Nico, 1988 e il cinema rock

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Fiaba Di Martino dice che The Box è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 23:25.

Cinema e potere, un rapporto intricato e complesso. Ve ne parliamo su FilmTv n° 50 in uno speciale. Qui trovate la recensione della prima stagione di The Crown​, una delle serie citate nello speciale.

Questo articolo è stato scritto dopo la strage al Bataclan di Parigi, nel novembre 2015. Lo riproponiamo dedicandolo a Johnny Hallyday, scomparso il 6 dicembre scorso a 74 anni, e alla sua idea di rock...

Sarà proiettata al #TFF35 la serie d'autore Tokyo Vampire Hotel , ma Sion Sono è un habitué della rubrica Scanners. Vi proponiamo Himizu e vi consigliamo di scoprire tutti gli altri inediti.

Mentre Sky Atlantic HD trasmette la terza stagione di Gomorra - La serie, riproponiamo la riflessione che il giornalista-scrittore fece in esclusiva per Film TV sull’importanza di una fiction televisiva che a trent'anni dalla prima Piovra ha di nuovo il coraggio di raccontare la criminalità organizzata. Un “sistema” che anche il suo libro ZeroZeroZero, a sua volta destinato a ispirare un'altra serie tv diretta da Stefano Sollima, ha saputo descrivere nei suoi connotati transnazionali.

Visconti e il lato positivo della censura, ovvero quando Gianni Amelio vide per la prima volta Rocco e i suoi fratelli .

La citazione

«Tutti i luoghi che ho visto, che ho visitato ora so ne sono certo: non ci sono mai stato. (Giorgio Caproni - Esperienza)»

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Pedro Armocida

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Nico, 1988 e altre storie


Secondo “Variety” e “Screen International” è uno dei migliori film dell'anno. La società Magnolia Pictures ne ha acquistato i diritti per la diffusione negli Stati Uniti. Comunque vada nel (difficile) contesto italiano delle sale, Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli è già un successo. Modella, rockstar, attrice. Il film racconta soprattutto gli ultimi anni di vita di una donna che è stata tutto questo e vorrebbe reinventarsi come madre (suo figlio Ari - avuto da Alain Delon, che non lo ha mai riconosciuto - ha tentato il suicidio) e come artista, lontana dal cliché della femme fatale dei Velvet Underground. Nico, 1988 comincia con l'immagine di Christa Päffgen (così all'anagrafe) bambina che chiede a sua mamma cosa sia quel bagliore nel cielo («È Berlino tesoro. Che brucia»). Subito dopo, sempre prima dei titoli di testa, la vediamo a Ibiza il 18 luglio 1988 mentre si prepara a uscire in bicicletta, ultimi istanti di vita prima di morire in un banale incidente. La guerra, la Germania, l'Europa, la musica, la pace per un poco ritrovata, la fine. Grande attacco di un film che non è un biopic, ma il racconto di una scheggia di vita, forse rappresentativa di un'esistenza, o forse solo rivelatrice di un'intimità, dell'autenticità di una persona che lotta per uscire dal passato e dalla prigionia dell'icona che fu.

Tra Nico e Christa, Susanna Nicchiarelli (anche sceneggiatrice), aiutata da una attrice meravigliosa come Trine Dyrholm, sceglie di raccontare la seconda ben sapendo di non poter fare a meno della prima. Delle ceneri del tempo si fanno testimoni i frammenti di un film sperimentale di Jonas Mekas, Walden – Diaries Notes and Sketches (1969), di straordinaria complessità tanto da avere influenzato tutto il lavoro di Terrence Malick, una sorta di riflessione videodiaristica sulla compenetrazione tra tempo soggettivo (nel caso specifico, del regista) e cronologia della storia con la maiuscola. A essere senza tempo è per definizione il Mito, e questa sospensione estetica, musicale, esistenziale entro la quale Nicchiarelli racconta gli ultimi anni di vita e di riscatto di Nico rimanda a una rappresentazione mitica dell'Europa.

