Speciale Lost Highway Kubrick - Filmografia - 1956: Rapina a mano armata

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Ilaria Feole dice che Il Padrino è il film da salvare oggi in TV.
Su Sky Cinema Due alle ore 21:15.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«We want our film to be beautiful, not realistic.»

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Servizio pubblicato su FilmTv 34/2018

Speciale Lost Highway Kubrick - Filmografia - 1956: Rapina a mano armata


[1956] con Sterling Hayden, Timonthy Carey, Marie Windsor

Kubrick ama i brutti film: «Mi danno fiducia, non potrò fare peggio di così!». Studia montaggio, Pudovkin più del “difficile” Ejzenštejn. E nei primi lavori sperimentali fa di tutto, anche il fonico, e di tutto diventa esperto. È un cinefilo che ama Stanislavskij, il football (per irritare i californiani) e anche Capra: «Ogni cupidigia terrena è vana». Ma è più ironico e freddo il suo sguardo sulle illusioni umane. E, da Il tesoro della Sierra Madre a Rapina a mano armata, primo film hollywoodiano dell’ambizioso e visionario allievo di Huston, il destino vince a scacchi con chi ruba ricchezza nascondendo assi nella manica. Oro e dollari si disperderanno al vento, per quanto perfetto sia stato il piano, originale come un ippodromo il set, simpatici i fuorilegge “per forza” e sanguinaria la conquista della felicità, improvvisamente a portata di mano. Non è un tardo noir. È un crime filone caper o heist, alla Rififi di Dassin: preparazione, esecuzione ed esito (disastroso) di un “colpo grosso”. Visto che il protagonista è Hayden (protetto solo dalla United Artists di Krim e Benjamin, perché “rosso”), il film è anche un’elaborazione-spinoff di Giungla d’asfalto, che Kubrick ventenne sogna per otto giorni di fila, e poi i cavalli (oltre ai cani e ai pappagalli) hanno un ruolo preponderante. Alla potenza visuale ipnotica contribuisce Thompson (altro comunista) con i dialoghi sadomaso tra George e Sherry. Il killer Carey: indimenticabile il suo «nigger». La musica di Gerald Fried, combattimento urlato di archi (4/4) e ottoni (3/4), con batteria. Metà esterni, a cinquanta sfumature di grigio, e metà interni soffocanti, in un contrastato b/n firmato Lucien Ballard, mix tra Welles, documentarismo newyorkese e neorealismo camera a spalla. I soliti ignoti ne farà la parodia e Le iene l’apologia. Soprattutto per l’uso del flashback sincronico, ovvero della decostruzione del racconto che va avanti e indietro, facendo impazzire sia i cinque della banda, che non vedono le stesse cose (come in Rashomon), sia i critici dell’epoca. “Film Culture” esulta, ma persino Sarris incolpa Kubrick di «pretenziosità» per i lunghi carrelli «insensati» (il senso è nelle mosse della torre e del cavallo) e l’uso dell’obiettivo 25 mm panfocus che deforma l’immagine traslucida di Ballard (che quasi si licenzia). E per quanto Marie Windsor imiti il boccolo esiziale dei capelli di Stanwyck in La fiamma del peccato, non è un noir perché lì le donne rampanti dominano e muoiono, qui non valgono nulla. Ma sono una vecchietta e la sua cagnolina a vincere.


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Roberto Silvestri

Al cinema sono transgender (da Lloyd Kaufman a Straub-Huillet passando per Claudia Weil e Jerry Lewis). Primo film visto Scaramouche, primo film perso I cavalieri della tavola rotonda. Tessera Filmstudio dal 1968. Cofondatore del Politecnico cinema nel 1974.  Critico del manifesto dal 1977 al 2012. Nato a Lecce. Studi con Garroni, Brandi, Abruzzese. Registi preferiti Bunuel e Rocha (sia Paulo che Glauber), Aldrich e Siegel. De Antonio e Grifi. Diop Mambety e Ghatak. Dorothy Arzner e Stephanie Rothman (nata a Paterson come Lou Costello), Fassbinder e Aki Kaurismaki, Russ Meyer e… Rivista di cinema preferita Velvet Light Trap/Camera Obscura. E oggi Trafic. Consigli ai giovani appassionati di cinema? Partire dai formalisti russi.

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