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Non è un paese per donne


Quanto vale l’altra metà del cielo, sul grande schermo? Quanto potere hanno le registe e le maestranze al femminile a Hollywood? Uno sguardo alle cifre e ai nomi, resistenti o emergenti, del gentil sesso al cinema.

«GENDER IMBALANCE», squilibrio dei sessi. È stato tranchant il giudizio che Jane Campion ha calato sul Festival di Cannes 2014, di cui era presidente di giuria. «Non si può non notare che in concorso ci siano solo due donne, Alice Rohrwacher e Naomi Kawase. Come se non bastasse, solo il 7% dei 1.800 film visionati è diretto da donne». Una vera delusione. Dello stesso avviso anche Naomi Watts, la quale, molto più schiettamente, ha denunciato: «I nostri colleghi maschi si stanno mangiando tutta la torta». Che, come sappiamo, è particolarmente allettante, soprattutto quando si è dalle parti di Hollywood. Ma anche (o soprattutto) a quelle latitudini la parità di genere sembra essere un vero e proprio miraggio. Lo conferma un rapporto stilato da Celluloid Ceiling, centro di studi sulle donne nella televisione e nel cinema della San Diego State University, il cui giudizio è a dir poco impietoso: «L'industria cinematografica è in uno stato di inerzia di genere» ha dichiarato Martha Lauzen, direttrice esecutiva del centro. Appena il 16% del personale impegnato nella produzione dei 250 film americani di maggior successo nel 2012 (una folta schiera di registi, sceneggiatori, produttori, tecnici del montaggio e direttori della fotografia) è infatti di sesso femminile. E poco importa il fatto che le sale cinematografiche siano gremite per almeno la metà da un pubblico rosa, il quale, evidentemente, quando si trova davanti al grande schermo, sembra dimenticare la tanto blasonata solidarietà femminile. A preoccupare maggiormente è che questo rapporto di quasi uno a cinque relativo al dietro alle quinte rappresenti oltretutto un calo di 2 punti percentuali rispetto ai numeri dello scorso anno, nonché il livello più basso registrato dal 1998, quando Celluloid Ceiling ha pubblicato la prima indagine. All’interno delle produzioni cinematografiche, infatti, nessun tipo di impiego ha registrato un aumento della presenza femminile: la categoria dei produttori, con un comunque scarso 25%, resta la più “rosa”. Seguono gli scenografi e i tecnici del montaggio (professione per cui anche le donne possono vantare una tradizione di tutto rispetto, si pensi per esempio alle collaudate collaborazioni tra Thelma Schoonmaker e Martin Scorsese, Sally Menke e Quentin Tarantino), con il gentil sesso rispettivamente al 23% e al 17%. Per non parlare poi delle donne alla regia, che sono appena il 9% del totale. E naturalmente, come ha giustamente fatto notare la Lauzen, «se gli uomini (bianchi) dirigono la maggior parte dei film prodotti a Hollywood, questi parleranno in prevalenza di uomini (bianchi) da un punto di vista che è quello degli uomini (bianchi)». Ne è conferma (l’ennesima) una ricerca effettuata qualche mese fa dalla New York Film Accademy: ben il 26% delle attrici si trova coinvolto in scene di nudo ma la percentuale scende a 9 per i colleghi maschi. Fa specie poi constatare che solo il 30% dei personaggi femminili ha voce e che la percentuale di ruoli al femminile rappresentati aumenti rispettivamente dell’8,7% e del 10% quando il film è scritto o girato da una donna. Ma le conseguenze dirette per i film firmati non da uomini non si fermano soltanto ai caratteri rappresentati: secondo la New York Film Accademy, infatti, le donne preferiscono dirigere i documentari (34,5%) piuttosto che la fiction (16,9%) e non pensiamo di essere troppo cinici nell’attribuire la causa di questa scelta al fatto che i primi costino meno e siano quindi più facili da autoprodurre. Tutto ciò non deve scoraggiare signore e signorine che qualcosa da dire e da dare nella settima arte ce l’hanno, eccome. A fronte, infatti, di tanti esempi che rimangono (ingiustamente) nell’ombra hollywoodiana, non mancano comunque i modelli di quelle che ce l’hanno fatta o di quelle che si stanno imponendo proprio ora. È il caso, per esempio, di Lake Bell, 35 anni appena e già alle spalle un buon curriculum come attrice, produttrice, regista e sceneggiatrice per In a World - Ascolta la mia voce. Ma sempre più spesso, dalle parti di Hollywood girano anche i nomi di Dee Rees (a 35 anni ha già diretto Eventual Salvation, scritto e diretto Pariah, e fatto la supervisione della sceneggiatura di Inside Man) e Sarah Polley (che può vantare già quasi 20 anni nello showbusiness, pur avendone solo 35). In salita pure le quotazioni di Jill Soloway, anche lei sulle scene da quasi due decenni (lei di anni ne ha però 47) come produttrice, sceneggiatrice e showrunner. Dovrebbe bastare tutto ciò alle donne come consolazione e incoraggiamento? No, non basta. Vogliamo di più. Vogliamo anche le rose.

  • Donne & Oscar

    Davanti all’abbinamento donne e premi Oscar, c’è chi grida addirittura al femminicidio. E i fatti sembrano dimostrarlo, basta un solo dato: a dispetto di tanto politicamente corretto e di continui richiami ai diritti civili e di genere, durante gli 86 anni della loro storia, solo una donna ha strappato la statuetta per la regia, Kathryn Bigelow (con The Hurt Locker nel 2010), e appena tre sono arrivate alla nomination (Lina Wertmüller, Jane Campion e Sofia Coppola). Una vergogna, che però non deve stupire se si considera che il 77% dei membri dell’Academy sono uomini (e neppure giovanissimi). Ma la situazione non migliora neppure per gli altri premi e basti sapere che nel 2014 le donne sono risultate completamenti assenti in ben 7 delle 19 categorie premiate. Non solo: sempre nell’edizione appena passata, le candidate all’ambita statuetta costituivano il 20% del totale (ovvero appena un quinto, all’interno del quale, però, rientrano anche le aspiranti migliori attrici). Certo, è una percentuale leggermente migliore a quella degli anni scorsi (in media le donne hanno rappresentato il 16% dei candidati e il 14% dei vincitori) ma ovviamente non basta. E ciò soprattutto se si pensa che durante la seconda edizione degli Oscar (stiamo parlando del 1929!) le donne nominate sul palco erano “ben” il 22%. Il top si è raggiunto nel 1994, addirittura con il 26%, salvo poi l’anno successivo scendere al 16%. Per non parlare delle singole categorie: fra i 631 candidati per la fotografia, mai nessuna donna è emersa; è andata meglio per gli effetti speciali: 6 nomination femminili su 635, in tutto 3 vittorie. In compenso il gentil sesso “spopola” tra i costumisti: costituisce addirittura il 55% dei candidati e il 58% dei vincitori. Ma anche per le categorie miglior trucco e miglior documentario le ragazze si sanno difendere: rispettivamente 32% di candidature e 23% di vittoria. Magra consolazione.

    Erica Re

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