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Max Von Sydow - Presenza dello schermo


Scompare a 90 anni l'attore feticcio di Ingmar Bergman, indimenticabile in Il settimo sigillo , in seguito “rubato” da Hollywood per ruoli memorabili. A cominciare da padre Merrin in L’esorcista. Riproponiamo l'articolo pubblicato su Film Tv in occasione del suo ottantesimo compleanno.

Max Von Sydow non ha mai cambiato faccia. A ottant’anni possiede ancora i tratti ascetici di Il settimo sigillo che trascolorano senza apparente soluzione di continuità nelle rughe angosciate di Padre Merrin. Una presenza costante, quella di Von Sydow. Sia nel cinema europeo che in quello hollywoodiano. Un’inquietudine trasversale che è il segno di una presenza forte e indiscutibile. D’altronde è proprio così che l’ha usato Martin Scorsese nel suo Shutter Island. Max Von Sydow è e sarà per sempre legato soprattutto ai film interpretati per l’amico Ingmar Bergman. La loro è una collaborazione artistica che ha pochi eguali nel mondo del cinema. Come quella di François Truffaut e Jean-Pierre Léaud. Oppure di Manoel de Oliveira e Luís Miguel Cintra. Don Siegel e Clint Eastwood. Binomi la cui potenza è tale da trascendere la memoria dei singoli film e dei corpi cui è associata. I tratti del volto di Von Sydow per molti anni sono stati il segno stesso della rottura formale introdotta da Ingmar Bergman nel cinema europeo e non solo. Nato il 10 aprile del 1929 a Lund, nella provincia di Skåne, Carl Adolf Von Sydow cresce in una famiglia estremamente benestante. Il padre, Carl Wilhelm, etnologo e professore universitario, e la madre, la baronessa Greta, anche lei insegnante, favoriscono nel ragazzo interessi e stimoli artistici. Nel 1948 muove alla volta di Stoccolma. Il giovane attore viene a sapere che la produzione del film Prigione di Ingmar Bergman cerca comparse per interpretare dei poliziotti. Il giovane attore che tenta di farsi strada telefona al giovane regista il cui successo è in ascesa. Il rifiuto di Bergman, però, è secco e senza appello. Debutta comunque nel cinema nel 1949 grazie a Alf Sjöberg con il film Bara en mor. Quando nel 1955 Von Sydow si trasferisce a Malmö, ha già cambiato nome. Max pare fosse la pulce di un circo che l’attore intendeva omaggiare. A Malmö ritrova Ingmar Bergman. I due iniziano la loro collaborazione sul palcoscenico del teatro municipale dove attore e regista impareranno a conoscersi nel corso di lunghi anni e numerosi allestimenti. Due anni dopo Il settimo sigillo consacrerà indiscutibilmente il loro sodalizio artistico come uno dei più influenti del cinema contemporaneo. Con il successo iniziano ad arrivare anche le prime offerte hollywoodiane che l’attore respinge. Tra questi gran rifiuti figura anche il ruolo del Dr. No per Agente 007. Licenza di uccidere che andrà poi a Joseph Wiseman. L’agente Paul Kohner è tra i più determinati a volere conquistare Von Sydow alla causa hollywoodiana, ma sarà George Stevens che lo convincerà a recarsi a Los Angeles. A cavallo tra due mondi, l’attore si ritrova calato in ruoli stereotipati che lui onora con un enorme senso dell’etica del lavoro. Poco alla volta Von Sydow, pur continuando a collaborare con l’amico Bergman, diventa una presenza costante del cinema europeo e americano. Nel 1973, grazie al successo planetario di L’esorcista, le sue quotazioni salgono alle stelle. Seguono film epocali come I tre giorni del Condor (1975) e una permanenza a Roma durante la quale l’attore ha modo di lavorare con Francesco Rosi, Alberto Lattuada, Mauro Bolognini e Valerio Zurlini. Costantemente sulla cresta dell’onda, l’inizio degli anni 80 lo vede come presenza di lusso in blockbuster che hanno lasciato il segno nell’immaginario collettivo come Conan il barbaro, Flash Gordon, Agente 007. Mai dire mai e titoli quasi dimenticati come Dreamscape. Fuga nell’incubo. Il 1988 è l’anno di Pelle alla conquista del mondo del mediocre Bille August: oltre alla Palma d’oro a Cannes generosamente regalata al film, Von Sydow ottiene la sua prima nomination all’Oscar. Nello stesso anno si cimenta anche dietro la macchina da presa con Katinka. Il risultato, purtroppo, è tutt’altro che memorabile. Da implacabile professionista, l’anno successivo presta la sua voce al secondo capitolo dei Ghostbusters di Ivan Reitman. Altrettanto fitti di titoli, gli anni 90 vedono Von Sydow costantemente impegnato sul set. A differenza di un Gérard Depardieu, sempre identico alla sua maschera, l’attore svedese, pur non assomigliando ad altri che a se stesso, riesce con grande facilità a dissimulare la sua presenza. È lui, ma potrebbe non esserlo. Ed è proprio questo il segreto della sua longevità artistica. Max Von Sydow è riuscito con il tempo a neutralizzare il proprio impressionante curriculum e a conquistare la gloriosa anonimità dei grandi caratteristi statunitensi e italiani. Quando appare in Shutter Island non vediamo l’interprete del Settimo sigillo, ma solo il Dottor Naehring. Questa capacità di scomparire davanti alla propria immagine è prerogativa solo degli attori più forti e originali. Quelli che non hanno bisogno del loro nome per esistere sullo schermo. Ma solo della loro presenza. Che cambia in continuazione. E la presenza di Max Von Sydow è una delle più forti in assoluto.

