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Voi lo conoscete bene?


Tra i 30 registi italiani più votati del nostro sondaggio pubblicato su FilmTv n° 34 c'è lui. Noi lo conosciamo bene, e voi?

Aprile 1948: nelle elezioni che cambiarono il volto della neonata Repubblica italiana, Antonio Pietrangeli sfidò Giulio Andreotti. Il primo, presidente della Federazione Italiana dei Circoli del cinema, era candidato del Fronte democratico popolare nella circoscrizione di Pisa-Livorno; laureato in medicina, era stato assistente di Luchino Visconti, sceneggiatore, critico, agitatore culturale, e aveva partecipato ai dibattiti da cui nacque il neorealismo. Il secondo era stato incaricato da Alcide De Gasperi di riorganizzare il cinema italiano, tenendo buoni gli americani (che avevano invaso il mercato) e istituendo un rigido controllo censorio. In quel fatidico aprile Pietrangeli venne trombato. Da lì in poi Andreotti ebbe mano libera: all’epoca venne demonizzato, oggi è stato ovviamente rivalutato. Pietrangeli invece (dobbiamo ringraziare la Provvidenza?) si allontanò dalla politica militante diventando uno dei più grandi registi del Dopoguerra: all’epoca venne sottovalutato, oggi rimane misconosciuto. Non è la solita retorica. Certo, anche il pantheon della Criterion Collection ha ammesso I Knew Her Well agli onori del dvd/Blu-ray, con il numero 801 della collana (meglio tardi che mai); ma non si può dire che su Pietrangeli abbondino saggi, tesi e convegni. E a parte Io la conoscevo bene - che è diventato (e meno male!) un film mitico e mitologizzato, fin da quando Roberto Silvestri, nel 1979, lo proclamò il miglior film italiano degli anni 60 -, non è che i suoi altri lavori siano così proverbiali. All’estero non li conosce nessuno. E da noi alzi la mano chi, sotto i trent’anni, ha visto La parmigiana. Anche chi si occupa di gender e cultural studies pare snobbare Catherine Spaak che, nel 1963, manda all’aria i ruoli femminili nell’Italia postBoom, e si serve del proprio corpo con una libertà che allora doveva essere sconcertante. Alla fama di Pietrangeli hanno nuociuto varie contingenze. Una morte prematura (nel mare di Gaeta nel 1968, durante le riprese di Come, quando, perché, poi finito da Valerio Zurlini), che ha preceduto ogni canonizzazione. Una mancanza di lunghe interviste su cui poter costruire un personaggio di autore. Un posizionamento fuori dai canoni: l’ex neorealista, infatti, ha finito per praticare la commedia, ma procedendo parallelo rispetto a un genere che era eminentemente maschile. Infatti nel cinema di Pietrangeli sono le donne a essere protagoniste. Il che ha alimentato una chiave di lettura più volte riproposta, quella del “regista al femminile”, che ha rischiato di essere un po’ riduttiva e isolazionista, anche perché non ha fatto dialogare i film di Pietrangeli con quelli affini (per esempio La cuccagna e Le ore dell’amore di Luciano Salce). Inoltre, se Pietrangeli adottava il punto di vista delle donne, era anche un cineasta che conosceva gli uomini meglio di tanti altri, sapeva smontarli, metterne a nudo tutte le vigliaccherie e sopraffazioni. Di certo Pietrangeli era un regista dal respiro europeo. La parmigiana andrebbe paragonato per esempio a Gli amori di una bionda di Milos Forman, di due anni dopo. E lo mostra anche un’elaborazione stilistica molto più complessa della media, tra mosaici di flashback, pianisequenza e macchina da presa a mano. Pietrangeli è stato il nostro regista più nouvelle vague: ma all’epoca la sua libertà espressiva veniva scambiata per vezzo o velleitarismo. Mentre il suo perfezionismo spesso lo rendeva un incubo per attori e collaboratori. «Un rompicoglioni» l’ha definito il figlio Paolo, cantautore e filmmaker. «Ma ce ne fossero di rompicoglioni così». Ettore Scola, che come sceneggiatore lavorò a quasi tutti i film di Pietrangeli, si rammaricava di aver ceduto alle insistenze dei produttori accettando un lieto fine per Nata di marzo. Be’, negli altri film non è più successo. Tranne Fantasmi a Roma, che è un caso a parte, le opere di Pietrangeli o vanno a finire male, o prendono a schiaffi la morale piccoloborghese. Quando l’ingenua Adriana/Stefania Sandrelli si butta dal balcone in Io la conoscevo bene, non è un cascame crepuscolare, come scriveva Moravia, ma una pietra tombale della dolce vita, una ribellione contro Roma e contro il cinema. Anche le commedie all’italiana, di solito, vanno a finire male, se non malissimo (ed è quello che non hanno capito i tanti registi che oggi cianciano di Comencini, Risi e Monicelli): ma non sono mai arrivate a qualcosa di così disperato e devastante come Io la conoscevo bene. Pietrangeli sapeva fondere commedia e mélo. Inaudito. Moravia, che con Pietrangeli aveva contenziosi aperti dagli anni 40, fu sempre diffidente e ipercritico nei suoi confronti (anche se amava La visita); ma nella recensione di Io la conoscevo bene, mescolando rampogne ed elogi, aggiungeva una cosa sorprendente, e che poi ha detto anche Scola: nel personaggio di Adriana, Pietrangeli aveva detto qualcosa di se stesso. Adriana sta ad Antonio come Emma Bovary sta a Flaubert

