[Speciale Ecologia] Inferno in terra

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Emanuele Sacchi dice che Oltre le colline è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 02:20.

Tutto può accadere a Broadway di Peter Bogdanovich è in streaming su Prime Video

Il genere supereroico e tutte le sue sfumature. Una riflessione di Mauro Gervasini.

Una coppia, Manhattan. È nel prossimo film di Woody Allen, atteso a fine novembre nelle sale italiane. Ma anche in questo film di culto, di cui recuperiamo la locandina scritta da Emanuela Martini.

Negli Usa è cominciata l'ottava stagione della serie da cui è partito il cosiddetto Arroweverse . Questa stagione sarà l'ultima e da noi arriverà l'anno prossimo. Nel frattempo riproponiamo la recensione della prima.

Immigrati in cerca delle proprie radici nella periferia di Istanbul: in La canzone perduta il giovane regista curdo, cresciuto in Turchia, scava nella propria autobiografia per raccontare un popolo senza stato.

La citazione

«Quando la leggenda diventa realtà, si stampi la leggenda (John Ford)»

scelta da
Emanuela Martini

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Servizio pubblicato su FilmTv 28/2019

[Speciale Ecologia] Inferno in terra


Da Una scomoda verità di Al Gore a madre! di Aronofsky, fino alla serie evento Chernobyl, un’analisi di come cinema e serie tv hanno raccontato l’emergenza climatica e i disastri naturali prodotti dall’uomo.

Un gruppo di adolescenti secchioni e disincantati fa propria la causa ecologista al punto da sviluppare tendenze autolesioniste, sotto gli occhi increduli di un adulto. È la premessa di L’ultima ora (vedi Film Tv n. 27/2019), ma non si allontana troppo dal discorso culturale sorto intorno alla mobilitazione di Greta Thunberg & coetanei, che ha polarizzato l’opinione pubblica tra adesioni smodate e lo strisciante senso di straniamento di una generazione che non ha mai fatto dell’ambientalismo una lotta prioritaria. Tra le pieghe dello stile trascendentale e della riscrittura di Bresson, First Reformed di Paul Schrader parla, tra le molte, della stessa cosa: dell’urgenza di una battaglia sacrosanta, che impone una presa di coscienza immediata, ma anche dell’estraneità profonda di chi ancora vive sentendosi irriducibilmente altro dall’ambiente, indipendente dalle sue sorti catastrofiche. Il cinema, insomma, mette in forma come può una contraddizione solare, per cui una causa che dovrebbe essere ecumenica diviene preda di ideologizzazioni e oggetto di scherno. Ed ecco il fiorire, accanto alle allegorie autoriali di madre! & co., di una filmografia divulgativa, documentaria perlopiù, a contenere l’ondata negazionista: non più l’afasia della “trilogia qatsi” di Godfrey Reggio, ma il didascalismo di opere monumentali e didattiche. Si parte dall’anno zero di Una scomoda verità patrocinato da Al Gore e si arriva alla serie Netflix Il nostro pianeta, che aggiorna all’era dell’emergenza climatica il variopinto catalogo di meraviglie della natura fotografate in 4K. In mezzo, la magniloquenza visiva di Home, l’incalzante pragmatismo di Punto di non ritorno - Before the Flood e tanti altri. Si sfottono le recrudescenze terrapiattiste, ma nell’ora dell’azione c’è ancora bisogno, per mobilitare, di spiegare: un po’ come fa Chernobyl, che deve forse la sua fortuna planetaria - la serie detiene il record del prodotto televisivo con la più alta valutazione degli utenti su IMDb.com - alla volontà esplicita, prima ancora che di commuovere, di far luce sugli eventi. È una piccola rivoluzione, a ricordarci che per confezionare del buon cinema catastrofico non c’è più bisogno di fabbricare fantasie, perché si può tranquillamente attingere dalla Storia. The day after tomorrow è oggi, il giorno di Shyamalan è venuto: anzi, era già successo nel 1986, solo che non ce ne eravamo accorti. Si produce un altro paradosso, corollario del precedente: la necessità di arginare il collasso fatica a imporsi trasversalmente, ma a nessuno riesce di immaginare un futuro, almeno per la specie, in un pianeta che non sia inabitabile. La distopia politica scolora e si contamina con quella ecologista, tanto da diventare premessa narrativa omologante. Interstellar, Ready Player One, Mad Max: Fury Road, Blade Runner: 2049 - e l’elenco potrebbe proseguire - non parlano (solo) di ambiente, ma condividono l’eredità di un pianeta-discarica o una Terra-deserto, e il desiderio di cercarsi un altrove in cui poter vivere. Come a dire: se la battaglia è già persa, tanto vale pensare a cosa viene dopo.