Filmografia come in uno specchio

A cura di Giona A. Nazzaro

  • Il settimo sigillo

    Un film proverbiale (e molto frainteso) che negli anni ha finito per incarnare, nel bene e nel male, i vezzi autoindulgenti di una certa idea di cinema d’autore. Ma all’epoca non lo poteva sapere nessuno o quasi. Tra Totentanz e allegoriche partite a scacchi con la triste mietitrice, Von Sydow s’interroga sul senso della vita. I Monty Python sono dietro l’angolo o quasi. 

  • La più grande storia mai raccontata

    Max Von Sydow accetta finalmente le lusinghe delle sirene hollywoodiane e su richiesta personale di George Stevens si trasferisce in California per interpretare questo biopic cristico che nel corso degli anni ha finito letteralmente per rappresentare il capolinea estetico e politico degli studios americani. Affascinante dunque proprio per il suo rigor mortis involontario ma esibito.

  • L'ora del lupo

    Forse l’apice della collaborazione fra Bergman e Von Sydow, anche se sarebbe opportuno citare anche Il volto (1958), La fontana della vergine (1960), Come in uno specchio (1961) e Luci d’inverno (1962) per osservare il modularsi di una collaborazione artistica fatta di rispetto e affettuosa complicità. Il cinema bergmaniano all’apice della sua potenza espressiva.

  • La vergogna

    Negli anni del divampare della protesta studentesca, Bergman riesce ad alienarsi i favori della Sinistra Radicale con questa dolente allegoria di un mondo lacerato da una guerra infinita e insensata. Da che parte stai?, chiedevano al regista. È ovvio: dalla parte del cinema. Uno dei film più riusciti di Bergman assecondato alla perfezione da un sublime Von Sydow. 

  • L'esorcista

    Padre Lankester Merrin è l’ultimo baluardo contro l’immondo Pazuzu, il Signore delle Febbri e delle Pestilenze, l’Angelo Scuro dei Quattro Venti che vuole l’anima della piccola Regan. Un’interpretazione iconica piena di (inquietanti) rimandi interni alla filmografia dell’attore, già Gesù per Stevens nonché futuro Diavolo tentatore di Cose preziose di Fraser Clarke Heston.