Il suo essere apolide, il suo bisogno di recuperare le radici tedesche ma nello stesso tempo il suo legame viscerale con i luoghi “condivisi” (non viene detto nel film, ed è un peccato, ma Christa Päffgen parlava bene oltre all'inglese anche il francese, lo spagnolo e l'italiano), come a volerli sempre vivere tutti, contemporaneamente. E per contrasto la visione di un'Europa notturna, decadente, lacerata, di cui la bellissima sequenza ambientata in Cecoslovacchia è simbolo. Ed è sospesa tra sogno e realtà, in una sorta di trance liquida, la stupefacente incursione nella Luminatia, la festa dei morti transilvana comune a molti popoli dell'Est, accompagnata dalle note di Big in Japan degli Alphaville, totalmente dissonanti.

La linearità di Nico, 1988 è solo apparente. Il film è complesso, coinvolgente, perfino commovente, e non occorre la blasonata stampa internazionale per confermare che sì, è uno dei migliori dell'anno. 

Nel 1969 i tre giorni di pace, amore e musica che sconvolsero e trainarono un’intera generazione. Fu business, certo. Ma è il sogno che conta... 

Il 3 luglio 1971 moriva Jim Morrison, lasciando un vuoto incolmabile e suscitando mille sospetti sulla sua effettiva scomparsa. When You're Strange, rockumentary di Tom DiCillo uscito in sala nel giugno 2011 (e quasi contemporaneamente in dvd e in tv), insegue il fantasma del cantante, mito ormai eterno nell’iconografia del 20esimo secolo.

Dopo il passaggio fuori concorso a Venezia 72, uscì nelle sale italiane l’8 ottobre 2015 il documentario Janis, ritratto intimo e travolgente dell’inarrivabile voce soul. La regista Amy Berg ci racconta la genesi, la lavorazione e le scoperte inaspettate.

In occasione della pubblicazione il 16 novembre 2010 del box set The Promise: The Darkness On The Edge of Town Story di Bruce Springsteen, contenente il docurock di Thom Zimny, abbiamo ripercorso la storia di quello che tra brani inediti, cause legali e collaborazioni eccellenti resta il più drammatico e memorabile disco del Boss.

Paul McCartney lo definiva un genio: Brian Wilson, co-fondatore dei Beach Boys e poi musicista solista dalla vita tormentata, al centro nel 2015 del biopic Love and Mercy. A interpretarlo nella versione giovane Paul Dano, in quella adulta John Cusack. Del suo mito abbiamo parlato con Aldo Pedron, massima autorità (probabilmente al mondo) sui Beach Boys e la loro storia... 

In occasione dell'uscita dell'album New, dalla copertina al neon, l'ex Beatle ha illustrato a John Vignola i temi di un percorso creativo complesso eppure lineare, rispettoso delle regole del pop ma ancora capace di innovare. Parla di sé, Sir Paul, del passato, dei classici come Love Me Do, della propria musica oggi e di quando ancora girava insieme agli altri tre.

Mick Jagger e Keith Richards parlano a ruota libera della seconda (terza? quarta?) giovinezza dei Rolling Stones, ancora in tour, sempre con il tempo dalla loro parte.

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Il primo concerto oltre la Cortina di Ferro di una band occidentale con il Muro di Berlino ancora in piedi. L'ultimo concerto di Freddie Mercury con i Queen. Hungarian Rhapsody. Queen Live in Budapest è questo e molto di più: è un film concerto classico e moderno, che unisce la brillantezza e il rigore del genere con lo stile dei Queen, i quali rivoluzionari lo sono stati anche nel coté visivo della loro musica, producendo video divertenti, originali e di ottimo valore.

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L’occasione era epocale: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles - ovvero uno tra i tre/quattro album più influenti della storia del pop-rock - compie 50 anni. Quale migliore ricorrenza per un doc celebrativo, esaustivo e capace di intersecare l’esigenza del grande pubblico (canzoni, concerti, session, materiali di repertorio) a quella dei filologi beatlesiani (disamine ex post, aneddoti inediti)?

