Hollywood

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Alice Cucchetti
Pietro Bianchi
Maria Sole Colombo
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Mauro Gervasini dice che Il buono, il brutto e il cattivo è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 21:10.

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«La televisione è meglio del cinema. Sai sempre dov'è la toilette. (Dino Risi)»

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Pedro Armocida

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L'altra Hollywood


L'ultima creazione per Netflix del prolifico autore Ryan Murphy racconta l'industria del cinema del dopoguerra e immagina di riscriverne la storia. Una miniserie che non può (e non vuole) lasciare indifferenti, e infatti ecco l'opinione di cinque firme di Film Tv: una recensione, un editoriale e tre punti di vista.
 

«Vuoi dire che per tutto questo tempo avremmo potuto essere amiche?». Se lo chiedevano, come un’epifania, Bette Davis e Joan Crawford nella puntata finale di Feud, un’altra serie targata Ryan Murphy ambientata dietro le quinte della Hollywood che fu. Se lo chiedevano, comprendendo d’un tratto la quantità di potenziale inespresso e d’infelicità inflitta alle loro vite, ma solo in sogno.

In Hollywood, la seconda serie (dopo The Politician) partorita dal miliardario contratto di Ryan Murphy con Netflix, si immagina un colossale “what if ”: e se le minoranze storicamente escluse dalla fabbrica dei sogni avessero avuto la loro gloria? Se fossero state rappresentate sullo schermo, visibili, dunque legittimate dalla società?

Basterebbe guardare gli opening credit di Hollywood per scoprirne sintomaticamente la missione ideologica: gli attori e autori dell’immaginario film Meg - quello che secondo la storia parallela di Ryan Murphy avrebbe dovuto fare da capostipite alle identity politic hollywoodiane di oggi e su cui è incentrata la serie - che salgono sulla scala che si trova dietro alle lettere della famosa scritta “Hollywood”, e una volta arrivati in cima, ammirano la nuova alba che splende sull’industria del cinema.

È impossibile, addentrandosi nella Hollywood di Ryan Murphy, non percepire il disagio crescente di scoprirsi spettatori, più che di una lettera d’amore allo studio system, di una verbosa reprimenda. Così come non si può non convenire con chi, su queste pagine (vedi sopra), ascrive alla voce “programmatico didascalismo” l’urgenza di declamare ad alta voce, spiegone dopo spiegone, un messaggio per cui è legittimo sacrificare ritmo narrativo e resa drammatica.

Si fa un gran parlare di utopie e di ucronie. E di riscrittura di un finale, quando questo ci ha amareggiato e rattristato, con il suo carico di ingiustizie. È stato così per Avengers: Endgame dei fratelli Russo, che hanno concesso alla riscrittura del finale lo spazio di un intero film (peraltro il maggiore incasso di sempre).

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