Cinema migrante

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Alberto Pezzotta dice che Tepepa è il film da salvare oggi in TV.
Su Cine Sony alle ore 06:40.

Una serie tv da cominciare? Attenzione, perché secondo Alice Cucchetti è magnetica e non potrete fare a meno di finirla.

La figura del Papa è stato oggetto di recente di una delle nostre liste. Ma se il Papa, più che una presenza, fosse una specie di fantasma irraggiungibile? Ovviamente, secondo Marco Ferreri.

L'ultimo film di Paul Schrader, First Reformed , esce direttamente in dvd, ma per noi è il film della settimana. Ripercorriamo la carriera di questo regista con un ritratto di Roberto Manassero.

Il blu è un colore caldo, soprattutto se si tratta di un giallo di Simenon raccontato da Amalric.

Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

La citazione

«Il banco di prova di un'intelligenza di prim'ordine è la capacità di tenere due idee opposte in mente nello stesso tempo e, insieme, di conservare la capacità di funzionare (Francis Scott Fitzgerald)»

scelta da
Emanuela Martini

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Sta arrivando un bastimento


Lo so. I numeri sono noiosi. Però sono anche il modo migliore con il quale i fatti riescono oggi a restare incontrovertibili, nonostante le cosiddette narrazioni. Come dire: 2 + 2 = 4 anche se qualcuno vuole convincerti che invece fa 5. Per collocare il fenomeno delle migrazioni nella giusta prospettiva consiglio a tutti di visitare le infografiche del sito Open Migration. Ci sono dati ufficiali da fonti certe - principalmente dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che è agenzia delle Nazioni Unite - su chi parte e chi arriva, come e perché, soprattutto lungo la rotta Africa-Europa. Non li riporto qui, questi dati, perché sono numeri: noiosi, appunto. Ma sono lì, per chiunque volesse saperne al di fuori di qualunque retorica, forse anche la nostra. Uno lo cito però: dal 1 gennaio al 31 maggio 2018 sono sbarcate in Italia, un paese di 60 milioni di abitanti circa, 13.430 persone. A conferma che l'invasione non c'è, il problema va ridimensionato e soprattutto collocato nella giusta prospettiva. Che dovrebbe essere prima di tutto quella di chi parte, non di chi accoglie o di chi respinge.

Ecco perché ne scriviamo noi, qui, invitandovi a leggere uno degli speciali più ricchi e articolati della storia di filmtv.press. Cinema e migrazione: la relazione non ci interessa per il "tema" in quanto tale ma se e quando riesce a farci percepire lo sguardo degli altri, prima di tutto di chi affronta i viaggi con una storia alle spalle, spesso sconosciuta a tutti ma non a lui, e che invece vale la pena raccontare. Negli anni Film Tv ha dedicato articoli e interviste ai cineasti che questo sguardo hanno cercato, e mi piace ricordare soprattutto l'opera di Andrea Segre, che con altri quattro filmaker - Matteo Calore, Stefano Collizzolli, Sara Zavarise, Michele Aiello - ha fondato ZaLab, un'associazione per la produzione, distribuzione e promozione di documentari sociali tra i quali il bellissimo Mare chiuso, sui respingimenti in Libia, oggi più attuale che mai. Potete accedere al loro lavoro dal sito di ZaLab. Ma consiglio anche di rileggere la bella intervista al regista Abderrahmane Sissako, che ricordando come l'Africa sia tutt'altro che un continente povero, quanto una terra vittima della propria ricchezza, inchioda a responsabilità grandi come macigni. Infine le recensioni: ve ne riproponiamo 17 su altrettanti film, i più belli e importanti delle ultime stagioni. Buone letture, buone visioni.

Come può il cinema raccontare l’integrazione fra popoli? Ne parliamo con un regista che affronta spesso questo tema

Girato a Lampedusa seguendo un gruppo di abitanti e le persone che soccorrono i migranti, Fuocoammare ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino 2016

Dopo Io sono Li, presentato con successi alla Mostra di Venezia 2011, Andrea Segre ha portato (letteralmente) in tour per l’Italia il suo Mare chiuso, documentario doloroso e necessario sui respingimenti dei migranti in Libia, oggi attualissimo

Ospite d’onore al festival del cinema africano, d’Asia e America latina, giurato a Cannes 68, artefice di una delle pellicole più importanti della stagione, Timbuktu, l’autore mauritano racconta a Film TV il (suo) mondo e il (suo) cinema...

Dialogo su un film importante, A Ciambra: ovvero un’opera che usa gli strumenti del cinema del reale per produrre un romanzo criminale...

