Bernardo Bertolucci

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Dario Stefanoni dice che Il vendicatore è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 05:00.

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo di carriera pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«Life... don't talk to me about life...»

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Alice Cucchetti

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Novecento anno zero


«A una proiezione privata di Novecento, a metà film Pajetta [dirigente del Pci, nda] mi abbracciò commosso dai funerali del vecchio alla casa del popolo… Finisce il film, ed era furioso. Disse, “noi non abbiamo mai fatto il processo al padrone”, e io, “non l’avete fatto nel ’45, e continuate a rimanere così impauriti all’idea che non volete nemmeno che lo si faccia in un film nel 1975”». In questo ricordo di Bernardo Bertolucci risiede la natura di Novecento: un film spaccato in due parti, non solo effettive, per via della durata oltre le cinque ore, ma anche ideali, tra un “atto primo” lirico ed epico, ravvivato dai colori di Vittorio Storaro ispirati alla pittura naif e racchiuso temporalmente tra la morte di Verdi nel 1901 e l’avvento del fascismo, e un “atto secondo”, compreso fra la violenza fascista, la Liberazione e il dopoguerra, così eccessivo e cupo da farsi rimproverare «il furore manicheo» non solo da Rondi, che certo comunista non era, ma per l’appunto anche dal Pci, che proprio in quegli anni andava imbastendo il compromesso storico. Eppure, a ferire il regista fu proprio il fatto che i comunisti, ad eccezione dei giovani della Fgci, non si accorsero di quanto il suo film fosse «così profondamente in linea con il compromesso storico», con quei due protagonisti, il figlio di contadini Olmo Dalcò e il figlio dei padroni Alfredo Berlinghieri, nati lo stesso giorno, uniti dall’amicizia ma divisi dalla classe sociale, l’uno il compagno e il nemico dell’altro, fossero l’immagine della duplice (ancora) anima italiana, tanto anti-padronale quanto piccolo-borghese, figure edipiche trasformate dalla tensione narrativa e dalla lotta delle idee in eroi tragici e pure un po’ ridicoli. Ma allora, a metà anni Settanta, la lettura politica era predominante, e un film italiano con un budget mostruoso e attori stranieri chiamati a interpretare uomini e donne delle terre padane (Depardieu, De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, Donald Sutherland, Dominique Sanda, e le sole italiane Stefania Sandrelli e Laura Betti), era difficile da considerare nella sua natura puramente cinematografica, come un’opera lirica che la Storia la camuffa e la sua dimensione politica la trova nell’artificio. «Considero il cinema di Bresson e Ozu qualcosa di irraggiungibile», avrebbe ancora detto Bertolucci, «dunque mi attira enormemente perché mi è inaccessibile… Mi identifico piuttosto con Ophüls, Renoir, Mizoguchi, che sono cineasti barocchi». E la spiegazione di Novecento, della meraviglia pittorica, dell’espressionismo e del populismo melodrammatico, sta proprio nella sua anima intimamente barocca, che poi è l’anima dello stesso Bertolucci, regista che spesso ha mutato stili e metodi produttivi, che ha sostituito le immagini poetiche con le immagini in movimento, la militanza politica con la politica delle emozioni, ma non ha mai modificato la sua visione del cinema, l’idea cioè di usare la macchina da presa come uno strumento musicale e di fare a ogni film, dall’opera verdiana in giù, un «musical senza musica».

In occasione del settantesimo compleanno di Bernardo Bertolucci, il 16 marzo 2011, Marcello Garofalo curò un ampio speciale a lui dedicato nel quale si ripercorre mezzo secolo di carriera costellato di capolavori, all’insegna di un cinema sempre “pensato in grande”...

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2012, Io e te è l'ultimo film di Bernardo Bertolucci, l’attesissimo ritorno dietro la macchina da presa del grande regista. Che all'apoca dell'uscita in sala svelò in un'intervista esclusiva per Film Tv alcuni misteri del suo sguardo, del suo fare cinema

Il 13 aprile 2013 all’auditorium Parco della Musica di Roma si sono incontrati davanti a un folto pubblico Bernardo Bertolucci e Patti Smith, due rocker che con strumenti diversi ancora fanno i conti con una irriducibile idea del mondo. Cronaca di un formidabile dialogo ravvicinato

«Ci sono film che sono destinati a materializzare le fantasie infantili di onnipotenza del regista, che hanno tempi di ripresa tanto lunghi da essere paradossali, e di conseguenza problemi di montaggio quasi insolubili a causa della mole del materiale girato. La storia del cinema è piena di questi film che cercano di assomigliare alla vita e Novecento è uno di questi, come lo sono stati certi film di Stroheim o Apocalypse Now. Mentre giravo Novecento tutto cambiava lentamente: il paesaggio, le stagioni, gli attori, la troupe, la mia faccia.

«Quale ‘68?». Parafrasando il tormentone dei cinefili e triangolari amanti di The Dreamers. I sognatori, «quale film?», molti hanno stigmatizzato la scelta “reazionaria” di Bernardo Bertolucci di trasformare il Maggio francese nel racconto estetizzato di tre studenti altoborghesi che scorrazzano nudi per casa lanciandosi quiz cinematografici estremi.

L'espressione "Finire sui giornali" ha un brutto significato dalle mie parti. Chi finisce sui giornali non è una persona famosa o meritevole - di quelle i giornali "si occupano" - ma un povero disgraziato a cui è successo qualcosa di brutto e viene indicato alla pubblica gogna. Di finire sui giornali farebbero tutti a meno volentieri. Anche i personaggi di pubblico dominio? Soprattutto loro, credo.

Una volta mi è capitato di definire Il conformista di Bernardo Bertolucci come il solo abbraccio non mortale tra Hollywood e Cinecittà, il film dove si legano lo sguardo di Rossellini e gli splendori di Vincente Minelli, il realismo e il musical. In che senso Cinecittà e Hollywood insieme? Se Cinecittà può voler dire storia e umanesimo, Hollywood sarà allora fantasia e spettacolo: due mondi apparentemente inconciliabili, esibiti spesso come opposte bandiere.

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Lorenzo (Jacopo Olmo Antinori), quattordici anni, è un solitario per scelta, anche se la madre Sonia Bergamasco lo manda dallo psicologo Pippo Delbono per prendere coscienza di concetti quali "normalità" e "relazione". Ha così tanta voglia di condividere se stesso con gli altri che quando la classe parte in settimana bianca lui si nasconde in cantina con sette bibite, sette scatolette di tonno, sette succhi e qualche libro horror (più Tex). Però irrompe Olivia (Tea Falco), la sorellastra figlia del padre che non vede da anni, tossica e nei casini.

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Scendere giù, quasi dalla cima del cielo, e cominciare a rimbalzare sulla terra. Cominciare a vivere, altrove, al centro del mondo. Parigi, maggio 1968: prima è il cinema che ti insegna la vita, attraverso i sogni che si materializzano sullo schermo della Cinémathèque, Fuller e Fred Astaire, Marlene e Greta, Scarface e Frank Tashlin.

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Il figlio del proprietario del caseificio Spaggiari viene rapito. L’uomo raccoglie i soldi del riscatto, ma si convince che il ragazzo sia morto. La moglie dell’industriale legge le istruzioni per la consegna del riscatto: «Occultare il sacco... Ma che linguaggio è?!». L’industriale, stizzito: «È un linguaggio tecnico». Punto sul vivo perché quella lettera non l’ha scritta il ragazzo rapito; l’ha scritta lui, Primo Spaggiari, per recuperare i soldi e investirli nell’azienda, e non gli va giù che si critichi la sua prosa.

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