Paul Verhoeven

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Simone Emiliani dice che Brothers è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 02:35.

Cinema e potere, un rapporto intricato e complesso. Ve ne parliamo su FilmTv n° 50 in uno speciale. Qui trovate la recensione della prima stagione di The Crown​, una delle serie citate nello speciale.

Questo articolo è stato scritto dopo la strage al Bataclan di Parigi, nel novembre 2015. Lo riproponiamo dedicandolo a Johnny Hallyday, scomparso il 6 dicembre scorso a 74 anni, e alla sua idea di rock...

Sarà proiettata al #TFF35 la serie d'autore Tokyo Vampire Hotel , ma Sion Sono è un habitué della rubrica Scanners. Vi proponiamo Himizu e vi consigliamo di scoprire tutti gli altri inediti.

Mentre Sky Atlantic HD trasmette la terza stagione di Gomorra - La serie, riproponiamo la riflessione che il giornalista-scrittore fece in esclusiva per Film TV sull’importanza di una fiction televisiva che a trent'anni dalla prima Piovra ha di nuovo il coraggio di raccontare la criminalità organizzata. Un “sistema” che anche il suo libro ZeroZeroZero, a sua volta destinato a ispirare un'altra serie tv diretta da Stefano Sollima, ha saputo descrivere nei suoi connotati transnazionali.

Visconti e il lato positivo della censura, ovvero quando Gianni Amelio vide per la prima volta Rocco e i suoi fratelli .

La citazione

«Smettete di pensare che la scienza possa aggiustare tutto se le date 3 miliardi di dollari. (Kurt Vonnegut)»

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Simone Arcagni

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Elle: l'amore e il sangue


Elle è il quindicesimo film del cineasta olandese Paul Verhoeven. Arriva ben dieci anni dopo Black Book, che già aveva sancito il suo definitivo ritorno in Europa dopo la lunga stagione a Hollywood. Dieci anni durante i quali cerca di portare a termine almeno due progetti importanti, un poliziesco intitolato Rogue e soprattutto l’adattamento del libro La forza silenziosa di Louis Couperus, il più importante scrittore olandese d’epoca coloniale, senza riuscire però a trovare i finanziamenti necessari. È invece il produttore franco-tunisino Saïd Ben Saïd a proporgli un altro adattamento, del romanzo « Oh… » di Philippe Djian, la cui sceneggiatura, scritta dallo stesso Verhoeven, modifica il titolo in Elle, “lei”. Il film racconta di una donna dalla storia familiare drammatica, Michèle, interpretata da Isabelle Huppert, la cui esistenza cambia (per la seconda volta) dopo l’aggressione e la violenza di un uomo incappucciato. Invece di denunciare lo stupro, Michèle si mette a cercare l’assalitore fino a confondere morbosamente i ruoli di preda e predatore. Il regista olandese sostiene di essere stato affascinato dal carattere ambiguo di Michèle, una donna la cui psicologia si desume drammaturgicamente dal modo in cui tratta gli altri, e per la definizione della quale ha pensato a Catherine Deneuve in Bella di giorno. Elle è un thriller buñueliano dunque, anche se in una intervista recente ai “Cahiers du cinéma” Verhoeven sostiene di ispirarsi invece a Alfred Hitchcock nell’utilizzo del montaggio: «cerco di fare come lui, che amava il montaggio invisibile, del quale quasi non ti accorgevi, pienamente armonizzato al movimento degli attori». Attori che in Elle si confermano eccezionali. Isabelle Huppert, per questo ruolo candidata all’Oscar 2017 come migliore attrice protagonista, è affiancata da Laurent Lafitte della Comédie-Française, da Virginie Efira e Anne Consigny. Distribuito in Italia da Lucky Red a partire dal 23 marzo, Elle ha vinto il Golden Globe 2017 come miglior film straniero e il César 2017 come miglior film.