Consigliamo oggi più che mai di vedere o rivedere La mia classe, il film con il quale Daniele Gaglianone racconta un corso di italiano per migranti, con Valerio Mastandrea nei panni di insegnante. Sulle orme di Vittorio De Seta, un’opera tra documentario e finzione...

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La necessità di un controcampo: questo rivendica Mare chiuso. Di fronte alle pseudo verità dette in mantra automatici dalle Tv, la voce di un piccolo documentario. Che si oppone alle dichiarazioni dei Maroni di turno e affronta, vis à vis, le conseguenze degli accordi bilaterali tra Italia e Libia. Ovvero: le imbarcazioni di migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo dovevano, fino alla condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, essere ricondotte in territorio libico. Dove gli uomini erano accolti da abusi e torture.

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Di fronte alla realtà che filma, Gianfranco Rosi sperimenta quella che John Keats chiamava «la capacità negativa del poeta»: sopportare cioè la perdita di sé per ricrearsi in un soggetto o in un ambiente diversi. Il suo racconto di Lampedusa in Fuocoammare è un confronto continuo con un mondo tenuto a distanza e al tempo stesso avvicinato. Nel film ci sono Samuele, ragazzino che patisce il mare e ci vede poco da un occhio, e una serie di altri abitanti dell’isola, testimoni muti e talvolta partecipi degli sbarchi di migliaia di persone.

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La storia di questo film, la cui lavorazione è iniziata nel 2001, è travagliatissima, e legata per lo più alla inclassificabilità di questa pellicola nel panorama italiano, alla sua quasi impossibile gestione e collocazione in un sistema pseudo-manageriale, e che tende a privilegiare prodotti e format che non azzardino troppo in senso estetico e produttivo.

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Con La prima neve Andrea Segre prosegue l'idea di un cinema umanista, radicato in una provincia italiana quieta e dimenticata. Dopo Chioggia in Io sono Li, il suo sguardo da documentarista si posa sull'alta montagna del Trentino, a Pergine Valsugana, dove nei boschi giallastri di un autunno che sta per diventare inverno cresce il legame tra un ragazzino e un immigrato del Togo, arrivato in Italia attraverso l'inferno della Libia.

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Giovane cinese immigrata nella periferia romana, dove cuce vestiti in un laboratorio sotterraneo, Li (Zhao Tao) viene inviata dal suo "padrone" come barista a Chioggia, tra nebbie e maree, in un'osteria affacciata sul canale. Come Li - anche se integrato in Italia da anni - è straniero anche il pescatore slavo Bepi, detto "il Poeta" (Rade Sherbedgia). La comunicazione tra i due è tenera, incomprensibile per le altre veraci "mosche da bar" del cast indovinatissimo: Marco Paolini (Coppe), anche coproduttore, Roberto Citran (l'Avvocato) e un triviale Giuseppe Battiston (Devis).

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La nave dolce è carica di zucchero, colma di speranze, stipata di persone. La nave dolce ha un nome: Vlora. E attraversa il Mediterraneo, nell'agosto del 1991, trasportando verso Bari, Lamerica, 20 mila cittadini albanesi in cerca di futuro. Sostiene Vicari, dopo aver narrato la sospensione della democrazia in Diaz: «è un momento di cambiamento per l'Italia: è con la Vlora che l'immigrazione si trasforma in un problema di ordine pubblico. Raccontato falsamente.

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Noi e loro. I cittadini del mondo ricco e i nuovi barbari. Accoglienza e rifiuto. Solidarietà e diffidenza. Tolleranza e razzismo. Ospitalità e disprezzo. Sono solo alcune delle dicotomie che sostentano e sostengono quasi tutto il cinema italiano che mette in scena, romanza, rappresenta il contraddittorio rapporto tra la nostra società, la nostra psicologia, la nostra cultura e gli "alieni": i migranti, i clandestini, gli "altri" che arrivano mossi, per lo più, dalla povertà, dal bisogno, dalla disperazione.

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Quattro pescatori cercano di riempire le reti sconfinando dalla Sicilia, dove stazionano, nelle acque territoriali tunisine, rischiando sempre di essere braccati dalla guardia costiera. Tra di loro c'è un giovane che vorrebbe andare in America, e un tunisino che non può tornare a casa. Il motore va in avaria e loro tornano in Campania, ma il ritorno a casa sarà l'inizio della fine, e i personaggi dovranno perdersi per ritrovarsi. Il film è assai intenso nella prima parte, quasi documentaria, parlata in un brusco dialetto e con nessun gusto elegiaco o folklorico.

