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Citizen Saviano - Intervista a Roberto Saviano


Mentre Sky Atlantic HD trasmette la terza stagione di Gomorra - La serie, riproponiamo la riflessione che il giornalista-scrittore fece in esclusiva per Film TV sull’importanza di una fiction televisiva che a trent'anni dalla prima Piovra ha di nuovo il coraggio di raccontare la criminalità organizzata. Un “sistema” che anche il suo libro ZeroZeroZero, a sua volta destinato a ispirare un'altra serie tv diretta da Stefano Sollima, ha saputo descrivere nei suoi connotati transnazionali.

Ho visto le prime puntate di Gomorra - La serie e mi sono piaciute. Gran lavoro del regista Stefano Sollima, più vicino ad ACAB che non a Romanzo criminale, anche se potrebbe sembrare il contrario da un punto di vista estetico e formale. Ma il secondo era mitografico fin dallo spunto (il romanzo); in ACAB e Gomorra mi pare si scelga di raggelare qualunque empatia verso i personaggi. È un’impressione? Una scelta che hai condiviso? Qual è stato il tuo ruolo nel processo di scrittura?
Lo trovo anch’io più vicino ad ACAB, che mi è molto piaciuto. Avevo apprezzato anche Romanzo criminale, l’ho seguito sin dagli inizi e ho assistito con grande dispiacere alla solita critica fatta a chi racconta il male. Chi mette in scena storie di criminalità si assume una responsabilità immensa perché il rischio di empatia c’è sempre. La serie tratta da Gomorra, benché si emancipi dal mio libro e dal film che l’ha preceduta, aveva però già un binario da seguire, un binario fatto essenzialmente di racconto della realtà alla ricerca di ogni espediente narrativo che impedisse la mitizzazione, l’immedesimazione. Che bloccasse sul nascere ogni possibilità di empatia. Nella costruzione della serie mi è piaciuto essere presente in ogni fase. Sento la struttura seriale particolarmente affine al mio modo di narrare, che sostanzialmente procede per accumulazione ed è strutturato a scatole cinesi. Storie che si aprono e poi altre storie che si aprono all’interno delle prime e così via, per chiudersi tutte, alla fine, una a una. E tutti i racconti sono collegati tra loro, nessuno potrebbe esistere senza l’altro. Ecco, quando scrivo a ruota libera, lavoro così. Mi piaceva l’idea che Gomorra diventasse altro; mi piaceva l’idea di recuperare vicende che nel libro e nel film non erano riuscite a entrare. Abbiamo raccontato la faida di Secondigliano isolando degli episodi chiave: la deposizione e l’arresto del boss, il clan che rimane sostanzialmente senza un capo riconosciuto da tutti e che quindi, nonostante cresca economicamente, è in crisi interna, l’apertura di una piazza di spaccio, le elezioni comunali e come vengono condizionate dai clan.

30 anni fa la Rai per realizzare La piovra chiamava Damiano Damiani e Florestano Vancini, come se il rischio di una mafia movie exploitation andasse esorcizzato con registi noti per il loro cinema d’impegno civile. Sky realizza invece un prodotto come Gomorra - La serie senza moralismi, pensando soprattutto ai codici del genere, ma la risposta di certa stampa e certa critica è rimasta ferma al palo, ai discorsi sull’emulazione del cattivo che sembravano vecchi già ai tempi di Scarface (e mi riferisco a Hawks, non a De Palma). Non ti infastidisce questo provincialismo? Non so se definirlo provincialismo.
Certo la maggior parte di chi ha criticato Gomorra lo ha fatto preventivamente, senza nemmeno aver visto la serie, dal momento che non era stata ancora trasmessa. E lo ha fatto poi in mala fede, perché sia il libro sia il film non avevano certo incoraggiato emulazione o empatia. Ma da quando la serie è iniziata, queste voci si sono spente, e si sono palesate per quello che erano: volontà strenue di attirare attenzione, click, visualizzazioni, lettori. Insomma, parassitismi di vario genere. Non c’era alla base una teoria interessante, non c’era sincerità. Non c’era nulla che davvero facesse percepire che le critiche erano fatte per amore di una terra. Della mia terra. Ci sono molti modi di amare il luogo in cui si vive, il luogo in cui si è nati e cresciuti e da cui si è costretti ad allontanarsi. Quello di chi invita al silenzio, di chi invita all’omertà, è davvero un amore che non riuscirò a comprendere. Mai.

Il boss criminale che all’inizio di ZeroZeroZero parla agli accoliti un po’ in calabrese, un po’ in inglese e un po’ in spagnolo mi ha fatto venire in mente Matthew McConaughey in The Wolf of Wall Street. Dicono cose diverse a persone diverse ma finiscono con la medesima parola, la stessa “sintesi”: cocaina. Ci hai pensato vedendo il film, a quanto il “tuo” viaggio e quello di Scorsese e dello sceneggiatore Terence Winter siano simili?
Il punto è proprio questo: quanto ciò che racconto appartenga a tutti e quanto sia difficile, se non impossibile, per molti rendersene conto, prenderne atto. L’apertura di ZeroZeroZero con l’elenco di tutte le persone che ci sono accanto e che potrebbero far uso abituale di cocaina, e poi la storia del boss “poliglotta”, che parla la lingua delle mafie più potenti (calabrese e spagnolo) insieme a quella della finanza, del business, mostra proprio quanto tutto sia a portata di mano. Quanto tutto sia conosciuto anche se ci rifiutiamo di prestare attenzione. I viaggi sono simili perché la realtà che esploriamo è la stessa.