Il cineasta olandese torna sul grande schermo con un thriller psicologico, Elle, interpretato da Isabelle Huppert. Ripercorriamo la sua carriera dagli esordi al "periodo americano", quello di blockbuster come Robocop, Atto di forzaBasic Instinct, che l'hanno reso celebre in tutto il mondo. Rilanciato nel 2006 dal successo di uno dei suoi migliori film "europei", Black Book, oggi Paul Verhoeven è considerato non soltanto tra i migliori registi in circolazione ma un vero e proprio sperimentatore di forme, capace di definire figure di donne e uomini complesse e estreme. Come disse Takashi Miike dopo avere visto Starship Troopers - Fanteria dello spazio: «Ha infranto qualsiasi regola!».

Chissà cosa avrebbe scritto oggi Giovanni Grazzini di Paul Verhoeven, da lui indicato all’epoca della recensione di Il quarto uomo (una recensione tutto sommato positiva da parte di un critico quantomeno incuriosito) quale autore privo di «grande personalità».

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Avere quasi 80 anni e la foga di un esordiente. A dieci anni da Black Book, il cineasta olandese prende il corpo di Isabelle Huppert - contaminata dai segni del cinema di Haneke, come fosse un cyborg di carne e sangue - e la inserisce in un gioco al massacro in cui è vittima e carnefice, motore di un meccanismo di violenza e sessualità che sta tra Il quarto uomo e Basic Instinct, icona da videogioco à la Atto di forza.

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Il detective Nick Curran indaga su un omicidio compiuto con un punteruolo da ghiaccio. Principale sospettata è Catherine Tramell, una scrittrice di successo disibinita, promiscua, bisessuale. Tra i due nasce anche una contorta relazione, che si complica a causa della presenza di Beth, una psicologa del Distretto legata a Nick. Tracciare linee oblique, ammaliare con quel che vorremmo respingere.

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In molti non perdonano a Paul Verhoeven spudorata ed estrema volontà di esagerare. Sempre trasudante carnalità, fieramente plastico, il regista di Robocop è evidentemente cresciuto negli anni 80. Eppure la sua estetica - nonostante il pasticciaccio brutto Showgirl - va di pari passo con la sua etica. Gli hanno dato del fascista, del pervertito, del sadico. Ipocrisia: c’è sempre qualcosa di profondamente femminile e femminista nelle sue eroine fatali. Vedere Black Book per credere.

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Drogati, maniaci, stupratori e assassini imperversano in una Detroit prossima ventura. Un automa costruito per essere invincibile tutore dell’ordine fallisce la prova. Utilizzando il corpo mutilato dell’agente Murphy, ridotto in fin di vita dalla più micidiale banda della città, viene costruito un altro robot dalle fattezze antropomorfe. Ma la macchina conserva qualche sottile filamento di memoria e quindi anche la capacità di emozionarsi. Non c’è più scampo per i malvagi, mentre il sentimento riaffiora nella mente di Robocop.

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Quando scorrono i titoli di coda di un film tratto dalla letteratura di Philip K. Dick, si ha sempre l’impressione di aver compreso tutto. Pochi minuti dopo, ci si accorge di non aver capito nulla, come se anche noi avessimo vissuto una vacanza immaginaria e ci fosse stata cancellata la memoria. La mente ha viaggiato in una condizione di sospensione statica attraverso il labirinto composto dai livelli della città, della realtà e dell’identità, senza riuscire a carpirne l’essenza più profonda.

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In un futuro non lontano, il nostro pianeta combatte una terribile battaglia contro una razza aliena di insetti giganti, rispondendo all’invasione di un gruppo di mormoni. Johnny Rico, terminato il liceo, decide di arruolar si nella fanteria dello spazio. Pura gioia del doppio segno. Un inno al militarismo, una cavalcata esaltante tra Barbie & barbarie, un elogio all’imperialismo, alla propaganda esclamativa, a un mondo di bellissimi modelli, decerebrati di plastica, armati e pronti a morire nel nome della patria.

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