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I favolosi anni 60


Il decennio della guerra in Vietnam, degli hippie e della contestazione. Mentre è in sala C'era una volta... a Hollywood di Quentin Tarantino, ambientato nel 1969, riproponiamo questa panoramica di Roberto Manassero, pubblicata in occasione dell'uscita di American Pastoral e Crisis in Six Scenes .

Essi vivono, sono vissuti e vivranno ancora. Sono gli anni 60, e come tutte le mode non passano veramente, ma ritornano, resistono e si ripresentano a ondate. Solo ultimamente, nel giro di poche settimane, sono usciti un film, un romanzo e una serie tv dedicati a quel decennio sempre più lontano eppure ancora vicino. Poi, il 13 ottobre 2016, è arrivato il Nobel a Bob Dylan. Ma andiamo con ordine.

Gli anni 60 e la loro storia
Nelle settimane scorse sono usciti, nell’ordine: la serie tv di Woody Allen, Crisis in Six Scenes (diffusa via Amazon in Usa, Gran Bretagna e Germania), la traduzione italiana del caso letterario The Girls di Emma Cline (Le ragazze, negli States pubblicato a giugno 2016) e la trasposizione cinematografica di Pastorale americana di Philip Roth. Tutti e tre, come è noto, ambientati negli anni 60, e in particolare nell’epoca delle proteste contro la guerra in Vietnam, dei movimenti per i diritti civili, della cultura hippie e delle derive violente nate dal sogno di sovvertire la società e fondare nuove forme di aggregazione sociale e politica. A loro modo, questi tre lavori sono la diversa rielaborazione di un medesimo contesto storico. Woody Allen, che di anni ne ha 80, ha fatto una lezione di storia, quasi un promemoria per un popolo che ama affezionarsi alla leggenda più che alla realtà, e il passato tende facilmente a trasformarlo in mito. Emma Cline, invece, che di anni ne ha 27 e i 60 li ha studiati sui libri e li ha visti su YouTube, ispirandosi alla vita delle componenti della Manson Family e agli omicidi che la setta commise nell’estate del 1969 (il famoso caso Tate-LaBianca, in realtà mai citato esplicitamente nel romanzo), di quel periodo affronta il mistero, il fascino perverso e spaventoso, distillando ricordi che non le appartengono, ma che sono collettivi, con una scrittura così preziosa da sfiorare la morbosità. In American Pastoral, infine, Ewan McGregor, tanto coraggioso quanto in fondo intimidito dalla prosa di Roth, semplifica un romanzo complesso e straziante provando per l’ennesima volta a mettere in scena la fine del Sogno americano; la tragedia di una società, e di una famiglia modello che ne è l’espressione più pura, bloccate dalle proprie contraddizioni e travolte dal caos degli eventi, tra rivoluzione e reazione, emancipazione e regressione.

Gli anni 60 e le loro idee
Eppure, a resistere di quel decennio non sono solamente la sua storia e i suoi momenti decisivi, ma soprattutto il suo spirito, le sue idee. Solo pochi giorni fa, per esempio, il premio del pubblico della Festa di Roma 2016 è stato assegnato a Captain Fantastic di Matt Ross, storia di una famiglia contemporanea che, guidata da un padre carismatico e dispotico (interpretato da Viggo Mortensen), segue un modello di vita da comunità hippie, lontano dalla civiltà industriale e dalle derive del capitalismo, a conferma del perdurante fascino di un’utopia che da sempre si scontra con le debolezze dell’animo umano e le tentazioni del benessere. Sul versante delle libertà civili e private, la serie Showtime Masters of Sex (in Italia su Sky Atlantic HD), ispirata alle ricerche sulla sessualità portate avanti nei 60 dai medici realmente esistiti William Masters e Virginia Johnson, da quattro stagioni usa le vicende sentimentali dei protagonisti come riflesso delle patologie della società del tempo, cogliendo nel decennio della rivoluzione sessuale una svolta di cui ancora oggi viviamo gli effetti. Stesso discorso per i movimenti per i diritti degli omosessuali, nati a fine anni 60 e rimasti d’attualità, fra conferme e battaglie ancora da vincere, decennio dopo decennio. La storia del movimento, a partire dai disordini di Stonewall, a New York nel 1969, sarà al centro della nuova serie diretta, tra gli altri, da Gus Van Sant, When We Rise, in arrivo per la ABC a inizio 2017. Nel 2016 è uscito pure un film dedicato ai fatti di New York, Stonewall per l’appunto, diretto da Roland Emmerich, che per quanto pasticciato e impresentabile ha di fatto confermato suo malgrado la tendenza: se pure Emmerich - non esattamente un fine storiografo - si mette a parlare di Sixties e di conquiste civili, allora chiunque è autorizzato a farlo... 