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Noi che aspettiamo i film mancati, come Il sergente nella neve e quelle altre cose spostate, nel corso degli anni, da un cassetto a una scrivania, al comodino e poi ancora nel cassetto, facciamo ormai i conti con il tempo. Spiazzati da Ermanno, perché «basta film». Felici perché «ancora uno». Della chiesa dove il "villaggio" s'imprigiona e si libera, vediamo sempre e solo l'interno, opaco e cementato. Il vecchio prete, con la barbona biblica di Michael Lonsdale, assiste con disperata impotenza alla rimozione del Cristo e al sacrilegio della sparizione di un Tempio.

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«Una storia sospesa tra realtà e mito, raccontata con il linguaggio lieve e potente delle fiabe»: Emanuele Crialese confessa le ambizioni del suo quarto lungometraggio (in 14 anni), che poi altro non sono che i vestiti della sua originale cifra stilistica. Il risultato di Terraferma, diciamolo subito, non è all'altezza di Nuovomondo: il meraviglioso gioco tra onirico e reale, tra il cinema di Coppola e Tornatore da un lato e il Neorealismo estremo alla Terra trema viscontiana, è qui frenato da altre urgenze.

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Schermo nero. Rumori, presenze. E poi Luminita, giovane moldava, marginale persino in una baraccopoli, clandestina in cerca del minimo riconoscimento sociale, di un documento falso che documenti una (comunque) falsa integrazione. O quantomeno certifichi la sua esistenza. E poi Antonio, anziano prossimo alla morte, dedito ad affari la cui mancanza di limpidezza ha probabilmente bruciato e bucato la gola, uomo solo, bisognoso di cure mediche. Lottano, entrambi, per la sopravvivenza.

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Pigneto, Roma. Finzione e realtà: Valerio Mastandrea interpreta un professore di italiano in una classe di veri immigrati. Quando a uno di questi scade, sul serio, il permesso di soggiorno la scena s'apre al retroscena, le problematiche reali entrano nel film, e quelle aperte dalla fiction finiscono in secondo piano, rimangono sospese, perse. Così La mia classe, scioccato dal reale, finisce per abiurare al realismo d'impegno del cinema civile e borghese, della retorica emotivamente ricattatoria, del sentimentalismo che risolve comodamente questioni sociali in questioni personali.

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Ad Aleppo il brandello immacolato di un vestito da sposa può salvare la vita: i cecchini non sparano a chi ha il capo incoronato di bianco. Così al giornalista Gabriele Del Grande è venuta l'idea per Io sto con la sposa, dall'accostamento tra l'abito nuziale e il tradizionale segno di resa divenuto, negli anni, per molti, segno di pace. Da Milano a Malmö la strada è lunga, soprattutto per i rifugiati obbligati dalle leggi internazionali a restare nel primo paese europeo su cui mettono piede.

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Il confine tra docu e fiction è talmente sottile che non si vede, ed è proprio questo a dar forza a Loro di Napoli: storia edificante dell’Afro-Napoli United, squadra di calcio che dal 2009 schiera italiani, migranti e tutto ciò che sta nel mezzo (cioè gli “stranieri” di seconda generazione, che masticano il dialetto partenopeo meglio del cast di Gomorra ma non hanno la cittadinanza perché la legge sullo ius soli se ne sta arenata in parlamento); stravince nei tornei amatoriali, ma quando vuole passare ai campionati ufficiali FIGC si scontra con la pretesa impossibile di c

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È tutto chiaro. È tutto evidente. La tradizione e la modernità. La campagna e la metropoli. Una donna che si fa uomo per essere libera - "vergine giurata", appunto - e torna a essere donna per essere veramente libera. La metafora della condizione femminile, nella storia ispirata all'omonimo romanzo di Elvira Dones che si alterna tra il passato della protagonista incastonata nelle montagne mozzafiato dell'Albania più profonda, il paese delle aquile, e il presente d'una grande città italiana, è espressa con forza e con una sana dose di non detto.

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Un film di volti e di parole che hanno lo stesso colore. Il colore delle parole è un documentario sull'immigrazione che finalmente si concentra sulla voce degli immigrati. Ci aveva già provato, attraverso la finzione, il regista Marco Simon Puccioni, con un piccolo film dal grande respiro come Riparo. Anis era tunisino, Teodoro viene dal Camerum, ma la storia non cambia. Dall'Africa all'Italia, dagli anni 70 a oggi, incasellando i racconti del poeta Teodoro Ngana e di altri tre suoi compagni emigrati a Roma.

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