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Made in Hong Kong


Film d’autore e commedia demenziale, eros e kung-fu: storia di un lembo di terra diventato ponte culturale tra due universi, galleria di imprescindibili cineasti e interpreti Hongkonghesi.

Il cinema di Hong Kong è, come e più che in altre parti del mondo, imprescindibile dalla storia del suo paese. E si parla di una storia che in 150 anni ha portato un piccolo lembo di terra e una manciata di isole nel sud della Cina dall’avere la stessa quantità di abitanti di Buttapietra (VR), all’essere al centro della prima grande guerra fra occidente e oriente (quando c’è l’oppio di mezzo non si scherza), fino a diventare uno dei più grandi centri finanziari al mondo, ospitando il doppio della popolazione della Toscana in un quarto del territorio. Sono vicissitudini che aiutano a fare chiarezza sull’incedere poco ortodosso di un’industria cinematografica per certi versi impensabile e incomprensibile, per anni terza a livello mondiale, dopo India e Stati Uniti, per quantità di opere realizzate. Perché Hong Kong è stata per un secolo e mezzo protettorato inglese, spiffero di occidente in un oriente altrimenti blindato; e quando ha smesso di essere solamente punto d’approdo e di smercio per l’oppio, ha cominciato a spacciare cinema. Inondando la Cina continentale, il sudest asiatico e arrivando fino al Giappone, con immagini in movimento anarchiche, inconcepibili per il resto dell’Asia (e poi del mondo), liberatorie. È una storia che porta dritto fino al 1997, anno scelto dalla rinvigorita potenza cinese per iniziare il lungo processo che riporterà Hong Kong sotto la sua egida burocratica. Cent’anni di indipendenza cinematografica, con l’unico pensiero di inseguire un botteghino che accoglie con altrettanta grazia pellicole d’autore, commedie demenziali, arti marziali, noir che picchiano duro e film erotici. A cui seguiranno, stanno già seguendo, 50 anni di adattamento a una nuova realtà pan cinese: soldi, censura e pubblico parlano e parleranno sempre di più il mandarino standard di Pechino. E nonostante il pragmatismo - un approccio fatto di molta prosa, poesia a tratti - che è sempre stato il marchio di fabbrica delle ombre elettriche hongkonghesi, il vento di cambiamento che dal 1997 soffia dal continente ha lasciato indifferenti pochi tra i cineasti rimasti (al netto delle fuitine americane di John Woo, Tsui Hark e Ringo Lam), dagli indipendenti (pochi) più inveterati agli integrati più convinti. Da una parte il re degli autarchici Fruit Chan, che già nel 1997 inaugurò i lavori di una trilogia sulle conseguenze sociali dell’handover, il passaggio di consegne alla Cina, con Made in Hong Kong, film girato su residui di pellicola presi in prestito (diciamo così) dagli scarti di altre produzioni e che omaggia lo Tsui Hark più politicizzato di Dangerous Encounters: 1st Kind. Dall’altra parte Pang Ho-cheung, che in una commedia apparentemente innocua come Love in the Buff (2012) riesce a sotterrare un messaggio abbastanza chiaro: il continente può pur essere i soldi e la burocrazia, ma la piccola penisola rimarrà il cuore e l’anima. Perché la settima arte cantonese resta quella realtà terragna e romantica che lascia sullo stesso orizzonte e fa guardare negli occhi un maestro come Wong Kar -wai e un rullo compressore da cinque film all’anno come Wong Jing. Un’industria in cui a onorarsi delle coccarde più ambite, gli Hong Kong Film Awards, possono essere i titoli minori di Johnnie To (Running on Karma), brutte commedie low budget (Gallants), blockbuster in costume (La tigre e il dragone, The Warlords, Bodyguards and Assassins) o polizieschi che, pur belli, in occidente verrebbero liquidati dalla critica con un cenno annoiato della mano (Cold War). A rendere il panorama hongkonghese irresistibile e unico al mondo è il fatto che questi film abbiano pieno diritto di essere messi sullo stesso piano e nella condizione di competere con il genere elevato alla purezza (Beast Cops, Infernal Affairs, Election e tutta la filmografia noir di Johnnie To) o con le vette più alte di autorialità: da Ann Hui (Ordinary Heroes, A Simple Life) a Patrick Tam (After This Our Exile), da Wong Kar -wai (Happy Together, In the Mood for Love, The Grandmaster) allo stesso Fruit Chan (The Longest Summer, Durian Durian). Un elenco infinito di contraddizioni, rese ancor più buffe ed evidenti dalla promiscuità a cui gli autori di Hong Kong sono costretti - non c’è letteralmente spazio: tutti condividono set, maestranze, attori, produttori -, incarnate da quel tragico buffone di Stephen Chow, figura in grado di fondere la necessità di un linguaggio popolare (e populista) con la voglia di non negarsi un approccio personale e innovativo. Il risultato è un impasto unico, che alla poetica e alla sensibilità dell’autore unisce un’evoluzione della macchina produttiva eccezionale (completamente priva di aiuti economici governativi), una Storia irripetibile di ponte culturale tra due universi difficili da far dialogare e un futuro imprevedibile. Ma nonostante il fascino indiscreto del conio cinese, è impensabile figurarsi una perdita totale dell’identità e dell’orgoglio cinematografico dell’ex colonia. Per rubare un celebre motto corso: Hong Kong, a spessu conquista mai sottumessa.

