Bernardo Bertolucci

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Luca Pacilio dice che Mission to Mars è il film da salvare oggi in TV.
Su IRIS alle ore 20:55.

A voi la fantascienza di Netflix piace? A Filippo Mazzarella no.

Arrivano in sala Ilegitim e Fixeur di Adrian Sitaru, espressione di un cinema rumeno a cui spesso abbiamo dato spazio. Un esempio? Cristi Puiu.

Noah Hawley debutterà alla regia. Cosa ci possiamo aspettare? Intanto vi riproponiamo la recensione di una delle sue creazioni migliori.

Dal 22 marzo nelle sale Pacific Rim 2 - La rivolta , seguito di Pacific Rim 3D di Guillermo Del Toro che riportò in auge il genere dei “robottoni”. Ecco una piccola galleria dei più celebri e indimenticabili automi animati del piccolo schermo...

16 marzo 1978. Ricordiamo Aldo Moro con Buongiorno, notte .

La citazione

«Noi siamo orfani della Rivoluzione. E spesso pensiamo che non c'è più una vittoria possibile, che il mondo è disincantato e alla fine ci rassegniamo. Il cinema, al contrario, ci dice, a suo modo, che ci sono vittorie possibili anche nel mondo peggiore.... Non bisogna disperarsi. È quel che il cinema ci racconta, io credo. Ed è per questo che dobbiamo amarlo. (Alain Badiou)»

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Mariuccia Ciotta

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Novecento anno zero


«A una proiezione privata di Novecento, a metà film Pajetta [dirigente del Pci, nda] mi abbracciò commosso dai funerali del vecchio alla casa del popolo… Finisce il film, ed era furioso. Disse, “noi non abbiamo mai fatto il processo al padrone”, e io, “non l’avete fatto nel ’45, e continuate a rimanere così impauriti all’idea che non volete nemmeno che lo si faccia in un film nel 1975”». In questo ricordo di Bernardo Bertolucci risiede la natura di Novecento: un film spaccato in due parti, non solo effettive, per via della durata oltre le cinque ore, ma anche ideali, tra un “atto primo” lirico ed epico, ravvivato dai colori di Vittorio Storaro ispirati alla pittura naif e racchiuso temporalmente tra la morte di Verdi nel 1901 e l’avvento del fascismo, e un “atto secondo”, compreso fra la violenza fascista, la Liberazione e il dopoguerra, così eccessivo e cupo da farsi rimproverare «il furore manicheo» non solo da Rondi, che certo comunista non era, ma per l’appunto anche dal Pci, che proprio in quegli anni andava imbastendo il compromesso storico. Eppure, a ferire il regista fu proprio il fatto che i comunisti, ad eccezione dei giovani della Fgci, non si accorsero di quanto il suo film fosse «così profondamente in linea con il compromesso storico», con quei due protagonisti, il figlio di contadini Olmo Dalcò e il figlio dei padroni Alfredo Berlinghieri, nati lo stesso giorno, uniti dall’amicizia ma divisi dalla classe sociale, l’uno il compagno e il nemico dell’altro, fossero l’immagine della duplice (ancora) anima italiana, tanto anti-padronale quanto piccolo-borghese, figure edipiche trasformate dalla tensione narrativa e dalla lotta delle idee in eroi tragici e pure un po’ ridicoli. Ma allora, a metà anni Settanta, la lettura politica era predominante, e un film italiano con un budget mostruoso e attori stranieri chiamati a interpretare uomini e donne delle terre padane (Depardieu, De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, Donald Sutherland, Dominique Sanda, e le sole italiane Stefania Sandrelli e Laura Betti), era difficile da considerare nella sua natura puramente cinematografica, come un’opera lirica che la Storia la camuffa e la sua dimensione politica la trova nell’artificio. «Considero il cinema di Bresson e Ozu qualcosa di irraggiungibile», avrebbe ancora detto Bertolucci, «dunque mi attira enormemente perché mi è inaccessibile… Mi identifico piuttosto con Ophüls, Renoir, Mizoguchi, che sono cineasti barocchi». E la spiegazione di Novecento, della meraviglia pittorica, dell’espressionismo e del populismo melodrammatico, sta proprio nella sua anima intimamente barocca, che poi è l’anima dello stesso Bertolucci, regista che spesso ha mutato stili e metodi produttivi, che ha sostituito le immagini poetiche con le immagini in movimento, la militanza politica con la politica delle emozioni, ma non ha mai modificato la sua visione del cinema, l’idea cioè di usare la macchina da presa come uno strumento musicale e di fare a ogni film, dall’opera verdiana in giù, un «musical senza musica».