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Nimród Antal è un discendente in minore della tradizione degli ungheresi che hanno rafforzato le fila del cinema di serie B hollywoodiano - da André De Toth a Michael Curtiz - e possiede un tocco scarno ma sempre "giusto". Infatti, se si esclude Kontroll, nessuno dei suoi film realizzati negli Usa brilla di particolare originalità, eppure funzionano tutti: merito di un'energia non banale e di un'icastica capacità di sintesi.

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«Hanno provato a farmi andare in rehab, ma ho detto no, no, no». Il tormentone continua a farci da musica di sottofondo mentre confessa, con sincerità disarmante, tutta la verità, nient'altro che la verità. Kapadia prende i testi che Amy Winehouse scriveva su quaderni a righe e li sovraimprime sulle immagini di lei che canta, a occhi semichiusi, sotto l'inconfondibile capigliatura; mai espediente fu più abusato, eppure accende l'attenzione su qualcosa cui forse non avevamo dato peso: è successo tutto sotto i nostri occhi, dentro le nostre orecchie.

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«Cuba! And the Rolling Stones...» dice il profeta Keith Richards prima di concentrarsi sulla chitarra, dando la giusta, roca profondità all’evento. Havana Moon “racconta” il concerto dei Rolling Stones all’Avana del 25 marzo 2016. Prima di loro, a dire la verità, suonarono a Cuba gli Audioslave nel 2005, ma forse non vale essendo tre componenti su quattro di quella band dalla vita breve ma intensa tendenzialmente comunisti.

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Non basterebbe l'enciclopedia britannica per tessere le lodi dei Rolling Stones. E noi non saremo mai più testimoni di un altro anniversario di una band che celebra i suoi primi 50 anni. D'altronde Mick Jagger, rispondendo a Dick Cavett che gli chiedeva se riusciva a immaginarsi ancora su un palco a 60 anni, rispondeva serafico e convintissimo: «Yeah, easily, yeah!» (facilmente). Keith Richards e Mick Jagger sono ormai separati in casa e l'irresistibile autobiografia di Keef non ha certo contribuito a calmare gli animi. Motivo per cui la tentazione di leggere Rolling Stones.

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Documentario nato durante le session di registrazione dell’ultimo album solista di Keith Richards, Crosseyed Heart. Non ne è, però, la narrazione: in verità Under the Influence racconta il viaggio musicale del chitarrista e principale compositore dei Rolling Stones attraverso gli Stati Uniti, a partire dalla fatidica data del loro primo sbarco nel nuovo continente, nel 1964. «Ho dimenticato molti indirizzi nella mia vita, ma mai quello della Chess Records».

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Fa un certo effetto pensarla lì, nella camera di un motel di Los Angeles, morta di overdose a 27 anni, il 4 ottobre 1970. Janis Joplin: una delle più grandi voci della storia del rock. Fa un certo effetto perché in Janis, film di montaggio realizzato con materiali d'archivio, a colpire sono proprio la solitudine e la fragilità di una little girl blue, di una ragazzina triste.

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Cameron Crowe, la più giovane firma di "Rolling Stone" degli anni 70, s'è fatto una gavetta da sogno: veniva sguinzagliato sulle tracce delle band che non godevano di grandi favori in redazione come i Led Zeppelin, tanto per intenderci. Appena maggiorenne seguiva gli Allman Brothers in tour, cosa che fornirà l'aneddotica di Quasi famosi. Insomma: Crowe conosce il rock. Tant'è vero che le radici di Pearl Jam Twenty affondano in Singles.

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Andy Summers fa stretching nel tinello di casa, poi si mette a scrivere a penna su un quaderno. «I fatti: un nostro singolo è stato primo in classifica in Usa per 8 settimane, siamo in tre, siamo un fenomeno». Comincia così Can't Stand Losing You, documentario sui Police, con un rarissimo filmato della band live nel 1983. 27 anni dopo proprio Summers, il chitarrista, racconta la loro storia, da quando lui bazzicava la scena rock londinese con un fugace passaggio negli Animals al tour della reunion del 2010.

