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Machine Gun Kelly - prima parte


Cosa leggere oggi? Vi riproponiamo la prima parte del primo racconto a puntate pubblicato su Film Tv.

1. Questa credo di non averla raccontata a nessuno, quindi non c’è bisogno che mi fermi se l’hai già sentita, non stavolta, grazie: di Machine Gun Kelly ho preso atto grazie a un film terribile dove l’unica forma di vita era lui, stava sullo schermo sette minuti se è tanto, faceva se stesso in peggio (avrebbe pure smentito ma chi si fida?), e soprattutto entrava in scena cantando la strofa maschile di Masterpiece, l’unica canzone che qui e ora io associo alla parola “chiavare”: «Girl you got what I want/come and get what you need». Tra l’altro ogni volta che preparo un lavoro mio è quella la musica che ascolto a testa bassa: «I tattooed triple X on my stomach/come and see what that means». E questo, amico, era il genere di film che succedeva prima che il mondo cominciasse a finire, ricordiamoci pure di quanto fosse piccola e fatua tutta la roba girata tra il 2002 e il 2015, tutta preoccupata di farti affezionare alla vita com’è, due camere e cucina spacciati per il normale desiderabile. A parte che due camere non ce le ha avute davvero nessuno di noi (io sopravvivo dosando gli anticipi e tengo ancora 500 euro nascosti dentro la scarpa), e a parte che nessuno di noi avrebbe avuto tempo per la metà femminile di Masterpiece, con la povera bambina ridotta a oggetto dalla cattiva industria discografica (ma quando mai: non sottovalutare le ragazze che vanno in televisione), resta il fatto che se esiste una persona in tutta Europa a farmi un leggero cenno del capo in caso io dica, un film di Machine Gun Kelly, la persona sei tu. Se vuoi scopare subito, vai al 3; se invece vuoi guardarti intorno e capire dove ci troviamo, vai al 2.

2. Ti chiami M. - vi chiamate sempre M., non è colpa mia - e alla mano sinistra porti tre anelli d’argento. Nessuna allergia, che io sappia. Ci siamo fermati a mangiare in uno slargo dell’Isola, un quartiere dove non abbiamo mai abitato, ci mancava solo quello, alla fine della strada che tu hai chiamato la strada delle motociclette. Mi hai accompagnato a firmare un contratto. Ci vediamo una volta all’anno perché lavoriamo in quello che resta dell’intrattenimento, non abbiamo orari, non abbiamo punti fissi, siamo i principi dell’universo. Non abbiamo mai scopato, almeno: io non ho chiesto, tu non hai offerto. La gente si sta adattando a vivere in mezzo alle rovine, e se l’anno scorso posso dire che tutti avevano voglia di caricarsi il primo estraneo di passaggio, per scucirgli un numero di telefono, per un posto letto stabile, per l’illusione fisica del nuovo inizio nell’atto del recitare a voce alta la frase possiamo prendere una stanza, la sensazione portante qui e ora è la lastra di vetro bianco che ho visto calare negli occhi degli altri, maschi e femmine allo stesso modo: va tutto benissimo. Quindi l’inizio della fine è stato l’ultimo fuoco. Tu non hai mai avuto quello sguardo. Al limite fatichi a guardare in faccia la gente, come adesso. Tieni d’occhio la strada. Se ti piace quello che vedi, muovi la testa. Se vuoi scopare prima che ci portino il conto, vai al 3; se preferisci aspettare che te lo chieda io, così fai bella figura, vai al 5.

3. Dobbiamo trovare un albergo: io non faccio Airbnb per la rottura di coglioni della riconoscibilità e tu in camera tua non mi ci avresti lasciato salire, non me, non adesso. Tra parentesi, un’altra M. - non tu, ho detto un’altra - questa primavera è stata ricoverata due settimane per un episodio psicotico, una storia di medicine sbagliate prese tutte insieme, e mi ha raccontato che l’ultima cosa di cui ha memoria prima dell’ospedale è lo slancio con cui stava saltando addosso al fattorino di Amazon Prime. Lo vedi? Questo succede ogni volta che apro bocca a una festa, per forza uno sceglie di restare nel mistero. Tornando a noi. Il quartiere non è aperto agli incontri occasionali, quindi, avendo tutti e due rimosso Google dal telefono, più pulito, peccato solo per Google Maps, possiamo scegliere tra seguire le scritte che annunciano la presenza di un hotel a due stelle (dimmi che ha un nome tipo Ibis, dimmi che ha un nome tipo Ibis) o camminare mezzo chilometro in linea d’aria e andarci a prendere una stanza al quattro stelle dopo la stazione. La scelta è tua. Io ho pochissima pazienza e non voglio prendermi responsabilità. Ding dong! Se vuoi puntare al due stelle, vai al 6; se ci vogliamo sfasciare le rispettive carte di debito, vai al 7.

4. Sì, in effetti per me siete tutti uguali. Di M. ricordo bene soltanto la pelle macchiata di acne quando aveva smesso di truccarsi; di M. ricordo la voce al telefono, un po’, la convinzione che l’autostop fosse una cosa degradante; pensa alla vita che ho fatto, pensa alla vita che stai facendo, pensa alle volte in cui uno di noi ha cercato l’altro per chiedere come avrebbe tradotto la parola “drama” e come risposta gli è arrivato un senti, sono in questura; non so se l’ultimo eri tu, però io me lo ricordo. Ho letto il messaggio scritto. A proposito, eri tu? Vai al 12; se invece sei un altro, dimostramelo al 13

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