  • [In libreria] Il nuovo cinema di Hong Kong

    Sono passati quasi 20 anni dai libri di Alberto Pezzotta (Tutto il cinema di Hong Kong) e Giona A. Nazzaro & Andrea Tagliacozzo (Il cinema di Hong Kong - Spade, kung fu, pistole, fantasmi), testi che in Italia ci avevano accompagnato alla scoperta del cinema della colonia britannica, continente sconosciuto, industria florida e produttrice di un immaginario capace di influire sul panorama mondiale. Il tutto a ritroso, indietro nel tempo, a pochi anni dal temuto ritorno alla Cina, datato 1997. Oggi, Stefano Locati & Emanuele Sacchi misurano gli effetti di questo passaggio, di questo cambiamento che prometteva la fine di un’epoca. E che ha mantenuto la sua promessa, portando a una crisi industriale e a un controverso rapporto con il mercato cinese, ma non a una tabula rasa del cinema: i saggi dei due autori, accompagnati dagli interventi di studiosi, critici, accademici di ogni provenienza, guardano a quel che rimane di quel grande cinema che fu e soprattutto a quanto di attuale s’è sviluppato nel corso degli ultimi due decenni. Tra nuovi generi e sperimentazioni tecnologiche, tensioni panasiatiche e strenue resistenze locali, c’è - ancora - di che esaltarsi. Interviste con autori (da Ann Hui a Stanley Kwan, passando per Johnnie To e nuovi maestri come Yu Lik-wai), contributi affettivi di hongkongofili d.o.c. in memoria del loro primo amore e una prefazione firmata da Olivier Assayas, regista figlio della Nouvelle Vague che fu tra i primi, in Europa, a discorrere sui “Cahiers du cinéma” dell’onda che da Estremo Oriente cambiò il cinema.

    Chiara Bruno

12 film

A cura di Nicola Cupperi

  • Made in Hong Kong

    «Senti come parlo, mi sembro della terraferma». Persino (soprattutto?) i piccoli malavitosi fanno i conti con il passaggio di consegne tra Regno Unito e Cina. Moon è un ragazzo allo sbando, è il simbolo di una disperazione priva di speranza. A cui nessuno dà ascolto.

  • Beast Cops

    In un periodo di transizione del cinema hongkonghese, in una pausa tra John e Johnnie (Woo e To), Beast Cops galvanizza il genere lavorando per accumulo: nel dubbio, più di tutto. Più ambiguità morale, più azione, più violenza. Il risultato è uno scatto folle e autodistruttivo.

  • A Hero Never Dies

    Il punto di partenza del To che conta, dove si trovano in nuce le geometrie estetiche e narrative dell’autore che ha cambiato gli anni 2000 del cinema di genere asiatico. Senza Jack e Martin non avremmo avuto The Mission, Exiled, Election, PTU, Breaking News, Vendicami, Drug War...

  • In the Mood for Love

    Maggie Cheung e Tony Leung Chiu-Wai, coniugi traditi che trovano rifugio in un metarapporto mai consumato, sulle note del valzer di Shigeru Umebayashi. Tra Happy Together e The Grandmaster, Wong rimane la vetta irraggiungibile del cinema di Hk.

  • Infernal Affairs

    Prima parte di una trilogia di thriller/polizieschi/noir che, tra mafiosi infiltrati, agenti sotto copertura, verità, bugie e doppi (e più) giochi, affascina per densità e solidità di scrittura. Tanto da rapire anche Scorsese, che si regalerà un Oscar con il remake The Departed - Il bene e il male.

  • Kung Fusion

    Ci sono personaggi che corrono mulinando le gambe come Beep Beep, divini palmi giganti e nonsense a non finire. Ma scavando sotto la superficie di idiozia, si scopre che Chow (Shaolin Soccer) è unico al mondo: una sintesi impossibile tra Spielberg e i fratelli Marx. 

  • One Night In Monkgkok

    Violento, claustrofobico, nerissimo, senza alcuna possibilità di redenzione e speranza. Derek Yee ambienta una sfida fra triadi e polizia, e nel mezzo un occhialuto killer cinese, in apnea nella giungla d'asfalto di Mongkok. Tutto in una notte.

  • After This Our Exile

    Nella New Wave hongkonghese anni 80, Tam era l’autore più legato a istanze formali: dopo quasi 20 anni di assenza torna e si riscopre più vicino ai suoi personaggi, raccontando di un uomo sull’orlo del baratro, che tenta di salvarsi dalla follia aggrappandosi alla presenza del figlio.

  • Ceot oi kap gei

    C’è un piano segreto ordito dalle donne per eliminare tutti gli uomini dalla faccia della Terra. Sembra. O forse no. Pang gioca seriamente con il suo pubblico, come farà qualche anno dopo con l’allegorico Dream Home, al ritmo di una straniante e geometrica commedia nerissima.

