo film in lingua non inglese a vincere l'Oscar principale, ma si porta a casa anche la statuetta per il miglior titolo straniero, quella per la sceneggiatura originale e il premio al miglior regista. Un successo senza precedenti per la Corea del sud. Intervista al regista, al suo attore feticcio e filmografia (completa) ragionata

Oltre a farsi ricordare per la vittoria di un’opera che «rimarrà nella storia del cinema» - Vitalina Varela di Pedro Costa, nelle parole di Catherine Breillat - il Locarno Film Festival 2019 ha permesso di incontrare due signori che dalla Corea del Sud hanno reinventato il cinema degli ultimi anni. Chi girando film, come Bong Joon-ho, Palma d’oro con Parasite e da vent’anni uno dei più lucidi osservatori del marcio del realismo turbocapitalista. Chi recitando, come Song Kang-ho, faccia di gomma che sa essere Robert De Niro e Alberto Sordi insieme e che da Memories of Murder è spesso protagonista dei film di Bong.

Parasite ha in comune con Snowpiercer il racconto di un conflitto di classe. Paradossalmente dialoga anche con il capolavoro sudcoreano del 2018, Burning di Lee Changdong, che - seppur da un’altra prospettiva - insiste sul contrasto tra ricchezza e povertà nella Corea del Sud di oggi. Forse il gap sociale è più sentito che mai?
BONG JOON-HO: Penso che la riflessione sul divario tra classi sociali non riguardi solo la Corea o i registi coreani. Mi riferisco, per esempio, a Ken Loach, o a Hirokazu Kore-eda con un’opera come Un affare di famiglia (vincitore della Palma d’oro nel 2018, ndr): anche questi lavori si concentrano sull’abisso sempre più ampio che separa gli estremi della piramide sociale. Come filmmaker non posso evitare di commentare ciò che accade: nella fattispecie la Corea nell’ultimo decennio è diventata una nazione molto ricca e il gap tra chi ce la fa e chi no si è di conseguenza allargato, anche da un punto di vista psicologico, oltre che strettamente economico. Ma nessuno è totalmente buono o malvagio, c’è sempre una zona grigia in mezzo, tutta da esplorare.

Mr. Song, negli anni ha incarnato una maschera di coreano medio inconfondibile. Trova che ci sia un legame tra il suo impiegato wrestler di The Foul King, il padre di Parasite o il tassista qualunquista di A Taxi Driver?
SONG KANG-HO:
La vita reale contempla la coesistenza di tragedia e commedia, è inevitabile. Nei film in cui ho recitato ho sempre cercato di rappresentare questo dualismo e, con Bong, questa compresenza ha sempre avuto modo di emergere. Lui è molto famoso in Corea per quello che è in grado di realizzare da un punto di vista tecnico, ma a me impressiona soprattutto la sua capacità di indagare la società sudcoreana senza farsi sfuggire nulla.

Mr. Bong, in Parasite la presenza di attori giovani, accanto ai veterani, cosa ha comportato nel suo lavoro di direzione?
BJH:
Lavorare con interpreti familiari e insieme con volti nuovi è come partire dalla stessa stazione del treno ma arrivare in un luogo diverso ogni volta. Quindi anche dirigere un attore di cui credevi di conoscere ogni aspetto si può rivelare una continua scoperta.

Quest’anno ha vinto la Palma d’oro, mentre nel 2017 era in gara a Cannes con Okja, realizzato per Netflix, prima che il Festival modificasse le sue regole sui prodotti della piattaforma streaming. Sono due entità inconciliabili tra loro?
 BJH:
Credo che si debba trovare un compromesso, come ha fatto la Mostra di Venezia. Il Festival di Cannes dovrebbe essere più flessibile sulla possibilità di inserire film Netflix nel concorso; d’altro canto, Netflix dovrebbe esserlo nel far transitare i suoi prodotti dalle sale. Parasite, in ogni caso, seguirà il suo percorso regolare nei cinema, perché la sala resta il luogo migliore in cui possa essere fruito.

