Gianni Amelio

Illustrazione originale di Simone Massi
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Christophe Honoré quest'anno è al Festival di Cannes con Plaire, aimer et courir vite , in gara anche per la Queer Palm. Vi riproponiamo uno degli Scanners a lui dedicati.

Un saluto a Ermanno Olmi con le parole di Gianni Amelio.

La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

scelta da
Alice Cucchetti

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La tenerezza dello sguardo


Un film di Gianni Amelio mancava all’appello da più di tre anni. Da quando, nel settembre 2013, uscì in sala L’intrepido con Antonio Albanese, il più incompreso dei suoi titoli. Adesso tocca a La tenerezza, al cinema dal 24 aprile, tratto con prevedibile libertà da un libro del 2015, La tentazione di essere felici (Longanesi), dello scrittore napoletano Lorenzo Marone. Napoli, nelle biografie o se ambientazione di una storia, non è mai un dettaglio. Ancora non ho visto La tenerezza, anche se con Amelio ne ho parlato presentando il suo romanzo Politeama (Mondadori) ad Asti, lo scorso dicembre, pochi giorni prima di Natale. Mi colpiscono però le note che accompagnano i materiali stampa, dove la sinossi è succinta, allusiva, volutamente reticente. «Storia di un padre e dei suoi figli non amati, un fratello e una sorella in conflitto, una giovane coppia apparentemente serena. Due famiglie in una Napoli borghese, lontana dalle periferie, dove il benessere può rivelarsi tragico». Così si legge. Mi piace l’idea che il cineasta torni al dramma borghese, che da Morselli (Guido) in poi è più una categoria dello spirito, esistenziale, che sociale o di classe. Era da Colpire al cuore che Amelio se ne stava alla larga, forse anche giustamente, affamato di altre esistenze e di altre storie più urgenti da raccontare. Mentre scrivo queste righe, La tenerezza me lo posso solo immaginare. Mi piace l’idea che il tragico in La tenerezza non c’entri nulla con lo scenario periferico della città, quello “gomorresco” ormai banalizzato dal cliché televisivo. Mi piace l’idea che il protagonista, un uomo anziano, cinico, sia interpretato da Renato Carpentieri, che proprio in un film di Amelio esordì, Porte aperte, da Sciascia. Immagino la sua performance in sottrazione, la sua misantropia sfumata ma ugualmente aspra. Mi piace che nei panni di sua figlia ci sia Giovanna Mezzogiorno, tra i due un rapporto a dir poco problematico. È un’attrice eccellente che nell’ultimo lustro ha lavorato troppo poco. Nel cast anche Elio Germano, Micaela Ramazzotti, Maria Nazionale… Amelio sa entrare in simbiosi con i propri attori come pochissimi altri registi. Vedremo al cinema con quale tenerezza li avrà trattati.

Non poteva finire che così. Dopo tanti anni e tanti film a raccontare figure paterne, reali e putative, Gianni Amelio con Il primo uomo incontra finalmente una madre. La sua presenza fisica, concreta, quasi religiosa, anziana (Catherine Sola) e giovane (Maya Sansa). Una scorciatoia la nostra, perché il film è (anche) altro. Segue il ritorno in senso tragico (nostos) di un “esule”, il Cormery dell’omonimo romanzo incompiuto di Albert Camus a cui il film si ispira.

In concorso alla Mostra di Venezia 2013, L’intrepido è per Gianni Amelio un film fondamentale, oltre che un titolo da prendere "alla lettera"...

Dopo la presentazione in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2011, Gianni Amelio ha raccontato a Film Tv la genesi e la storia di Il primo uomo, tratto dall’opera postuma di Albert Camus

Camminano in fila indiana, un giovanotto un po’ sperduto, una ragazzina immusonita, un bambino dalla faccia triste. Vestiti di jeans chiaro, si tirano dietro un paio di borsoni e gli zainetti e attraversano strade di città sconosciute e marciapiedi di binari affollati. Senza quasi mai parlare: solo qualche gesto di stizza involontaria, un calcio alla valigia, una ribellione improvvisa, un’insormontabile stanchezza, un lungo sonno. Guardano nel vuoto, il paesaggio che scorre attraverso i finestrini del treno o dell’auto, e ogni tanto si osservano, cercano di capire qualcosa.