  • Antropocene

    Il cinema come sintomo dell’Antropocene, specchio della tendenza umana a creare e distruggere mondi: da Stalker a Twin Peaks, immagini che illustrano l’imminenza della catastrofe.

    Benché ancora in corso di approvazione come epoca geologica ufficiale, l’Antropocene, come concetto, problema, prospettiva, è ormai tra noi. Anzi, siamo noi a esserci dentro ed è proprio questa nostra presenza, ormai tracciabile nella crosta del pianeta, a indurci a battezzare un tempo in cui le nostre azioni sono implicate in quelle che, per convenienza, attribuiamo ancora alla natura. Ma come farsene un’immagine? Estraggo file dall’iconografia recente: un orso polare moribondo che rovista fra i rifiuti, una fila di alpinisti in coda sulle creste dell’Everest come a un imbarco Ryanair, un blocco di fatberg, la massa cristallizzata di grasso e detriti che occlude anche per centinaia di metri le fogne di Londra. Ma ogni dettaglio, ogni gesto sfugge alla rete di relazioni in cui è coinvolto: fenomeni come il riscaldamento globale, secondo il filosofo Timothy Morton, sono Iperoggetti (Nero Edizioni, 2018), presenze viscose e non localizzabili, pervasive, ma sempre frammentarie, insondabili. E la questione non è squisitamente epistemologica: è questa insufficienza percettiva a creare la calma apparente in cui siamo immersi, e la continua imminenza del disastro è la vera catastrofe. Per questo Jennifer Fay in Inhospitable World: Cinema in the Time of Anthropocene (Oxford University Press, 2018) trascura gli scenari apocalittici del filone climatico-catastrofista: dall’uragano coreografato da Buster Keaton in Io... e il ciclone (Steamboat Bill Jr.) alla demolizione reale della città di Fengjie filmata da Jia Zhangke in Still Life, ambientato durante la costruzione della colossale diga delle Tre gole in Cina. L’autrice osserva piuttosto come il cinema, in quanto simulazione di mondi artificiali, sia un sintomo dell’Antropocene, un riflesso estetico della tensione umana a creare e distruggere mondi. La metafora filmica più adeguata a questo scenario mutante, di pericolo invisibile, resta ancora la Zona di Stalker di Tarkovskij, terreno di relitti, trappole e possibilità impreviste. Uno spazio che ci coinvolge e si attiva con la nostra presenza: che è sempre già lì, il vero Stalker che segue e precede i personaggi, perché lo sguardo del cinema è da sempre decentrato, ci spinge a osservarci dall’esterno proprio come l’idea di Antropocene, al tempo stesso culmine del narcisismo prospettico umanista e suo precipizio. Non so se questo spieghi come la Zona di Tarkovskij si sia fusa con la vera Zona di alienazione di Chernobyl, da quando i liquidatori che entravano nel sarcofago del reattore e poi le guide che conducevano illegalmente i curiosi nei dintorni spopolati cominciarono a soprannominarsi “stalker”, fino a S.T.A.L.K.E.R. - Shadow of Chernobyl, un videogame FPS vagamente ispirato alla storia dei fratelli Strugatsky e ambientato nella Zona stessa, ricostruita digitalmente dalle fotografie prodotte negli anni dal turismo post-nucleare. Se è difficile ricavarsi un’immagine dell’Antropocene è soprattutto per via del suo carattere temporale più che spaziale: la Zona non è un dove, ma un quando, effetto di un tempo che emana dagli oggetti, che irradiano zone in cui siamo coinvolti. Tempo profondo e minimo come quello delle radiazioni: i secoli che impiegano a decadere, i secondi in cui contaminano irreparabilmente un corpo. Il titolo del romanzo degli Strugatsky da cui Stalker è altrettanto vagamente tratto paragona la visita aliena a un Picnic sul ciglio della strada che lascia rifiuti inspiegabili e minacciosi per gli animali della foresta - contaminazione i cui responsabili, nella realtà, sono ovviamente gli umani. Forse il nocciolo oscuro dell’Antropocene è questo riconoscimento di sé nell’agente apocalittico: «Ora sono diventato morte, distruttore di mondi», la citazione del Bhagavad Gita attribuita a Robert Oppenheimer dopo il Trinity Test, 16 luglio 1945, la data su cui i più concordano nel fissare l’inizio dell’Antropocene. In quella materia impazzita che si spande nel deserto del New Mexico, alla base dell’intreccio di mondi e coordinate della terza stagione di Twin Peaks, Lynch colloca il germe del male, BOB. Nell’ufficio di Lynch/Gordon Cole, la foto dell’esplosione atomica fronteggia il ritratto di Kafka, che negli aforismi di Zürau sembra tracciare le coordinate di questa zona: «Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere».

