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Cavalcarono insieme


Il 14 luglio 1969 usciva Easy Rider , cult generazionale e pietra miliare del cinema.

Se uno si ricorda gli anni 60 vuol dire che non li ha vissuti davvero. Battuta storica, che lo stesso Dennis Hopper ogni tanto ricicla quando non ha voglia di rispondere per la milionesima volta alle domande su Easy Rider. D’altronde è un film di culto, se ne sarà fatto una ragione, ed è costato al suo socio nell’impresa, Peter Fonda (interprete e co-sceneggiatore), una sorta di schiavitù del e nel personaggio. A Hollywood è il prototipo antropologico del motociclista, come si è (ri)visto recentemente in Svalvolati on the Road. Easy Rider, a quarant’anni dalla presentazione internazionale al Festival di Cannes dove vinse la Caméra d’or, resta un film eccezionale. Non tanto esteticamente (anzi, da questo punto di vista il modello “free cinema lisergico” caro al direttore della fotografia ungherese Lá- szló Kovácks è un tantino datato, nonostante la potenza del Technicolor) quanto a livello di mitologia. In epoca contestataria e psichedelica, il film di Hopper e Fonda, realizzato a livello indipendente e poi venduto alla Columbia per la già considerevole cifra di 400mila dollari, si rivelò il più grande contro-western di sempre. Con tutte le sue contraddizioni, sia ben chiaro, a partire dalla natura ambigua di almeno uno dei due autori, appunto Hopper, che certo non lesinava in Metodo Stanislavskij se c’era da immedesimarsi nel centauro drogato «nato per essere selvaggio», ma spesso si assentava dal set per partecipare alle riprese di un altro classico dell’epoca, girato negli stessi giorni, ovvero Il Grinta. Non sfuggirà l’ironia del doppio lavoro. Non solo il Grinta del titolo è John Wayne, idolo reazionario per eccellenza, ma il suo partner giovane nel film è Glen Campbell, negli anni 60 tra i cantanti country più celebri e destrorsi d’America. Fossero già state merce comune le autoradio, i redneck che dal pick-up ammazzano i due easy rider alla fine del film avrebbero probabilmente ascoltato le sue canzoni, come ideologico contraltare a The Weight della Band o a Born to Be Wild degli Steppenwolf. Nessun problema, invece, da parte di Hollywood (intesa come sistema industriale, business), che intuì il potenziale soprattutto generazionale di una storia come quella dei due motociclisti e infatti valorizzò al massimo la distribuzione cavalcandone la natura ribelle e maudite. Easy Rider fu anche un notevole successo commerciale (quasi venti milioni di dollari nella prima stagione). Però perché un contro-western? Perché è sul ribaltamento del genere americano per antonomasia che giocano gli autori, e in maniera esplicita. A partire dalle identità: Dennis Hopper è Wyatt (Earp?), Peter Fonda, Billy (the Kid?), viaggiano su moto-cavalli con stivali d’ordinanza, la tag-line del film recitava in maniera inequivocabile «Un uomo è partito invano alla ricerca dell’America!» e anche il viaggio è sintomatico. Dalla California a New Orleans, dal West all’Est, l’opposto dei pionieri, dei cercatori d’oro, dei John Wayne in cerca di nipoti rapite dai Comanche. Dalle terre selvagge alla civiltà dei “dude”, quindi si presupporrebbe un itinerario simbolicamente significativo. Lasciamoci alle spalle sopraffazione e conflitto, andiamo incontro a libertà e progresso. Invece niente, piombo pure da quelle parti. Squisitamente western anche il mitico personaggio di Jack Nicholson. Il suo avvocato idealista sta all’universo di Easy Rider come i “dottori” a quello del western classico. I Doc hanno tutti e sempre una caratteristica. Bevono come spugne. Anche l’avvocato. Perché hanno studiato, hanno lauree nelle teche di vetro appese ai muri (e di solito infrante a colpi di bicchieri di whisky...), capiscono che alla fine vinceranno gli sceriffi cattivi e trionferà il lato oscuro della forza. C’è una speranza solo ideale, un sacro fuoco inestinguibile, quello della moto di WyattHopper che brucia nella sequenza finale, mentre il suo spirito è già altrove, magari in Indocina, fotografo-arlecchino alla corte del colonnello Kurtz. «This is the way the fucking world is!»: nessun dubbio che si tratti di lui.

  • Enfant terrible

    Sono quasi duecento i ruoli all’attivo per Dennis Hoppertra cinema e moltissima Tv, dal debutto non accreditato in Johnny Guitar(1954), alla recente serie Crash, creata da Glen Mazzara e tratta dall’omonimo film di Paul Haggis. In oltre cinquant’anni di carriera è stato diretto, tra gli altri, da Nicholas Ray (oltre a Johnny Guitar, Gioventù bruciata), John Sturges (Sfida all’O.K. Corral), Stuart Rosenberg (Nick mano fredda), Orson Welles (nel mai completato The Other Side of the Wind), Sam Peckinpah (The Osterman Weekend), Robert Altman (Non giocate con il cactus), David Lynch (Velluto blu), Abel Ferrara (Blackout), Francis Ford Coppola (Apocalypse Now, Rusty il selvaggio) e Wim Wenders (L’amico americano e Palermo Shooting in cui, di bianco vestito, interpreta la morte). Per sette volte è passato dietro la macchina da presa: oltre all’esordio con Easy Rider, ha diretto Fuga da Hollywood (1971, un fiasco colossale che provocò il suo allontanamento dalla Mecca del Cinema per una decina d’anni a seguito anche di abuso di alcol e droghe, un arresto…), Out of the Blue (1980), Colors. Colori di guerra (1988), Ore contate (1989), The Hot Spot. Il posto caldo (1990), Una bionda sotto scorta (1994, la sua unica commedia) a cui va aggiunto il cortometraggio Homeless (2000). Nato il 17 maggio 1936 in Kansas, Hopper ha avuto cinque mogli (compreso un matrimonio lampo della durata di otto giorni) che gli hanno dato 4 figli. L’altra sua passione è l’arte moderna: non solo ha una delle collezioni più ricche, ma è lui stesso fotografo e pittore e le sue opere sono state esposte in tutto il mondo. Dai tempi di Reagan, è membro del Partito Repubblicano e in tempi recenti ha votato per i due Bush, padre e figlio, ma ha volontariamente fatto la parodia del segretario della difesa Donald Rumsfeld nel personaggio del gretto e razzista Kaufman in La terra dei morti viventi (2005) di Romero. Un primo passo verso il ravvedimento. Alle ultime elezioni, il suo voto è andato infatti a Barack Obama.

    Marì Alberione

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