Martin Scorsese

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Sergio M. Grmek Germani dice che 2 marines e 1 generale è il film da salvare oggi in TV.
Su Cine Sony alle ore 09:15.

Una serie tv da cominciare? Attenzione, perché secondo Alice Cucchetti è magnetica e non potrete fare a meno di finirla.

La figura del Papa è stato oggetto di recente di una delle nostre liste. Ma se il Papa, più che una presenza, fosse una specie di fantasma irraggiungibile? Ovviamente, secondo Marco Ferreri.

L'ultimo film di Paul Schrader, First Reformed , esce direttamente in dvd, ma per noi è il film della settimana. Ripercorriamo la carriera di questo regista con un ritratto di Roberto Manassero.

Il blu è un colore caldo, soprattutto se si tratta di un giallo di Simenon raccontato da Amalric.

Quando Rete 4 fu mandata sul satellite. Dialogo tra un canale televisivo e Tommaso Labranca.

La citazione

«Non è più possibile parlare d'arte escludendo la scienza e la tecnologia. Non è più possibile analizzare i fenomeni fisici escludendo le realtà metafisiche. (Gene Youngblood)»

scelta da
Simone Arcagni

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L'opera-vita di un cineasta unico


Sapete che nel linguaggio a volte criptico della critica cinematografica ci si riferisce a certi film come a "opere-mondo". Significa che al di là della storia e della rappresentazione descrivono una cultura, un'epoca, una comunità, magari per metafora o per sineddoche: un piccolo episodio (ad esempio la violenta repressione degli immigrati europei da parte della Wyoming Stock Growers Association in I cancelli del cielo, perfetta opera-mondo come anche Titanic di James Cameron) che però rimanda al racconto di una nazione, delle sue radici, contraddizioni, carattere... Martin Scorsese ha diretto almeno un'opera-mondo, Gangs of New York, e ci ha forse provato con The Aviator, ma ha saputo andare oltre dedicandosi a "opere-vita", film talmente impastati di biografismi e autobiografismi da risultare vibranti come corpi appunto vivi. Toro scatenato è il centro pulsante della sua filmografia, Scorsese puro (che significa dover fare i conti con contributi "esterni" coerenti con la propria poetica e visione, e allora le sceneggiature di Paul Schrader, il montaggio di Thelma Schoonmaker, le collaborazioni musicali di Robbie Robertson, la fotografia di Bob Richardson, tra gli altri), una fetta di vita (altro che torta...) per l'autore che rischiò l'annientamento anche fisico per portarlo a termine. Non ci sarebbero altri capolavori come Re per una notte e Quei bravi ragazzi senza Toro scatenato (sono i tre suoi film che amo di più, mi accorgo...). E dalla carne di questi film e di altri (Casinò, Fuori orario, L'età dell'innocenza, naturalmente Taxi Driver, The Wolf of Wall Street, tutti splendidi) si è arrivati a questa sorta di grido d'aiuto verso l'assoluto, una battaglia continua, ma con apici indimenticabili e profondissimi (L'ultima tentazione di Cristo, Silence, lo stesso Taxi Driver e il sottovalutato Al di là della vita), con lo spirito, diremmo Dio se lui per primo (e lo stesso Schrader da un'ottica non cattolica) non la considerasse una mancanza verso il secondo comandamento. Ma è lì, in questo confronto, che si trovano il nucleo teorico ed estetico del cinema di Scorsese. Qualche passo falso in cinquant'anni di carriera c'è stato (Kundun, The Departed - Il bene e il male, che pure gli è valso il suo unico Oscar, e Shutter Island mi paiono irrimediabilmente fragili) ma da Chi sta bussando alla mia porta (1967) a Silence (2016) Scorsese è riuscito come nessun altro collega della New Hollywood a mantenere una qualità artistica altissima. In attesa del prossimo capitolo The Irishman - distribuzione Netflix, ancora con Robert De Niro, sulla storia di Frank Sheeran l'uomo che forse ha ammazzato Jimmy Hoffa - vi invitiamo a immergervi in questo corposo speciale dove riproponiamo articoli e servizi che Film Tv gli ha dedicato negli anni. Buona lettura.