  • Accident

    Cheang, un passato da assistente di Ringo Lam, è fra i protetti di Johnnie To. Nel raccontare di un gruppo specializzato in omicidi che non sembrano tali, sublima gli insegnamenti dei due maestri e con una violenza rigorosa e chirurgica penetra nei recessi della mente dei suoi personaggi.

  • The Way We Are

    Tra Ordinary Heroes e A Simple Life, un’altra storia semplice per la regina di Hong Kong. Il suo è uno degli sguardi più delicati al mondo, che va a scovare fra il cemento di un alveare residenziale la storia di una madre con figlio adolescente, raccontando con levità e affetto partecipi. 

  • Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma

    Tsui, da qualche tempo tornato a casa, si riappropria del suo cinema, ripetendo i fasti di un capolavoro come Peking Opera Blues. Il suo detective Dee è un irresistibile mix di generi, tra wuxia e giallo, con modernità omaggia un cinema classico che sembrava dimenticato.

Una goccia di gioia

Mariuccia Ciotta

Sotto l’albero di Natale c’è lo stesso regalo di 80 anni fa, Biancaneve e i sette nani, versione restaurata in Blu-ray, e come allora le luci si accendono al Carthay Circle Theatre di Los Angeles sulla sfilata di spettri in limousine,...

FilmTv n° 51/2017

New American Cinema Group

Luca Beatrice

Sarà l’effetto nostalgia, oppure la difficoltà a ottenere certezze nel presente e nel futuro, ma guardandoci indietro di mezzo secolo scopriamo che il 1967 fu davvero un anno straordinario: cultura a 360°, politica, società, comunicazione...

FilmTv n° 15/2017

È la Rai, bellezza - Intervista a Francesco Vezzoli

Luca Beatrice

Non è la prima volta che Francesco Vezzoli passa dall’altra parte della barricata. Nato a Brescia il 1971, è uno dei pochi artisti italiani a vantare una gran notorietà internazionale. Musei, biennali e gallerie se lo contendono da tempo. Un...

FilmTv n° 30/2017

American Tv Story 00/10 - In principio fu Twin Peaks

Roy Menarini

Ripensare la serialità americana e i suoi autori trova un senso proprio nel 2017, quando il ritorno di Twin Peaks - non solo scritto ma interamente diretto da David Lynch - vale un po’ come occasione per un bilancio lungo oltre un...

FilmTv n° 24/2017

Noi c'eravamo

Mauro Gervasini

Dal 18 al 22 maggio 2017 si è svolto nella tradizionale sede del Lingotto il 30° Salone internazionale del libro di Torino. Come noto, un successo. Oltre 165 mila visitatori (paganti). Non era scontato, perché i grossi editori (Mondadori con...

FilmTv n° 23/2017

Archivio Servizi

Titolo Autore FilmTv n°
L’attore che non deve chiedere mai Mauro Gervasini 04 / 2010
Cuccioli alla riscossa - Intervista a Sergio e Francesco Manfio Mauro Gervasini 03 / 2010
L'Avatar decriptato Giona A. Nazzaro, Mauro Gervasini, Mariuccia Ciotta, Mario Sesti 03 / 2010
Le stagioni di Rohmer Cristina Borsatti 03 / 2010
Nine e i suoi fratelli Boris Sollazzo 03 / 2010
Ballando il Moon Walken Enrica Re 02 / 2010
C’eravamo tanto amati Aldo Fittante 02 / 2010
Ragazza interrotta Ilaria Feole 02 / 2010
DellaMorte DellAmore Chiara Bruno 01 / 2010
La messa infinita Sara Sagrati 01 / 2010
Quello senza la R Simone Emiliani 01 / 2010
...e il cinema è Nicholas Ray Mariuccia Ciotta 46 / 2009
Il sonno della ragione (di Stato) Aldo Fittante 46 / 2009
La rivoluzione di Monte Hellman Simone Emiliani 46 / 2009
Piccoli vampiri (non) crescono Lorenza Negri 46 / 2009
Storie di fantasmi americani Mauro Gervasini 46 / 2009
È ’na passione Alberto Castellano 45 / 2009
Kusturica pensiero Mario Sesti 45 / 2009
L'onda rumena Enrica Re 45 / 2009
La cine educación Cristina Borsatti 45 / 2009
Roma odia: a Cinecittà si può sparare! - Intervista a Umberto Lenzi Mauro Gervasini 45 / 2009
A volte ritorna Mauro Gervasini 44 / 2009
Disegni e sogni di Fellini Ilaria Feole 44 / 2009
Happy Alien Days Andrea Fornasiero 44 / 2009
Scenda l'oblio Tommaso Labranca 44 / 2009
La legge del mitra Giona A. Nazzaro 43 / 2009
La stanza del figlio Andrea Fornasiero 43 / 2009
L’amico americano Chiara Bruno 43 / 2009
Michael Moore Vent’anni dopo Boris Sollazzo 43 / 2009
Ultimo attore conosciuto Mauro Gervasini 43 / 2009

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