Sharon Stone racconta

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Mauro Gervasini dice che Keoma è il film da salvare oggi in TV.
Su Cine34 alle ore 22:55.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Smettete di pensare che la scienza possa aggiustare tutto se le date 3 miliardi di dollari. (Kurt Vonnegut)»

scelta da
Simone Arcagni

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Sharon Stone racconta


La diva pubblica le sue memorie, fra le quali spunta un aneddoto poco piacevole riguardante Basic Instinct

Quel momento di Basic Insinct in cui Sharon Stone accavalla le gambe durante l'interrogatorio e Wayne Knight ha un colpo apoplettico che lo lascia talmente confuso da non sapere più se è un ginecologo o meno. Uno dei momenti più conturbanti e iconici nella storia del cinema anni '90 e oltre. E anche un atto di violenza, perpetrato non tanto dal regista Paul Verhoeven, quanto dalla cultura sessista sistemica di Hollywood. Oh, è vero: sembrano paroloni grossi e vuoti e astratti. Ma non ci sono tanti altri modi per descrivere un ambiente in cui un'attrice, la star del tuo film peraltro, viene a scoprire che la sua vagina verrà vista da tutto il mondo solo quando assiste alla prima proiezione ufficiale del film, quella organizzata per gli addetti ai lavori. Stone, il cui libro di memorie (The Beauty of Living Twice) esce il 30 marzo, ricorda il momento in cui ha scoperto che le sue pudenda sarebbero state alla mercé di qualsiasi appassionato di fermoimmagine: “A quella proiezione ho visto per la prima volta la mia vagina inquadrata, tempo dopo essere stata rassicurata del fatto che 'Non si vede niente – ti facciamo togliere le mutandine giusto perché il bianco riflette la luce'. Ci sono stati molti resoconti su questo argomento; ma dal momento che la vagina in questione è la mia lasciatemi dire: sono tutte stronzate. Sono salita in cabina di proiezione, ho schiaffeggiato Paul Verhoeven, me ne sono andata in macchina e ho chiamato il mio avvocato, che mi ha detto che non potevano distribuire il film così, che avrei potuto bloccarlo e che, innanzitutto, sarebbe diventato vietato ai minori. Inoltre, secondo le regole del mio sindacato (lo Screen Actor Guild) non era legale inquadrarmi sotto il vestito in quel modo. Queste sono state le mie prime riflessioni. Poi c'ho pensato su ancora. E se io fossi stata nei panni del regista? Cos'avrei fatto se avessi avuto fra le mani quell'inquadratura? L'ho cercata apposta? È capitata per sbaglio? Esiste e basta? C'era molto su cui riflettere. E sapevo il tipo di film che stavo facendo. Per la miseria: avevo lottato per avere quel ruolo e per tutto questo tempo quel regista era stato l'unico che mi aveva sostenuto”.


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