Nel 2013 Film Tv ripercorse 50 anni di cinema di Martin Scorsese coinvolgendo scrittori e sceneggiatori (Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Grazia Verasani, Alessandro Piva, Marco Martani) e il grande Enzo G. Castellari in un servizio nel quale si faceva, per la prima volta, la "gara" tra i due attori preferiti del regista italoamericano, Robert De Niro e Leonardo Di Caprio. Spazio anche alla sua attività di restauratore e divulgatore dei migliori film della sua (e della nostra) vita... 

Il cinema del grande cineasta newyorkese dalla A alla Z fino al suo ultimo progetto, coltivato da anni: Silence, con Liam Neeson, Andrew Garfield e Adam Driver. Dalle parole del regista, i motivi di un "viaggio" fisico e spirituale straordinario...

American Boy: A Profile of Steven Prince. Il film “perduto”del grande regista newyorkese. E un suo post scriptum...

Il Diavolo, per il quale hanno tutti una certa simpatia, detta la cronistoria del rapporto tra Martin Scorsese e la musica: una riflessione scritta in attesa di Shine a Light con i Rolling Stones...

«Avevo implorato John Cassavetes di darmi un lavoro - racconta Martin Scorsese - mi assunse come montatore del suono per Minnie e Moskowitz a 500 dollari la settimana senza che facessi nulla!». Siamo nel 1971. Scorsese ha diretto Chi sta bussando alla mia porta? e spera di girare un altro film. Mentre lavora per Cassavetes, Roger Corman gli offre la possibilità di fare America 1929: sterminateli senza pietà, una specie di seguito di Il clan dei Barker. Appassionato di cinema di genere, Scorsese accetta.

Quando aveva dodici anni e il papà gli regalò una cinepresa superotto, Martin Scorsese già vedeva il suo nome sul manifesti. C'è un reperto molto divertente in proposito, che lui stesso mostra volentieri agli amici: un cartoncino colorato a mano con i titoli di testa di un kolossal sull'antica Roma, della Marsco Production (!), in cinemascope 75 millimetri (nel 1957!) e un cast strabiliante, che va da Marlon Brando a Robert Taylor, a Jean Simmons, a Alec Guinness, fino a Rita Mareno ed Elsa Martinelli.

Forse il corteggiamento più insistente, petulante, fastidioso e tuttavia irresistibile della storia del cinema. Certamente il più lungo (dura circa 20 minuti): la notte del V Day (il giorno della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale) Times Square si scatena in festa, militari, ragazze, tutta la città per strada, tonnellate di coriandoli di carta che volano dai grattacieli, la macchina da presa che scende a rintracciare un giovanotto in pantaloni bianchi e camicia hawaiana e lo segue dentro una sala da ballo dove impazza l’orchestra di Tommy Dorsey.

Nel mio inglese approssimativo - dopo è peggiorato - in una pausa di lavorazione cercavo di raccontare a Robert De Niro la trama del romanzo Gli ultimi fuochi. Gli era appena arrivato un telegramma da Los Angeles (allora, nel 1974, i telegrammi li spedivano ancora) con la proposta di un film di cui si sapeva poco, a parte che il copione lo stava scrivendo Harold Pinter e il regista sarebbe stato, buon per lui, Elia Kazan. All'epoca De Niro aveva meno di trent'anni, era un ragazzo fragile d'aspetto e pochissimo espansivo.

Nella filmografia di Martin Scorsese esistono, benché rari, dei “sopravvalutati”, basti pensare che l’unico Oscar l’ha vinto per The Departed - Il bene e il male. Meno scontato pensare che esistano dei “sottovalutati”, eppure è questo il caso. Re per una notte, incastrato tra due capolavori come Toro scatenato e Fuori orario, viene troppo spesso dimenticato, quando è non solo fondamentale nel percorso - anche biografico - dell’autore, ma bellissimo. Prima dell’opera, la vita.

La scelta di martin scorsese di avvicinarsi il più possibile ai Rolling Stones sembra quasi il tentativo di svelarne un’identità segreta, se non proprio un’anima misteriosa. Lo stesso titolo, Shine a Light (disponibile da questo mese in dvd Feltrinelli Real Cinema) suggerisce l’idea di illuminarne gli angoli e le sfumature più remote, anche se alla fine le uniche luci che si accendono sono quelle di New York, splendide e sfrontate nei titoli di coda.