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Gimme Danger inizia dalla fine. 1974. Gli Stooges si sciolgono, e non c’è bisogno che qualcuno lo comunichi. Tossici irrecuperabili, oppure semplicemente apatici, senza un dollaro in tasca, vengono scaricati per l’ennesima volta dalla casa discografica. Non vendono. Chi dovrebbe promuoverli non sa come farlo. Sono giunti troppo presto. Eppure, la parabola di questa sconfitta eretta su un muro di amplificatori Marshall, pur costellata di lutti, conosce un lieto fine. Gli Stooges hanno ora il posto che gli spetta nella storia del rock.

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La più grande band degli anni 90 si mette a nudo, si racconta e ci riporta a quando ogni adolescente mandava Wonderwall a memoria. 1992-96: la narrazione copre un arco temporale ridotto, quello in cui Noel e Liam Gallagher, da adolescenti disagiati di Burnage (Manchester) divennero gli Oasis. Ovvero: il gruppo-simbolo che qualcuno, per un po’, ebbe la sfrontatezza di paragonare ai Blur, ravvedendosi appena visti i dati di vendita dell’album (What’s the Story) Morning Glory? che, con 22 milioni di copie, è tutt’ora il terzo disco più acquistato di sempre nel Regno Unito.

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L'importanza dell'album The Wall la conosciamo tutti, così come la centralità di Roger Waters nel percorso artistico dei Pink Floyd e della musica rock tout court. Questo film concerto torna al mito e lo rimette in scena dotandolo di una carica visiva aggiornata ed espansa.

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Diciamolo in punta di retorica pubblicitaria: David Bowie è uno, tutti e nessuno. Un volto, una voce e un'icona culturale capace di muoversi agevolmente tra i decenni e le mode. Ed è anche il soggetto dell'acclamata mostra che ha spopolato al Victoria and Albert Museum di Londra nel 2013. Testimonanianza imponente, ricca di particolari, opinioni e performance per raccontare chi è e chi è stato Bowie.

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La commistione fra il mondo musicale degli Arcade Fire e quello della settima arte è fertile e felice da tempo: il legame della band canadese con il genio di Spike Jonze ha dato vita ad alcuni fra i videoclip più interessanti degli ultimi anni (su tutti, quello live di Afterlife con Greta Gerwig), mentre, con la complicità di Roman Coppola dietro la macchina da presa, il promo di Here Comes the Night Time è diventato un vero e proprio cortometraggio.

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Noi c'eravamo e soprattutto, credevamo. Che gli Spandau Ballet fossero fenomeno modaiolo degli anni 80 storicizzato, archiviato, punto. Non disprezzabile (Through the Barricades è una bella canzone) ma, appunto, passeggero. Invece no, tornano. Anzi sono già tornati. E questo lungo documentario racconta la loro epopea di band di successo quasi per caso (quando cominciano a vendere sul serio alcuni di loro abitano ancora con i genitori). Sono simpatici, forse più della media.

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C’è ciccia in questo Live at Pompeii (la doppia “i” non è un refuso ma la grafia inglese, poi sul fatto che in Italia venga proposto così, vabbè...). Non è solo la riproposizione nuda e cruda di un concerto storico, a 44 anni da quello dei Pink Floyd nello stesso luogo, ma anche un “saggio” sul metodo Gilmour. Comincia vicino a Brighton mentre registra il suo album solista Rattle That Lock per poi spostarsi nel sito archeologico.

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Un film su Nick Cave, sul periodo più tragico della sua vita, sulla lavorazione dell’ultimo disco Skeleton Tree, legato al lutto. Perché in 3D? Mi confronto con Jesus Garces Lambert, regista messicano autore del bel documentario Viaggio nel cinema in 3D - Una storia vintage che si vedrà a ottobre su Sky. Pure lui entusiasta del film di Andrew Dominik, perché recupera l’utopia della tridimensionalità che fu addirittura dei Lumière (da qui il sottotitolo Una storia vintage).

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