Detroit

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Francesco Foschini dice che Vediamoci chiaro è il film da salvare oggi in TV.
Su Rete4 alle ore 02:15.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

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Mariuccia Ciotta

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Detroit ultima fermata


Il 23 luglio 1967, in piena guerra del Vietnam, in un locale di Detroit non autorizzato a vendere alcolici viene organizzata una festa di “bentornato” dedicata a un gruppo di reduci afroamericani. Un’irruzione della polizia scatena una rivolta che finisce per estendersi a tutta la città, costringendo le autorità a invocare l’intervento della guardia nazionale. Un poliziotto, Philip Krauss (Will Poulter), si distingue per le violenze, la sua storia si incrocia con quella di un gruppo di “sopravvissuti” che per motivi diversi si ritrovano assediati tutti nel medesimo luogo: l’Algiers Motel. Tra loro Larry Reed (Algee Smith), musicista dei Dramatics, band di rhythm and blues in città per un concerto dal quale dipende un contratto discografico; due ragazze bianche, Ann (Hannah Murray) e Karen (Kaytlin Dever), e un loro amico nero, Carl (Jason Mitchell), e un reduce del Vietnam, Greene, interpretato da Anthony Mackie (il Falcon dei film targati Marvel). Carl spara a salve per fare uno scherzo attirando l’attenzione di una guardia giurata, Melvin (John Boyega), e infine di Krauss e dei suoi uomini, che con zelo feroce irrompono nel motel.

Detroit è il terzo film realizzato assieme da Kathryn Bigelow, regista, e Mark Boal, giornalista e sceneggiatore, per qualche tempo anche compagni nella vita. Una collaborazione che proseguirà con un quarto progetto annunciato per il 2020, una specie di biopic di Bowe Bergdahl, militare americano catturato dai talebani in Afghanistan nel 2009. I due precedenti film di Bigelow e Boal sono The Hurt Locker (2009), storia di un gruppo di artificieri in Iraq e del difficile reinserimento nella vita civile di uno di loro, interpretato da Jeremy Renner, e il più controverso Zero Dark Thirty, sull’individuazione e uccisione di Osama Bin Laden, con Jessica Chastain nei panni dell’agente Cia che ebbe l’intuizione di cercare il leader di Al Qaida nel compound pachistano. Kathryn Bigelow è tra le principali autrici del cinema contemporaneo, il suo è uno stile registico energico, capace di restituire anche attraverso l’utilizzo della macchina da presa a mano il respiro dell’azione e l’adrenalina degli eventi. Per The Hurt Locker ha vinto l’Oscar come migliore regista, prima volta in assoluto di una donna.

La cosiddetta sommossa di Detroit del 1967, nota negli Usa come 12th Street Riot, dall’indirizzo del locale in cui scoppiò, è tra le più drammatiche della storia americana. A ferro e fuoco per cinque giorni, dal 23 al 27 luglio, un’intera città. Le operazioni di polizia che scatenarono la rivolta provocarono una profonda spaccatura tra comunità nera e istituzioni, alla ricomposizione della quale non contribuì la decisione del governatore George M. Romney (padre di quel Mitt Romney che sfidò Barack Obama alle elezioni presidenziali del 2012) di far intervenire la guardia nazionale. Dopo cinque giorni di scontri violentissimi, stigmatizzati dal presidente “dei diritti civili” Lyndon B. Johnson, il bilancio fu da guerra civile: 43 morti, 1189 feriti, 7000 arrestati, l’80% dei quali afroamericani. All’Algiers Motel vennero uccisi tre ragazzi neri disarmati, dei delitti furono accusati tre poliziotti e una guardia giurata. Tutti prosciolti. Il film Detroit è stato interamente girato a Boston, per evitare proteste e speculazioni su una ferita ancora aperta negli Stati Uniti.

Un lungo prologo di riassunto degli scontri fino all’evacuazione del teatro dove dovrebbero esibirsi i Dramatics, e un lungo epilogo con gli interrogatori di “testimoni” e sospetti” del massacro dell’Algiers Motel. In mezzo la parte girata neanche dentro il Motel inteso nella sua totalità, ma in un suo angusto corridoio, con i ragazzi faccia al muro e i poliziotti a picchiarli, ferirli, umiliarli, ucciderli. Uno spettacolo che pare non finire mai, sempre più claustrofobico, con la macchina da presa (per lo più a mano) che stringe sui corpi, i volti, anche con freddezza. Una resa fotografica cupissima che rappresenta uno dei motivi di originalità del film (l’operatore è l’inglese Barry Ackroyd, storico direttore della fotografia di Ken Loach). Rispetto a The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, Bigelow & Boal non concedono un punto di vista forte o comunque esclusivo sulla storia, impediscono allo spettatore una identificazione precisa, fatta salva l’ovvia empatia per le vittime. Persino il cattivo, Krauss, non è un gigante di malvagità tipo Michael Shannon in The Shape of Water, ma un personaggino quasi qualunque, efferato per automatismo più che per cattiveria profonda. Sono scelte di scrittura molto interessanti ma forse hanno creato una distanza con il pubblico, che purtroppo negli Stati Uniti non ha premiato il film. Che è potente e problematico insieme, forse il più sperimentale di Kathryn Bigelow e comunque davvero imperdibile per l’audacia con la quale descrive un fatto storico circostanziato bloccandolo nel tempo. Come dire: gli Stati Uniti, nel rapporto tra istituzioni, potere, minoranze, situazioni di classe (i ricchi, i poveri) e razziali, è ancora fermo lì, all’impasse allucinata del “shock corridor” di un motel di Detroit.

Jessica Chastain fu protagonista nel 2013 di Zero Dark Thirty, dove interpreta un’agente della Cia inflessibile, sulle tracce di Osama Bin Laden. Ritratto di una delle attrici migliori del momento, destinata per i suoi ruoli iconici a imprimersi nella memoria collettiva.

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Cinema "al punto di rottura", come suggerisce il sottotitolo italiano. Point Break è il più adrenalinico film di Kathryn Bigelow, che guarda a William Friedkin se possibile in modo ancora più muscolare. Scene e situazioni diventate velocemente di culto. Con un trascurabile remake.

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