Ha la triste fama del “capolavoro mancato” Gangs of New York, ma non importa.

È veloce, ilare, cattivo: va come una fucilata The Wolf of Wall Street, storia della fulminea ascesa e della rovinosa caduta di Jordan Belfort, broker, guru, imbonitore, miliardario a ventisei anni, soci e dipendenti che lo adorano, una moglie perfettamente bionda e sinuosa, una casa da sogno, uno yacht che era appartenuto a Coco Chanel, soldi e droga a fiumi (qualsiasi droga in circolazione, compreso il Quaalude, un antidepressivo di moda negli anni 50, del quale più tardi si scoprirono gli effetti collaterali euforici).

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Seconda regia di Martin Scorsese, “ragazzo di bottega” alla Corman Factory, solo superficialmente può incasellarsi tra i film di genere: risente del clima della New Hollywood e ancora di più della filosofia produttiva di Corman stesso (bassi costi, sesso e violenza, una certa qualità formale). Seppure ancora con qualche esitazione, Scorsese rompe la routine di un lavoro da “catena di montaggio” e lascia intuire quali saranno le sue peculiarità future.

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Paul Hackett è un anonimo tecnico informatico che vive a New York, single, soddisfatto del proprio lavoro e ben inserito socialmente. Un giorno, in un bar, conosce una ragazza e decide di farle una corte spietata. Di lì in poi gliene capitano di tutti i colori: la ragazza non si presenta all’appuntamento senza dare spiegazioni, lui si ritrova da solo per le strade della città, in piena notte, lontano da casa e senza neppure i soldi per pagarsi un passaggio in taxi; in più tutti gli abitanti del quartiere sembrano avercela con lui.

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Se su alcune delle pellicole successive (come Gangs of New York o The Departed) rimane il dubbio se si tratti di titoli “minori” o di capolavori mancati, su Quei bravi ragazzi ci sono solo certezze: è un’opera straordinaria che alla sua uscita fece sussultare tutti. Era come se Martin Scorsese ritornasse a casa, tra i suoi goodfellas, poco lontano dalle mean streets dei vecchi tempi.

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Cape Fear è il film “postmoderno” di Martin Scorsese. Postmoderno perché ripiega sul passato, essendo il remake di Il promontorio della paura di J. Lee Thompson. Postmoderno perché amplifica a dismisura le ossessioni del regista: il senso di colpa di Nolte, il contrappasso nell’azione di De Niro, la via crucis orribile verso la redenzione. Postmoderno perché gioca d’accumulo con stili e generi dall’iperrealismo di marca scorsesiana al grottesco puro, dal thriller all’horror. Postmoderno perché coinvolge lo spettatore attraverso un’interpellazione continua.

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Forse, con il senno di poi, il più originale dei film di Martin Scorsese. Perché inatteso, magmatico, sorprendente, di una perfezione che sa essere allo stesso tempo elegante e viscerale. Sulla carta, l’omonimo romanzo di Edith Wharton pareva distante mille miglia dall’immaginario dell’autore di Goodfellas, che invece intravede nello spietato ritratto della società newyorkese di fine ‘800 le stesse trappole “rituali”, sociali (e per estensione politiche) che saranno poi della famiglia o del gruppo paramafioso di altri suoi più celebri titoli.

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Sam “Ace” Rothstein ha bruciato le tappe nei ranghi mafiosi grazie al suo intuito eccezionale per affari e relazioni. Grazie a quello stesso intuito è ora (1973) a capo di ben quattro casinò di Las Vegas, completamente in regola se non fosse per la parte di entrate che regolarmente defluisce verso le casse dei “padrini” e per il fatto che Ace non ha la licenza per l’attività. Gli affari vanno a gonfie vele, e Sam ormai ha in mano un impero. Ma commette due errori.

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La giovinezza di Tenzin Gyatso, il 14° Dalai Lama, dalla reincarnazione nel Buddha alla vita religiosa nel convento di Lhasa, fino allo scontro con la Cina e l'esilio tutt’ora in corso. Scorsese prende un soggetto religioso apparentemente fuori dalle sue corde e lo trasforma in un’esperienza visiva estrema, espressione perfetta di quella tensione tra spirito e materia da sempre presente nel suo cinema.