  • Letture essenziali

    Il punto di partenza più aggiornato è Antonio Pietrangeli - Il regista che amava le donne (CSC/Luce Cinecittà/ Edizioni Sabinae, pp. 224, € 20), a cura di Piera Detassis (firma storica nella rivalutazione del regista), Emiliano Morreale e Mario Sesti, fitto di nuove proposte e con una ricca antologia di materiali. Introvabili sia il pionieristico “castorino” di Antonio Maraldi, sia il fondamentale volumone della Philip Morris uscito nel 1999 per il restauro di Io la conoscevo bene, curato da Lino Micciché e con un innovativo saggio di Gianni Canova. Sul capolavoro del regista va letto anche il saggio di Morreale nel suo Cinema d’autore degli anni Sessanta (il Castoro, pp. 176, € 16). Negli anni 90 Maraldi e il Centro cinema città di Cesena (dove è depositato l’Archivio del regista) hanno fatto uscire otto preziosi volumetti editi da Il Ponte Vecchio, con scritti editi (a partire dalle recensioni degli anni 40) e inediti di Pietrangeli; in parte si trovano ancora sul mercato dell’usato online.

    Alberto Pezzotta

Antonio Pietrangeli - Filmografia completa

A cura di Alberto Pezzotta

  • Il sole negli occhi

    La servetta provinciale a Roma (Irene Galter) esplora tutti gli strati della borghesia, e finisce sedotta e abbandonata. Dalle parti del primo Emmer, ma molto più crudele e lontano dal neorealismo rosa. Esordio di Pietrangeli, co-sceneggiano Ugo Pirro, Suso Cecchi D’Amico (non accreditata) e Lucio Battistrada. Mai uscito in dvd.

  • Lo scapolo

    Primo dei tre film con Sordi (c’è anche l’episodio con Capucine di Le fate). Non c’è Rodolfo Sonego a sceneggiare, ma Ruggero Maccari ed Ettore Scola hanno le idee chiare sul personaggio: un maschio mammone e sciovinista, seduttore col piede in più scarpe, uno dei dongiovanni più sgradevoli del cinema italiano.

  • Nata di marzo

    Jacqueline Sassard (subito dopo Guendalina di Lattuada) sposa il più maturo Gabriele Ferzetti, e il matrimonio presto annaspa. Né dramma né commedia, una terza via (alla francese?), anomala per l’epoca, con Pietrangeli che guarda caso viene a patti con i produttori per il finale. Mai uscito in dvd.

  • Souvenir d'Italie

    Il più alimentare dei film di AP, che comunque cerca di vivacizzare il format “turiste straniere in Italia”. Il campionario dei maschi latini variamente ridicolizzati comprende Sordi, Vittorio De Sica, Massimo Girotti, Mario Carotenuto e Antonio Cifariello. Dario Fo, che interpreta una guida, è anche co-sceneggiatore.

  • Adua e le compagne

    Dopo la chiusura delle case chiuse, nel pieno del Boom, è duro arrangiarsi per quattro ex prostitute, guidate da Simone Signoret. I maschi - da Marcello Mastroianni a Claudio Gora - sono uno peggio dell’altro. Amarissimo, privo di compromessi, incompreso all’epoca, un classico mancato.

  • Fantasmi a Roma

    Un divertissement, il film più sorridente del regista. Quattro fantasmi (Mastroianni, Vittorio Gassman, Tino Buazzelli e Sandra Milo) aiutano Eduardo De Filippo in lotta contro la speculazione edilizia nella Roma del Boom. Umorismo quasi british; l’unica collaborazione di Ennio Flaiano con Pietrangeli. Incassi mediocri.

  • La parmigiana

    La Catherine Spaak di Dolci inganni cresce, e si divide tra un questurino (Lando Buzzanca) e un fotografo (Nino Manfredi). Meglio un’incerta solitudine. Rivoluzionaria, per l’epoca, la descrizione di una femminilità che non sta più negli schemi. Dal romanzo di Bruna Piatti. Buoni gli incassi.

  • La visita

    Il viscido François Périer (che grande attore dimenticato!) va a trovare una zitella di San Benedetto Po alla ricerca dell’anima gemella. Darà il peggio di sé. Forse miglior ruolo di sempre per Sandra Milo (un’habituée del regista), con sederone posticcio. Dal racconto di Carlo Cassola. Incassi purtroppo scarsi.

  • Il magnifico cornuto

    Una classica pochade di Fernand Crommelynck diventa un saggio sulla crisi del maschio italico nell’industriosa Brescia. Tanto è geloso Ugo Tognazzi, che le sue allucinazioni di tradimento diventeranno realtà. Claudia Cardinale è molto conturbante. Un po’ sovraccarico, ma è il film di AP che ha incassato di più.

  • Io la conoscevo bene

    Il definitivo ritratto dell’aspirante attrice (Stefania Sandrelli) che va a Roma e ne rimane vittima. Un affresco che chiude un’epoca, pieno di sequenze a chiave (con uno sberleffo ai volgari cinegiornali di Gualtiero Jacopetti), un ritratto impietoso di un ambiente e di come i maschi usano la donna. 

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Non si senta troppo in colpa chi, persino nella critica togata, si è davvero accorto degli sfavillanti Manetti Bros. solo dopo il successo di critica e di pubblico di Song’e Napule nel 2013. Che è perfetto come summa del loro...

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