Hollywood

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Alice Cucchetti
Pietro Bianchi
Maria Sole Colombo
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Oggi Free
Simone Emiliani dice che Qualcosa è cambiato è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Avventure da vedere e rivedere, capolavori dell’animazione e lezioni sul rapporto tra uomo e natura: sono i film dello Studio Ghibli, (quasi) tutti disponibili su Netflix.

È una questione di intesa. Lo sguardo di Jonah Hill su Stevie è simile a quello di Jodie Foster su Fred in Il mio piccolo genio . Entrambi con lo stesso provvisorio smarrimento, la stessa solitudine. Con una differenza: l’attrice, nel suo esordio nella regia, era anche protagonista. Jonah Hill no: si affida anima e corpo al bravissimo protagonista, Sunny Suljic, già sorprendente in Il sacrificio del cervo sacro . E poi ancora strani incroci: Scott Rudin, tra i produttori di Mid90s e anche di Il mio piccolo genio .

Il miglior film hollywoodiano dell’anno l’ha fatto la HBO, naturalmente è una miniserie e non un film, ma della Hollywood perduta (non necessariamente quella classica) riprende l’impostazione e la tradizione di trarre da un bestseller un’opera d’autore colta e insieme popolare, come un tempo erano film quali Ragtime , La scelta di Sophie o Il colore viola .

«Continuare a vivere significa continuare a fare film» dice Máximo Espejo, il regista di Légami! È paralizzato sulla sedia a rotelle, in preda a pulsioni fisiche voraci e inappagabili per la bella protagonista, ma non importa: importa il cinema, che si fa «con il cuore e con i coglioni», e quelli funzionano. Il cinema si deve , anche se non si vede : il cinema si fa anche da ciechi, ed è il caso di Mateo Blanco, che perde la vista e l’amore in un incidente ma torna alla celluloide per ricomporre Gli abbracci spezzati .

Sperimentatore eccentrico con l’umiltà del mestierante o dell’artigiano, Nobuhiko Ôbayashi è divenuto un culto per caso, per la sua instancabile volontà di immaginare, al di fuori da ogni schema. Al nome del regista giapponese in genere viene associato un solo titolo: House (1977). Un caso difficilmente superabile di follia su pellicola, in cui l’immaginazione sale al potere senza che nessun limite - di budget, buon gusto o buon senso - la possa rallentare.

La citazione

«Solo chi lascia il labirinto può essere felice, ma solo chi è felice può uscirne (Michael Ende - Lo specchio nello specchio)»

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L'altra Hollywood


L'ultima creazione per Netflix del prolifico autore Ryan Murphy racconta l'industria del cinema del dopoguerra e immagina di riscriverne la storia. Una miniserie che non può (e non vuole) lasciare indifferenti, e infatti ecco l'opinione di cinque firme di Film Tv: una recensione, un editoriale e tre punti di vista.
 

«Vuoi dire che per tutto questo tempo avremmo potuto essere amiche?». Se lo chiedevano, come un’epifania, Bette Davis e Joan Crawford nella puntata finale di Feud, un’altra serie targata Ryan Murphy ambientata dietro le quinte della Hollywood che fu. Se lo chiedevano, comprendendo d’un tratto la quantità di potenziale inespresso e d’infelicità inflitta alle loro vite, ma solo in sogno.

In Hollywood, la seconda serie (dopo The Politician) partorita dal miliardario contratto di Ryan Murphy con Netflix, si immagina un colossale “what if ”: e se le minoranze storicamente escluse dalla fabbrica dei sogni avessero avuto la loro gloria? Se fossero state rappresentate sullo schermo, visibili, dunque legittimate dalla società?

Basterebbe guardare gli opening credit di Hollywood per scoprirne sintomaticamente la missione ideologica: gli attori e autori dell’immaginario film Meg - quello che secondo la storia parallela di Ryan Murphy avrebbe dovuto fare da capostipite alle identity politic hollywoodiane di oggi e su cui è incentrata la serie - che salgono sulla scala che si trova dietro alle lettere della famosa scritta “Hollywood”, e una volta arrivati in cima, ammirano la nuova alba che splende sull’industria del cinema.

È impossibile, addentrandosi nella Hollywood di Ryan Murphy, non percepire il disagio crescente di scoprirsi spettatori, più che di una lettera d’amore allo studio system, di una verbosa reprimenda. Così come non si può non convenire con chi, su queste pagine (vedi sopra), ascrive alla voce “programmatico didascalismo” l’urgenza di declamare ad alta voce, spiegone dopo spiegone, un messaggio per cui è legittimo sacrificare ritmo narrativo e resa drammatica.

Si fa un gran parlare di utopie e di ucronie. E di riscrittura di un finale, quando questo ci ha amareggiato e rattristato, con il suo carico di ingiustizie. È stato così per Avengers: Endgame dei fratelli Russo, che hanno concesso alla riscrittura del finale lo spazio di un intero film (peraltro il maggiore incasso di sempre).

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