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Ci sono anime che lasciano il corpo e non vogliono esserci rimesse. Ci sono corpi che vanno tenuti in attività, per dare il tempo al cuore e al cervello di riprendersi e ricominciare a funzionare per conto proprio. Ci sono individui sospesi nel vuoto, che non sanno se lasciarsi andare per sempre o tentare di ricominciare a vivere.

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«Chi si sarebbe mai sognato che la guerra potesse arrivare a New York?». E invece, nel 1863, la guerra infuria nelle strade di Manhattan: due anni prima il presidente Lincoln ha deciso di abolire la schiavitù e undici stati del sud si sono distaccati dall'Unione. La guerra di Secessione è lontana, ma gli uomini che vanno a combatterla, i proscritti, i volontari forzati, i pochi che sembrano crederci, partono da tutti gli stati, e soprattutto dagli strati più bassi.

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Dalle acrobatiche ricostruzioni delle sequenze aeree di Gli angeli dell'inferno al caos lussureggiante delle première hollywoodiane e delle lunghe notti al Coconut Grove; dal colore desaturato del cinema anni '30 alla sfacciataggine del technicolor dei tardi anni '40; dal piglio secco delle udienze governative contro Howard Hughes al fuoco e al gelo che si susseguono nell'inferno privato del miliardario.

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Ci sono due "reclute", due giovanotti cresciuti a South Boston, zona dura della città, almeno "some years ago", come dice la scritta all'inizio del film, nella quale per fare carriera diventi o poliziotto o criminale: Billy Costigan, infatti, è un criminale, è riuscito a entrare nella banda del boss Frank Costello (niente a che fare con la mafia italiana, questo è irlandese, e il suo cognome si pronuncia Càstelo, accento sulla "a", come ha spiegato Scorsese in conferenza stampa), che controlla ogni tipo di traffico, dalla droga alla vendita ai cinesi dei microchip necessari per l'atomica; e

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Con Gangs of New York, Martin Scorsese ha intrapreso un percorso di normalizzazione culminato poi con The Departed, il peggior film della sua carriera. Sempre più simile a Woody Allen per come accumula un progetto dietro l'altro, perde mordente anche se prova a ricordarci il cineasta che è stato. Come nel caso di The Aviator, in Shutter Island non mancano momenti evocativi e potenti. L'incipit cupo e minaccioso e gli inserti onirici che omaggiano il cinema fantastico di Michael Powell sembrano preludere a un altro film.

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Pioggia di nomination quest'anno su due film che fanno del modernariato una ragione di vita. Il bianco e nero estetizzante di The Artist e la tecnologia vecchia spacciata per nuova (il 3D) di Hugo Cabret, che rielabora il cinematografo delle origini riscoprendo l'inventore del suo côté fantastico, Georges Méliès. Vinca il migliore o il meno peggio, come si suol dire, ma questo ritorno al passato, per lo meno a livello di immaginario, dovrebbe francamente far riflettere.

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Jordan Belfort entra a Wall Street dalla porta principale, ma il giorno sbagliato. Il 19 ottobre 1987 è infatti il famigerato "lunedì nero", quando i mercati crollarono come non accadeva dal 1929. Non era che l'inizio, verrebbe da dire pensando al "poi" della Lehman Bros., nel 2008, ma intanto il povero virgulto, con la prospettiva di doversi riciclare chissà dove, sbarca nel New Jersey e dal niente, in perfetto stile "self made man", s'inventa la più stupefacente società di top rider della borsa americana. Dove la parola chiave è "stupefacente".

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Tutto il cinema di Martin Scorsese è popolato di uomini in lotta con se stessi, tormentati dalla propria vocazione, ossessionati dal terrore del fallimento. Il cattolicesimo è sempre stato il controcampo della cinefilia scorsesiana. La verifica sofferta di un’altra identità possibile, avvertita sempre come un tradimento. Questo conflitto è la pietra angolare sulla quale Scorsese ha costruito il suo cinema, nel quale ha raccontato un irriducibile conflitto col mondo.

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