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Canto di primavera - Intervista a Erol Mintas


Immigrati in cerca delle proprie radici nella periferia di Istanbul: in La canzone perduta il giovane regista curdo, cresciuto in Turchia, scava nella propria autobiografia per raccontare un popolo senza stato.

Per la sua prima volta come regista di un lungometraggio, Erol Mintas, regista curdo cresciuto in Turchia, non ha mai avuto dubbi: «Volevo assolutamente che fosse un omaggio all’identità culturale che mi ha formato e di cui sono così debitore». Da questo senso di riconoscenza nasce La canzone perduta, che uscirà nelle sale italiane il 24 marzo 2016 distribuito da Lab80 Film.

Qual è il punto di vista che hai scelto per far conoscere al pubblico le tue origini?
Racconto il mondo attraverso gli occhi di Ali, un giovane maestro che divide con l’anziana madre Nigar un appartamento nell’anonima periferia di Istanbul, dove - esattamente come loro - si sono trasferiti numerosi rifugiati curdi, protagonisti di un’emigrazione di massa negli anni 90. Lui prova a ricostruirsi una vita dignitosa lì, immaginando il proprio futuro; lei, invece, non riesce a lasciarsi davvero alle spalle il villaggio e la canzone che avevano fatto da sfondo a tutta la sua vita, rimanendo quindi imprigionata nel passato.

Quanto di te c’è in questa storia?
Sono cresciuto ascoltando i racconti di mia madre, che mi hanno regalato quelle basi e quella solidità di cui generalmente gli emigrati sono privi, consentendomi di conciliare in maniera armonica la mia cultura di provenienza con quella di adozione.

Credi che il tuo sia un caso isolato?
No. Istanbul, in particolare, può a buon diritto essere considerata una città sofisticata, intellettualmente molto viva, un vero e proprio faro per la Turchia così come lo è New York per gli Stati Uniti. Ed è per questo che qui c’è grande curiosità verso ciò che è diverso, comprese le minoranze etniche e linguistiche.

Stupisce il fatto che il film sia una produzione anche turca, oltre che francese e tedesca.
Non c’è niente di sorprendente: in fondo si tratta della storia di un essere umano che non vuole smarrire l’identità dei suoi antenati, ma che in nome di ciò non è comunque disposto a rinunciare a vivere. Si tratta di un atteggiamento abbastanza comune per chi emigra, in qualsiasi angolo del mondo. Infatti la pellicola è stata accolta con entusiasmo ovunque, strappando persino diversi premi internazionali, come al Sarajevo Film Festival 2014 o al Babel Film Festival 2015: del resto, il legame madre/figlio è qualcosa che riguarda l’uomo a qualunque latitudine.

Anche quello dell’identità è un tema molto sentito. In modo particolare all’interno della generazione di cineasti che in Kurdistan sta vivendo una sorta di primavera.
Bisogna riconoscere che lo sviluppo delle nuove tecnologie gioca a favore di una democratizzazione dell’arte, mentre non aiuta il fatto che, non essendo il Kurdistan uno stato indipendente, manchi di conseguenza un fondo nazionale per il cinema. Questo fa dipendere me e i miei colleghi dalle risorse turche. Sinceramente, però, queste sono questioni che, al di là dell’aspetto economico, non mi appassionano.

Sbaglia, quindi, chi considera il tuo un film politico, anche pensando al momento difficile che i curdi in Turchia stanno vivendo?
Sì, l’obiettivo è quello di contribuire a rafforzare l’identità curda e non un potenziale stato curdo. In questo senso è in errore anche chi vuole attribuire alla pellicola una nazionalità: quando si parla di cultura qualunque barriera è priva di significato. I confini in generale non hanno senso.

  • Cinema-stato

    «Il cinema curdo è come una donna incinta, bisogna aiutarla a partorire». Non lascia indifferente il commento che azzarda Bahman Ghobadi, regista iraniano di etnia curda e autore di pellicole come Il tempo dei cavalli ubriachi e I gatti persiani, consapevole delle grandi potenzialità cinematografiche di cui è impregnata la sua cultura d’origine. Parlare di cinema curdo significa occuparsi di un fenomeno recente, soprattutto relativo agli anni zero. Se infatti il primo titolo curdo può essere identificato in Zare del 1926, ambientato in un villaggio yazidi dell’Armenia ai tempi della Rivoluzione russa, è solo con il 2000 che iniziano a circolare i film con cittadinanza curda. Proprio sulla contraddizione intrinseca di questa origine e sulla mancanza di confini nazionali (con una popolazione che oscilla tra i 35 e i 50 milioni di individui, i curdi rappresentano l’etnia più numerosa al mondo senza uno stato, divisi come sono tra Turchia, Siria, Iraq e Iran), si sviluppa la maggior parte di queste pellicole. Tra queste, segnaliamo Marooned in Iraq e Turtles Can Fly firmati da Ghobadi nel 2002 e nel 2004, Jiyan di Jano Rosebiani (2002), David & Layla di Jay Jonroy (2005) e I fiori di Kirkuk di Fariborz Kamkari (2010). Un buon numero di film affronta il genocidio di cui il suo popolo è stato vittima (raccontato anche da titoli forse meno noti, ma comunque significativi come Zara di Ayten Mutlu Saray sul ritorno a casa, o Iki tutam saç: Dersim’in kayip kizlari di Nezahat Gündogan sulle adozioni forzate di bambine curde da parte di militari turchi). Ma il cinema curdo ha la forza anche di fare ammenda. Non mancano le pellicole sui limiti della propria cultura, fondata com’è su una visione della società prettamente patriarcale (in particolare, si segnala Kavoka spi di Viyan Mayi, sui delitti d’onore compiuti nelle famiglie curde contro le donne), ma diversi sono anche i registi che si sono concentrati sulla lingua (oltre a La canzone perduta, merita attenzione anche The Son di Atilla Cengiz, che è stato il primo film turco realizzato in lingua zazaki, un idioma utilizzato solo da una minoranza dei curdi). La lingua è uno dei semi da cui può fiorire un futuro cinema nazionale, secondo il regista Erol Mintas, il quale sottolinea anche la necessità di rappresentare le terre da cui si proviene e l’opportunità di formare maestranze ad hoc. «Lasciare il pesce senz’acqua, ovvero il Kurdistan senza curdi» era l’obiettivo di cui venivano accusati i turchi. Forse anche il cinema può frenare quella forma di desertificazione.

    Erica Re

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