    Tommaso Isabella
  • Zone d'ombra

    Il cinema è in grado di scardinare e quindi relativizzare la rigida linearità che siamo soliti impartire al tempo. È come se la creazione si emancipasse dal suo creatore e lo mettesse di fronte all’opinabilità delle proprie convinzioni. Il dispositivo filmico è capace di filmare l’oggi cogliendo le tracce di un passato che ritorna così come le epifanie di prossime insorgenze. Prendiamo per esempio la lettura che Geoff Dyer fa di Stalker: agli occhi dell’autore di Zona, il film di Tarkovskij appare come una «premonizione avverata», una prefigurazione del disastro del 1986 a Chernobyl. Ma l’aspetto più interessante non è tanto nel valore profetico dell’opera, quanto nel fatto che molti degli scatti realizzati negli anni successivi sul luogo dell’incidente (come quelli di Robert Polidori raccolti nel libro Zones of Exclusion - Pripyat and Chernobyl) somigliano a dei fotogrammi del film del 1979. Secondo Dyer è come se «l’estetica dei fotografi - il tacito senso di quel che stavano cercando - si fosse in parte formata con Stalker, che quindi ha contribuito a generare e plasmare la realtà osservata che subentrò in seguito». Zona, come riportato in copertina, è «un libro su un film su un viaggio verso una stanza». Un libro che ha un incedere volutamente frammentario e aporetico (concetto caro a Tarkovskij, espresso visivamente attraverso la creazione di spazi mai rigidamente definiti, ma in cui gli ambienti - natura e cultura - si confondono: oltre a Stalker anche Solaris e Nostalghia sono pieni di luoghi simili), continuamente inframezzato da note, parentesi, riferimenti che spostano l’attenzione del lettore dal film alla voce che lo sta descrivendo, tanto da persuaderci che chi racconta non sarebbe potuto esistere se non ci fosse stato ciò che sta raccontando. Del resto Dyer lo dice chiaramente: «Il mondo al di là dello schermo può essere soltanto una continuazione del mondo che vediamo. Non siamo nemmeno in un cinema; siamo in un mondo. O, meglio, non c’è nient’altro che il cinema; c’è soltanto la Zona».

    Matteo Marelli
  • Post-esotismi - Intervista a Antoine Volodine

    L’autore francese ci parla di catastrofi, di responsabilità, della necessità della memoria e di sopravvivenza.