Colpire al cuore fu nel 1982 il primo film per il grande schermo di Gianni Amelio, ragazzo 37enne nato nel 1945 in un paesino della Calabria. E subito ci fu polemica, perché il regista, cui la Rai illuminata di Paolo Valmarana aveva dato fiducia, difendendo i livelli culturali del mezzo, si permetteva, non ancora derubricati dalla coscienza gli Anni di Piombo, quando strade e fabbriche risuonavano dell’eco degli spari, di ribaltare la prospettiva morale et generazionale e di fare un film intimista sul terrorismo, anticipando Luchetti, fra i pochi a trattare un argomento tabù.

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«Questo documentario sarebbe stato bello non averlo fatto; cioè, non aver avuto la necessità di farlo. Sogno un mondo dove Felice chi è diverso non esiste». Sono affermazioni di Gianni Amelio sulla sua ultima opera, presentata alla Berlinale 2014 nella sezione Panorama Dokumente prima di approdare sui nostri schermi; affermazioni in cui la parola chiave è «necessità». I versi di Sandro Penna che danno il titolo al film («Felice chi è diverso essendo egli diverso.

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«Assurdo», gli dice Lucia. Assurdo che Antonio, 48 anni, di lavoro faccia il "rimpiazzo". Un mestiere terminale, nemmeno troppo immaginario, di un sistema che per essere stabile cerca il precario, l'occasionale. Così, che sia per un giorno, o anche solo per un'ora, Antonio sostituisce coloro che ne hanno bisogno. Ed è felice. Fa l'attacchino e lo stiratore, il muratore e il fattorino, gonfia palloncini per decorare il Primo Maggio di gioia, guida i tram per le vie di Milano. Fa tutto questo. E lo sa fare, con l'umiltà di chi può persino scendere in strada, a vendere rose.

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Algeria, 1957. Celebre in Europa, lo scrittore pied noir (i francesi nati in Algeria) Jean Cormery torna nel paese natale, già devastato dalla guerra di liberazione ma ancora lontano dall’indipendenza (concessa da De Gaulle nel 1962). Per Parigi l’Algeria è una provincia francese, non una colonia, e i rivoltosi sono terroristi. Cormery ricorda la sua infanzia povera, quando era normale che bambini europei e arabi giocassero assieme, influenzata da una famiglia matriarcale e dalla mancanza del padre, morto in guerra.

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Una fila di operai incazzati sotto la pioggia. Un pullman di tecnici e dirigenti cinesi in arrivo. Su uno striscione, gli ideogrammi compongono la parola "Avvoltoi". All'interno della fabbrica l'altoforno ha la bellezza imponente e immota di un dinosauro dell'era industriale. È notte, i cinesi sciamano, chiedono spiegazioni, scattano fotografie, fumano noncuranti dove non dovrebbero.

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Il primo piano di un uomo; in sottofondo, i rumori del bar di una stazione. L'uomo ha la faccia affaticata, concentrata, ma non arrabbiata: sta passando le consegne di un'esperienza difficile a un altro uomo, che vediamo nel controcampo, che sembra preoccupato, teso, quasi intimidito. L'esperienza difficile si chiama Paolo, ha quindici anni, è nato da un parto disgraziato che ha ucciso sua madre e segnato il suo corpo, e in quel momento sta dormendo sul treno che deve portarlo a Berlino, per una terapia di riabilitazione in una clinica specializzata.

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Emilio, adolescente introverso, è figlio di Dario, docente all’Università di Milano. Durante una visita alla casa di campagna della nonna, i due fanno la conoscenza di Giulia e Sandro, quest’ultimo allievo di Dario. Qualche sera dopo, a Milano, Emilio assiste a una sparatoria tra terroristi e carabinieri: di fronte a lui, agonizzante a terra, c’è proprio Sandro. Sorge in lui il sospetto che il padre, dopo la morte del ragazzo più vicino a Giulia, possa essere a sua volta coinvolto nelle trame terroristiche.

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