  • Lost Highway - Bong Joon-ho

    Sono bastati sette film in meno di vent’anni di carriera, a Bong Joon-ho, per raccontare con tratto indelebile l’uomo del terzo millennio e la sua miseria. Attraverso la chiave universale dei generi cinematografici, il regista sudcoreano ha esplorato tanto le ineguaglianze sociali, quanto la disgregazione dei nuclei famigliari e delle relazioni di fiducia tra esseri umani. Con le istituzioni a svolgere il ruolo di testimoni inerti, quando non di artefici del disastro. Bong è uno dei più giovani a emergere con l’ondata del cosiddetto hallyu, letteralmente “onda”, movimento di rinascita economica e culturale della Corea del Sud di fine millennio, giunto dopo un decennio di sospirata democrazia, insieme alla prima alternanza di governo dal dopoguerra. Benché non abbia mai ricoperto incarichi ufficiali come il collega Lee Chang-dong, ministro della repubblica nel primo governo di centrosinistra, Bong non ha mai fatto mistero del proprio orientamento politico, avendo aderito al Nuovo partito progressista, formazione politica di sinistra. Nel paese dei grandi contrasti, anche quando l’orientamento generale privilegia la minaccia del Nord o il patriottismo, l’occhio di Bong è sempre puntato su chi non ce la fa, su chi deve assistere al progresso tecnologico ed economico senza potervi mai accedere. Ma, a differenza di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, Bong sceglie un linguaggio più semplice e accessibile per raccontare le ingiustizie sociali: quello del cinema popolare e di genere, di cui il regista si è nutrito avvicinandosi alla cultura occidentale, italiana e francese in particolare. Ecco quindi una filmografia che transita dal kaiju eiga, il “film di mostri” (The Host), alla tragedia greca aggiornata ai giorni nostri (Madre), dal crime drama (Memories of Murder) alla sci-fi distopica (Snowpiercer). Fino al sorprendente approdo della Palma d’oro, grazie a Parasite, scoperta satira del social (e digital) divide nella Corea contemporanea. Se il paese proprio con questo film è arrivato a dominare per la prima volta la Croisette, lo deve a un titolo che ne critica in maniera profonda e corrosiva le fondamenta della nazione. I Park e i Kim - due famiglie divise dal loro status economico, ma che portano significativamente i due cognomi più diffusi nel paese - entrano in collisione nel momento in cui l’inganno consente al nucleo più povero di installarsi nella lussuosa dimora padronale. Pian piano, i “parassiti” cui fa cenno il titolo arriveranno a nutrirsi della stessa sostanza dei ricchi, ma dovranno fare i conti con la possibilità di essere a loro volta parassitati da altri individui rosi dalla disperazione. È la tecnologia, sembra dirci Bong, che apre con la ricerca disperata da parte dei Kim di una connessione Wi-Fi senza password, a regalare oggi l’illusione di una democratizzazione dei mezzi di produzione. Ma a confermare l’inganno dei positivisti digitali è il capofamiglia Park, che lavora ai piani alti della tecnologia dell’informazione e programma gli strumenti che poi saranno usati contro di sé, in un circolo vizioso che tende a restaurare gli antichi rapporti di potere, più che a sovvertirli. Nell’esasperazione grottesca della vicenda, Bong evita di prendere le parti di una classe o di un personaggio, per accompagnarci in una mise en abyme, scendendo sempre più in fondo alla scala sociale e sempre più in basso nelle scale di casa, nella quale sarà impossibile capire “chi controlla il controllore”. Si torna al quesito del treno di Snowpiercer, eternamente privo di risposta. È un cinema bipolare, quello di Bong, diviso tra l’eccesso dell’allegoria e del linguaggio figurato, e la concretezza dell’analisi sociale alla Dickens. Non stupisce, infatti, che sia stato un racconto per bambini ambientato in epoca vittoriana, Il cane delle Fiandre di Ouida, la principale ispirazione del suo lungometraggio d’esordio, Barking Dogs Never Bite. Il collegamento alla vecchia Inghilterra è stato creato da Bong a partire dal suo sguardo sui colletti blu, sui dimenticati che si fanno guerra tra loro per non guardare all’ineluttabilità della propria condizione di sfruttati. Una visione che non muterà, seppure trasfigurata nel fantastico, con il treno di Snowpiercer e quell’ultimo vagone, lontano dal nucleo nevralgico del potere, abitato da miserabili nutriti a barrette di proteine. Ma se un balzo che scardini le rigide gerarchie resta un’illusione, è tuttavia concesso ai personaggi di acquisire una nuova consapevolezza: come nel capolavoro Memories of Murder, ispirato alla storia vera di una scia di delitti insoluti nella Corea del Sud dei primi anni 80. È stato uno dei primi, Bong, a raccontare la dittatura a partire dalle modalità perverse con cui quest’ultima penetra la società, rendendosi di fatto semi-invisibile. Tuttavia, anche in questo caso, i poliziotti che occultano le prove o interrogano i nemici politici a colpi di taekwondo non vengono condannati, ma sono considerati meccanismi inconsapevoli di un ingranaggio. Un po’ come le Tilda Swinton che strillano ordini in Snowpiercer e Okja, osservate come frutto di un sistema, più che come veri oppressori. Perché nel treno su cui solchiamo il nostro presente, “separazione” fa troppo spesso rima con “identità”. Solo che facciamo fatica a rendercene conto.