    L’uomo ha paura della catastrofe. Nonostante ciò, nel corso dei secoli l’ha provocata, l’ha attraversata, l’ha addirittura desiderata. Oggi la catastrofe è diventata il grande progetto corale a cui l’umanità si dedica giorno e notte: un residuo di collettivismo, di cui nessuno si sente davvero responsabile. La catastrofe ha i tempi lunghi del cinema che guarda. Il linguaggio verbale non basta a descriverla: è ancora carico del mondo precedente ed è poco adatto alla permanenza nelle macerie. Antoine Volodine, 79 anni, scrittore francese di origini russe, è cantore innamorato della catastrofe. Quando parla della sua opera usa costantemente la prima persona plurale. Béla Tarr e Tarkovskij sono tra i suoi principali riferimenti cinematografici; ha prodotto decine di scritti firmati con eteronimi. Il suo romanzo più noto è Terminus Radioso (66thand22nd, 2014).

    Se il post-esotismo è un grande progetto collettivo, chi sono queste persone, di cui conosciamo nomi, cognomi e opere, che scrivono e popolano i tuoi libri?
    Ho vissuto in un’atmosfera rivoluzionaria, dove lo pseudonimo era necessario e sufficiente. Ma nel caso post-esotico preferisco parlare di eteronimia. L’esigenza di un eteronimo per me è prima di tutto letteraria. Servono più voci per raccontare la storia, scrittori diversi, editori diversi, tutti votati alla costruzione dell’edificio post-esotico. Lutz Bassmann, Elli Kronauer e Manuela Draeger sono alcuni tra i più noti scrittori post-esotici, portavoce di una comunità di dissidenti, di ribelli reclusi, di isolati che ormai non hanno più alcuna possibilità di agire sul mondo. Le parole degli scrittori non sono più armi. Lo sono state fino alla fine degli anni 50: oggi la voce si è dispersa, il potere ha altri riferimenti, le parole non hanno responsabilità, l’uomo è destinato a estinguersi. Anche gli scrittori che vivono in Cina oggi possono vincere premi internazionali. Il potere non teme gli scrittori.

    Nei tuoi libri però la memoria sembra necessaria alla sopravvivenza.
    In Terminus Radioso nonna Udgul riscrive ciò che ricorda: si tratta di un lavoro di riesumazione, perché non è mai stata un’attenta lettrice; ciò che ricorda in modo più dettagliato sono gli opuscoli dedicati alle tecniche agricole e alla manutenzione e i manuali sulla sicurezza. Col tempo saranno i prodotti del femminismo della seconda Unione sovietica a riemergere in maniera più violenta, che riporterà in vita i libri di Maria Kwoll o Rosa Wolff, arrivando a ricordare e riscrivere fino a 15 opere. In Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima invece è fondamentale conoscere un solo libro; l’opera viene diffusa tramite la recitazione, la salmodia, la copia clandestina, il bisbiglìo attraverso le porte. Quest’opera è il Bardo Tödröl, il Libro tibetano dei morti circolato tra gli scrittori postesotici in prigione e coincidente in molti suoi tratti con i valori della nostra poetica. Ritengo che imparare a memoria sia una pratica fondamentale. Quando insegnavo russo volevo che i miei allievi imparassero intere liste di vocaboli.

    Shaggå, narrat, romånsi, intrarcane: gli scrittori post-esotici hanno le loro forme poetiche.
    Scrivono su ogni supporto, fissando concetti, pulsioni. Il tempo post-esotico scorre in modo soggettivo, attraverso deliri, sogni, lunghi istanti di incoscienza. Le intrarcane sono componimenti felici, storie che hanno una natura circolare. 49 giorni sono il limite di tempo che la coscienza trascorre nel Bardo.

    49 sono le opere post-esotiche che hai dichiarato di scrivere. Cosa farai dopo?
    Mi fermerò. Ormai gli scrittori post-esotici hanno rinunciato a cambiare il mondo. Sono tutti in prigione, non raccontano per gli altri, raccontano per loro. Quello post-esotico è un edificio chiuso, totalitario: con l’estinzione lenta della parola e la confusione dei punti di vista, si avvicina per noi il tempo della fine della voce.