C’è un passo di ZeroZeroZero in cui ricordi come su YouTube siano stati spesso postati i video delle feroci esecuzioni dei Los Zetas. Mi torna in mente quando ai tempi di Videodrome quella degli snuff movie veniva spacciata come una sorta di leggenda metropolitana, anche se già all’epoca si pensava fosse un fenomeno soprattutto sudamericano. Nel tuo libro spieghi come la diffusione “mainstream” dei video risponda a una esigenza perversa di comunicazione, un marketing della morte; ma ti chiedo se esista, che tu sappia, anche un mercato di questi materiali macabri, come appunto si sospettava 20 o 30 anni fa...
Il web è il mercato. Parlare di un mercato dei video delle esecuzioni delle gang criminali disgiunto dal web non credo abbia senso. E non lo ha perché l’unica ragione dell’esistenza di questi video e della loro diffusione è creare proselitismo, pubblicizzare - uso un paragone orrendo - la gang. È incutere timore, offrire la dimostrazione pratica, la più realistica delle messe in scena proprio perché reale, di ciò che accade a chi non è con loro, a chi è contro di loro. Il marketing della morte, in realtà, non è fine a se stesso in questo caso: attraverso la morte si pubblicizza il potere, il denaro. La possibilità di poter decidere della vita e della morte significa, in ultima analisi, mostrare la propria onnipotenza. Uccidere non è per tutti. Uccidere in maniera efferata non è per tutti. Nella logica perversa delle gang, chi sa uccidere e chi sa farlo nella maniera più cruenta può comandare. Deve comandare.

So che hai molto apprezzato In grazia di Dio di Edoardo Winspeare; anche per me è uno dei migliori film italiani recenti. Ti chiedo però di raccontarci perché ti ha così positivamente colpito. Credi che c’entri il tentativo di Edoardo di raccontare “un altro sud”?
Sì, ma senza postura e maschere, senza denuncia e inutili giudizi. Il piacere di raccontare e di ricevere quel racconto, come nella migliore tradizione cinematografica italiana. Una tradizione che è sepolta da metri e metri di vacuo estetismo. C’è tutta la desolazione di un sud senza risorse, di un sud che quelle risorse le ha sprecate, buttate via, e ora annega in una miseria che non è solo disoccupazione, incertezza, ma soprattutto povertà di sogni e speranze. Eppure dalla pietra bianca, su quella terra arsa dal sole, può rinascere tutto: vita, bellezza, tutto. Una lezione per capire da dove ripartire.

Posso chiederti quale altro film italiano recente pensi abbia proposto una diversa e più originale “narrazione” del nostro paese, e perché? Stando tanto all’estero, non ti pare che l’idea del nostro cinema al di là dei confini italiani sia ancora legata a maestri o modelli (anche estetici) del passato, ai quali in fondo pure il premio Oscar La grande bellezza si riconduce?
Mi è piaciuto moltissimo L’arte della felicità di Alessandro Rak. È un film d’animazione, che non considero affatto arte minore. Napoli, protagonista del film. Napoli non è mai comprimaria, quando compare in un’opera, occupa tutto lo spazio, invade ogni cosa. Eppure quella di Rak è una Napoli universale, una Napoli quasi buona, nonostante la pioggia - che i napoletani avvertono come la peggiore delle sciagure -, nonostante la monnezza, nonostante il Vesuvio. Un luogo in fondo non luogo, dove il racconto è quello finale dell’accettazione della morte.

Prima che venisse pubblicato Gomorra ti leggevo su “Nazione Indiana”, già ti occupavi di criminalità organizzata, specie della sua presenza in Campania, ma ricordo anche tuoi servizi sulla questione palestinese, che agli inizi degli anni zero pareva destinata a sviluppi completamente diversi da quelli di oggi (chi ha più presente la «Road Map»?). È un tema che ancora ti interessa da un punto di vista professionale?
Ho per metà avuto un’educazione ebraica: tutto ciò che accade in Palestina e in Israele è come se accadesse nella casa dei miei avi. Non riesco a non vedere responsabilità da entrambe le parti, ma affrontare questi argomenti in Italia fino a oggi non è stato facile, troppo ghiotte - per certi estremismi - le semplificazioni. Mi riconosco nel sogno degli uomini di pace in medioriente: due popoli due democrazie.

«Il giornalista, il narratore, il regista vorrebbero raccontare com’è il mondo, com’è veramente». Sono parole tue, da ZeroZeroZero; mi viene in mente Jim Harrison che invece scrive: «La verità non esiste, ci sono solo storie». Ecco: ti è mai venuta la tentazione di raccontare solo storie e lasciar perdere la verità?
Ogni giorno. Ogni singolo giorno.

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