Scanners - Caccia all'inedito

Scanners /// Raccolta di invisibili dimenticati dalla distribuzione italiana.

Police, adjective

Regia: Corneliu Porumboiu

Anno: 2009
Genere: Poliziesco
Produzione: Romania
Durata: 115 minuti

Cast: Dragos Bucur, Vlad Ivanov, Ion Stoica, Irina Saulescu, Cerasela Trandafir, Marian Ghenea, Cosmin Selesi, Serban Georgevici, George Remes, Adina Dulcu

Quando un genere cinematografico classico incontra il realismo, ne esce degradato: il reale e i suoi modi non reggono la struttura astratta del genere, la riducono al triviale, la rovinano nel vero, ne mettono in luce l’assurdo, l’incongruità romantica e progressiva della sua ideologia. Si pensi per esempio ai film di Robert Altman, I compari, Gang, Il lungo addio. Creano uno scarto, sarcastico, catastrofico, tra quel che lo spettatore s’aspetta dal genere e quel che i film gli restituiscono: l’amara e spregiante disillusione, l’ammutolirsi dell’epica, l’impossibilità di un eroe, il tacere della catarsi. Police, Adjective di Corneliu Porumboiu è uno di questi film. È un giallo d’indagine. Un genere che dovrebbe restaurare la ragione, curare un ordine logico guastato. E lo fa, ma a modo suo. Ci sono un agente di polizia e un pedinamento, un uomo comune. C’è Cristi, che dovrebbe incastrare un giovane sospettato di possesso, consumo e spaccio di droghe leggere. E che trova le prove per i primi innocui reati, e non quelle per il peggiore. E così decide, nonostante gli ordini del superiore, di non ricorrere all’arresto, convinto che la legge, presto, possa cambiare. È una questione di etica, quella posta da Cristi, di scarto tra legge e giustizia. Ma l’ordine, purtroppo, si restaura lo stesso, lo scarto si rimargina. Perché è vero che l’energia drammaturgica di Police, Adjective è annichilita in lenti e inconcludenti pianisequenza realisti, che i colpi di scena sono in esilio e non rimane che il routinario affastellarsi, mesto e immobile, degli appostamenti e degli interrogatori. Ed è vero che tutto s’incarta nel grottesco banale, nel teatro dell’assurdo quotidiano. Ma nel finale, usando un dizionario, il commissario usa il linguaggio per ricostituire il suo ordine, imponendo la logica semplificatoria della lingua sul reale, riducendo al nulla lo spazio per i dilemmi etici del protagonista, soffocando il pensiero in mere definizioni (coscienza, legge, morale, polizia). Così, per Porumboiu, per il cinema rumeno degli anni zero, il giallo è un genere che paga un vizio antropologico, restaurando un ordine illogico e paradossale: quello di un potere retorico e manipolatorio, mistificatore di realtà, figlio di Ceausescu.

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