    Emanuele Sacchi

Filmografia del divario

A cura di Emanuele Sacchi

  • Barking dogs never bite

    Lee Sung-jae Lo spunto iniziale e il titolo originale sudcoreano si rifanno a un racconto per bambini di epoca vittoriana, Il cane delle Fiandre di Ouida. Ma Barking Dogs Never Bite, caustico e grottesco, primo lungometraggio di Bong dopo una serie di corti, parte da lì per approdare altrove, tra le 50 e più sfumature di disagio suburbano.

  • Memorie di un assassino

    Il giallo-noir come veicolo di un violento messaggio politico sui danni compiuti dall’ignoranza e dal conformismo sotto il regime militare. Una delle peggiori coppie di poliziotti viste su grande schermo, a cui un implacabile serial killer non può che sfuggire. 

  • The Host

    Stesso gioco, ma alzando la posta. Questa volta è il monster movie lo strumento per far riflettere sulla storia della Corea e sul suo male sociale incurabile. Ma la forza di Bong sta nel consentire, anche solo con la lettura più superficiale, di godere di grande cinema. La sequenza del primo assalto del mostro non si dimentica. 

  • Tokyo!

    (episodio Shaking Tokyo)

    La parentesi più a cuor leggero della carriera di Bong, su un hikikomori - recluso che si rifiuta di uscire dalla propria abitazione anche per periodi di anni - obbligato a forzare la propria natura dal fascino di una ragazza che consegna pizze a domicilio. Straordinario Teruyuki Kagawa (Tokyo Sonata).

  • Mother - Madeo

    La tragedia classica calata nella contemporaneità, tra simboli psicoanalitici di limpidezza hitchcockiana e molteplici sfaccettature della malevolenza insita nella natura umana. Una visione lacerante e necessaria: il film più a sé stante della filmografia di Bong, probabilmente il suo capolavoro.

  • Snowpiercer

    L’umanità superstite è a bordo di un treno-arca, ma tra i vagoni è più che mai rigida la divisione in caste. Un grande film più nelle intenzioni che nella resa effettiva, ma la trasposizione del graphic novel Transperceneige sfiora momenti sublimi e spettacolari. Uno dei migliori esempi di adattamento di un regista orientale alle esigenze di Hollywood. 

  • Okja

    Al servizio di Netflix, Bong confeziona una peculiare parabola ecologista su un maiale gigante e superintelligente, destinato alla macellazione industriale. Al solito metodi nuovi e ingiustizie antiche, ma il film è sbilanciato e autoindulgente e l’accoglienza è tepida. Tilda Swinton mattatrice in due ruoli.


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Emanuele Sacchi

Nato nella città delle due discoteche e 106 farmacie, presto smarrito nei meandri del rock e del cinematografo. È ingegnere informatico, benché si finga pensatore umanista. Giornalista pubblicista, critico cinematografico e musicale, collabora con FilmTv, MYmovies.itRumore, Filmidee, Asiaexpress ed è direttore della testata web Hong Kong Express (www.hkx.it). È autore di 50x35mm - Soundtrack Rumorose (Homework, 2016), con Stefano Locati di Il nuovo cinema di Hong Kong - Voci e sguardi oltre l'handover (Bietti, 2014) e con Francesca Monti di Richard Linklater - La deriva del sogno americano (Bietti, 2017). Film: Apocalypse Now (ma non Redux). Album: Forever Changes dei Love (anche per il titolo).

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