Gli anni 60 e la loro eredità
Con la loro decisione furba e insieme coraggiosa, i membri dell’Accademia di Stoccolma hanno voluto celebrare non solo Bob Dylan, ma la voce di un intero decennio e ciò che di quell’epoca rimane. A leggere la motivazione del premio Nobel per la letteratura 2016 («per avere creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana») e le reazioni della stampa, s’intuisce che l’immagine di Dylan che resta, fra le decine indossate durante la sua carriera, è quella solita e superata del menestrello, del poeta civile che canta i tempi che stanno cambiando o la risposta che soffia nel vento... Non c’è niente da fare: per la cultura popolare Dylan è ancora il simbolo della canzone di protesta, la voce da mettere sopra le immagini che mostrano gli scontri nel campus di Berkeley o il massacro di My Lai. Poco importa che nel 2007 Io non sono qui di Todd Haynes avesse fatto luce su un artista camaleontico e sfuggente, o peggio ancora, che proprio gli anni 60 trasformati, anche grazie a Dylan, in era mitologica della modernità abbiano seguito direzioni diverse da quelle tracciate dalle lotte per i diritti civili. Basta vedere il ritratto di Jacqueline Kennedy fatto da Pablo Larraín in Jackie (una donna così immersa nella storia e nella sua narrazione da non distinguere fra finzione e realtà) o l’ultima puntata di Mad Men (che degli anni 60 ha dato una lettura critica ed elegiaca destinata a forgiare per decenni l’estetica popolare), con Don Draper che elabora in una comune hippie lo spot più famoso di sempre, per rendersi conto che la vera espressione poetica nata nei 60 sia quella del linguaggio televisivo e pubblicitario, dove la politica e la storia sono due semplici figure di un’unica grande narrazione.

Gli anni 60 e un altro racconto possibile
E l’Europa? L’Europa ricorda i suoi 60 o lascia il monopolio del passato alla cultura americana? Ovviamente non esistono né da un parte né dall’altra movimenti o tendenze precisi; esistono solo opere che ragionano sul presente e le sue radici storiche. È significativo, però, che uno dei romanzi più influenti degli ultimi tempi, Gli anni di Annie Ernaux (uscito in Francia nel 2008 e in Italia pubblicato nel 2015 da L’orma), una sorta di autobiografia costruita per frammenti e ricordi episodici, inizi così: «Tutte le immagini scompariranno». Quasi un controcanto dello sguardo americano sul passato. Partendo dall’infanzia negli anni 40 e soffermandosi sugli anni di De Gaulle e del maggio francese, Ernaux trasforma i 60 in una finestra storica segnata da eventi all’apparenza inutili. Se la cultura americana ha l’ossessione di costringere il passato in un’immagine (come dimostrano gli scritti di Joan Didion, non a caso tornata di moda), per la cultura europea, forse, conta di più la resistenza del singolo al passaggio della storia. E mentre in Italia si torna ancora e sempre sul Sessantotto (lo ha fatto Francesco Munzi alla Mostra di Venezia 2016 con Assalto al cielo), capita che un piccolo film finlandese, The Happiest Day in the Life of Olli Mäki di Juho Kuosmanen, vincitore di Un certain regard a Cannes 2016, dia di quell’epoca una rappresentazione bellissima e in tono minore. Girato in 16 mm e in bianco e nero, il film racconta la storia vera di Olli Mäki, primo pugile finlandese a sfidare un americano per il titolo mondiale dei pesi medi: un piccolo uomo protagonista di una commedia gentile in cui, per una volta, la storia privata si sottrae a quella collettiva e l’amore se ne infischia dell’epopea di una stagione. Gli anni 60 ci sono, ma sono sullo sfondo. In primo piano ci sono le figure di un tempo lontano, sì, ma non per questo da venerare. Anche il cinema c’è, ed è al suo meglio, ma è come se per una volta rinunciasse al desiderio di rincorrere il tempo e fermarlo per sempre.

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