  • I tre giorni del Condor

    Von Sydow è il killer Joubert. Un’interpretazione agghiacciante che fa da perfetto contraltare all’atmosfera di velenosa paranoia del capolavoro pollackiano. Gelido e determinato, l’attore offre una straordinaria lezione di economia recitativa. Si consiglia di vederlo in coppia con Quiller Memorandum di Michael Anderson (1966). 

  • Il deserto dei tartari

    Von Sydow, in un cast di tutte stelle comprendente Gassman, Perrin, Rey, Trintignant, Terzieff, Rabal e Griem, interpreta da par suo l’inquietante capitano Hortiz e, senza alzare la voce, si ritaglia il suo spazio con autorità indiscutibile. Ultimo film di un maestro del cinema italiano troppo facilmente dimenticato, persino in un’epoca di rivalutazioni continue.

  • Cadaveri eccellenti

    Von Sydow è il presidente Riches. E gli bastano poche, pochissime battute per insinuare un oscuro disagio. Il volto impenetrabile del potere. Il muro di gomma dello strapotere diccì. Da notare la striscia positiva impressionante di film che Von Sydow conquista negli anni della sua permanenza a Roma.

  • Gran bollito

    Un film acido e feroce. Uno dei migliori e più intensi di Bolognini. Von Sydow si presta con complice duttilità al gioco degli eccessi del film proprio come aveva fatto nell’inquietante Cuore di cane (1976) di Alberto Lattuada nel quale interpretava il professor Filipp Filippovich Preobrazenski. Indimenticabile come Lisa Carpi.

  • Flash Gordon

    Assolutamente impagabile. Con (auto)ironia infinita l’interprete dei capolavori bergmaniani si mette al servizio della macchina camp di Hodges per dare vita a un imperatore Ming che sembra addirittura omaggiare il Fu Manchu di Christopher Lee. Una caratterizzazione di grande sensibilità e misura di cui Alex Raymond sarebbe stato felice. 

  • Fuga per la vittoria

    Max von Sydow ritrova Huston a undici anni di distanza da Lettera al Kremlino. L’attore si presta al gioco e si mette d’impegno per attirare su di sé l’odio di chi tifa per Sly e Pelé. È solo grazie a lui se le sorti di un lieto fine agognato sono continuamente messe in discussione. 

  • Conan il barbaro

    Poche battute bastano per caratterizzare la disperazione di un sovrano una volta temuto e potente piegato dalla seduzione di Tulsa Doom. Con una tragica sobrietà scespiriana, Von Sydow tratteggia un re che sembra uscito dalle caverne del Macbeth di Orson Welles. Puro genio attoriale. 

  • Dune

    Il sublime e incompreso naufragio fantascientifico di David Lynch vede troneggiare Max Von Sydow con la sua grazia regale. Con il suo aplomb olimpico, si destreggia fra invenzioni oltraggiose e scenografie da metal hurlant. Nello stesso anno interpreta anche Dreamscape. Fuga nell’incubo di Joseph Ruben.

  • Hannah e le sue sorelle

    La calligrafia autoriale di Woody Allen al meglio. Atmosfere cechoviane a New York e citazioni di E. E. Cummings. Von Sydow asseconda il desiderio di emulazione bergmaniana di Allen con straordinaria discrezione. In una squadra di interpreti in stato di grazia, spicca per il suo fine articolare di cesello. 

  • Minority Report

    Alla fine si scopre che dietro le tribolazioni di Tom Cruise si cela la lunga mano di Max Von Sydow completamente a suo agio in un ruolo ambiguo che richiama quello interpretato in Dredd. La legge sono io di Danny Cannon. Il dottor Naehring di Shutter Island discende da questa linea dinastica. 

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