    Carolina Crespi

Filmografia allarmata

A cura di Caterina Bogno

  • The Day After Tomorrow - L'alba del giorno dopo

    L’intervento dell’uomo sulla natura genera mostri. E tutta una messe di film che fanno dell’emergenza climatica la premessa da cui sviluppare un racconto di genere: kolossal apocalittico (qui), sci-fi (Interstellar), distopia (Snowpiercer). Etc. Narrativizzare l’emergenza per evitare di farci i conti?  

  • Una scomoda verità

    Dalla presentazione Keynote dell’ex presidente Al Gore, l’alfa del documentarismo sul riscaldamento globale (con un sequel nel 2017). Standing ovation al Sundance, incassi record (devoluti alla causa), due Oscar. «Un film politico» ha stabilito l’Alta corte inglese. Come se la verità potesse non essere tale.

  • The Eleventh Hour - L'undicesima ora

    12 anni prima di Ice on Fire, quando di ore per rallentare la corsa a rotta di collo verso il punto di non ritorno (vedi anche alla voce Before the Flood) ce n’era ancora almeno una, con dito puntato e toni legittimamente perentori Leonardo DiCaprio metteva fondi, faccia e voce in questo documentario.

  • WALL.E

    Se l’umanità gradassa e grassoccia s’è disumanizzata, tocca a un robottino sgangherato e analogico (ma non antropomorfo!) farsi garante dell’anima e dei sentimenti. E lui, superstite ultimo d’un mondo in malora, che fa? Raccoglie i rifiuti degli altri. E si innamora. Anima-zione Pixar: tanta poesia e poche manfrine. 

  • La quinta stagione

    Mongolia (Khadak), Perù (Altiplano) e Belgio: tre ambienti e tre film per scandagliare il rapporto uomo-natura. Nella quinta stagione il legame si spezza: la terra rigetta i semi, i pesci guizzano fuori dal fiume. E, mentre la vita decade e il consorzio umano si sfalda, gli abitanti cercano un comune nemico. Semplice. Attuale.  

  • First Reformed

    Diario lacerato di un curato. Che nell’ecoterrorismo - dopo che una coppia in attesa di un figlio è entrata nella sua vita - ha trovato, forse, «un altro modo di pregare», perché «ogni atto di preservazione è un atto di creazione». Un film per levitare oltre la colpa, in bilico tra disperazione e speranza. 

  • madre!

    L’artista e la sua creazione, la madre e il figlio (di Dio?), il giardino dell’Eden e il patto tradito, la Terra surriscaldata dall’umanità che la abita e il terrorismo. C’è spazio anche per l’allegoria ecologista nel vortice debordante dell’alcova sovraffollata di Darren Aronofsky. Tesoro, la nostra casa è in fiamme

  • La donna elettrica

    La doppia vita di Halla: quando non dirige il coro, sabota gli impianti dell’alta tensione. Quando non salva il pianeta, adotta un’orfana ucraina. Per il regista islandese, la difesa della natura può assumere una forma soltanto: quella della militanza. E davanti alla bellezza surreale del suo film non c’è drone anti-terroristi che tenga.  

  • L'ultima ora

    Giovani, precoci e radicalizzati. In prima linea nell’attesa di una campana che marchi l’ora dell’uscita. Da scuola? Macché, da questo pianeta. Un’opera seconda all’incrocio tra i generi, che fotografa il fallimento del confronto tra generazioni. Appropriata, ahinoi, a quest’epoca agra del «vieni avanti, Gretina». 

  • Il nostro pianeta

    Dalla premiata ditta del blasonato format BBC Pianeta Terra (con uno spinoff sull’inquinamento), un reboot che ribalta le carte: prodotta da Netflix, la serie documentario-naturalistica, in otto episodi di taglio divulgativo, esplora senza far troppi sconti la drammatica fragilità degli habitat naturali.

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