In occasione del settantesimo compleanno di Bernardo Bertolucci, il 16 marzo 2011, Marcello Garofalo curò un ampio speciale a lui dedicato nel quale si ripercorre mezzo secolo di carriera costellato di capolavori, all’insegna di un cinema sempre “pensato in grande”...

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2012, Io e te è l'ultimo film di Bernardo Bertolucci, l’attesissimo ritorno dietro la macchina da presa del grande regista. Che all'apoca dell'uscita in sala svelò in un'intervista esclusiva per Film Tv alcuni misteri del suo sguardo, del suo fare cinema

Il 13 aprile 2013 all’auditorium Parco della Musica di Roma si sono incontrati davanti a un folto pubblico Bernardo Bertolucci e Patti Smith, due rocker che con strumenti diversi ancora fanno i conti con una irriducibile idea del mondo. Cronaca di un formidabile dialogo ravvicinato

«Ci sono film che sono destinati a materializzare le fantasie infantili di onnipotenza del regista, che hanno tempi di ripresa tanto lunghi da essere paradossali, e di conseguenza problemi di montaggio quasi insolubili a causa della mole del materiale girato. La storia del cinema è piena di questi film che cercano di assomigliare alla vita e Novecento è uno di questi, come lo sono stati certi film di Stroheim o Apocalypse Now. Mentre giravo Novecento tutto cambiava lentamente: il paesaggio, le stagioni, gli attori, la troupe, la mia faccia.

«Quale ‘68?». Parafrasando il tormentone dei cinefili e triangolari amanti di The Dreamers. I sognatori, «quale film?», molti hanno stigmatizzato la scelta “reazionaria” di Bernardo Bertolucci di trasformare il Maggio francese nel racconto estetizzato di tre studenti altoborghesi che scorrazzano nudi per casa lanciandosi quiz cinematografici estremi.

L'espressione "Finire sui giornali" ha un brutto significato dalle mie parti. Chi finisce sui giornali non è una persona famosa o meritevole - di quelle i giornali "si occupano" - ma un povero disgraziato a cui è successo qualcosa di brutto e viene indicato alla pubblica gogna. Di finire sui giornali farebbero tutti a meno volentieri. Anche i personaggi di pubblico dominio? Soprattutto loro, credo.

Una volta mi è capitato di definire Il conformista di Bernardo Bertolucci come il solo abbraccio non mortale tra Hollywood e Cinecittà, il film dove si legano lo sguardo di Rossellini e gli splendori di Vincente Minelli, il realismo e il musical. In che senso Cinecittà e Hollywood insieme? Se Cinecittà può voler dire storia e umanesimo, Hollywood sarà allora fantasia e spettacolo: due mondi apparentemente inconciliabili, esibiti spesso come opposte bandiere.

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Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), quattordici anni, è un solitario per scelta, anche se la madre Sonia Bergamasco lo manda dallo psicologo Pippo Delbono per prendere coscienza di concetti quali "normalità" e "relazione". Ha così tanta voglia di condividere se stesso con gli altri che quando la classe parte in settimana bianca lui si nasconde in cantina con sette bibite, sette scatolette di tonno, sette succhi e qualche libro horror (più Tex). Però irrompe Olivia (Tea Falco), la sorellastra figlia del padre che non vede da anni, tossica e nei casini.

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Scendere giù, quasi dalla cima del cielo, e cominciare a rimbalzare sulla terra. Cominciare a vivere, altrove, al centro del mondo. Parigi, maggio 1968: prima è il cinema che ti insegna la vita, attraverso i sogni che si materializzano sullo schermo della Cinémathèque, Fuller e Fred Astaire, Marlene e Greta, Scarface e Frank Tashlin.

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