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Tutto il cinema del presidente


Dopo l’elezione di Donald Trump del 2016, Mauro Gervasini realizza una ricognizione sui film e i cambiamenti a Hollywood durante i due mandati del primo presidente americano nero, Barack Obama. Vi riproponiamo le sue riflessioni.

Con il senno di poi si potrebbe sostenere che la più significativa “eredità” del cinema Usa durante gli otto anni di presidenza di Barack Obama (2008 - 2016) sia la trilogia di The Purge di James DeMonaco (in Italia La notte del giudizio, Anarchia - La notte del giudizio e La notte del giudizio: Election Year). Si immagina un futuro nel quale gli Stati Uniti, ri-made great again da fantomatici Padri fondatori, si sfogano una notte all’anno durante la quale tutto è permesso, dal massacro in giù. Al netto di una politica estera a tratti discutibile, specie nel primo mandato, le due amministrazioni Obama hanno combattuto quattro grandi sfide, vincendone una e mezza. Cambiamento climatico. Il presidente, grazie soprattutto al lavoro del segretario all’energia Steven Chu, al suo fianco fino al 2013, ha riportato il tema al primo posto dell’agenda internazionale favorendo gli esiti della conferenza di Parigi e i successivi Accords de Paris, vincolanti. ObamaCare. È la mezza vittoria. La riforma sanitaria non è come la volevano il presidente e la first lady Michelle Obama ma resta rivoluzionaria per gli States, e “copre” comunque 10 milioni di americani in più rispetto a prima. Legge su Wall Street (o meglio: “Legge di regolamentazione delle regole del mercato finanziario”). Promessa all’indomani della prima elezione, in piena crisi economica, per togliere potere alle cricche finanziarie che poi tocca salvare coi soldi pubblici. È andata male. Legge di regolamentazione del possesso delle armi. Qui il flop è sotto gli occhi di tutti. Negli Stati Uniti c’è una sparatoria mortale ogni 48 ore, non essendo però quella del porto d’armi una materia federale (surreale in Texas dove puoi armarti quanto vuoi basta che la pistola sia in vista) sarà dura anche in futuro trovare una quadra. Va detto che l’ostilità a moratorie sul tema è anche di ampi settori democratici. La notte del giudizio, soprattutto il terzo capitolo Election Year, racconta un’America truce, appunto armata, controllata dall’alto, pervasa da impulsi irrazionali, dove una senatrice progressista diventa bersaglio dell’élite al potere ma anche della “pancia” del paese. Non si tratta di un rimando a Hillary Clinton, che all’epoca non aveva ancora vinto le primarie, ma a Elizabeth Warren, della quale invitiamo (ora più che mai) a seguire attività e battaglie per capire di che pasta è fatta (www.warren.senate.gov). Speriamo abbia sempre un Frank Grillo al suo fianco. Durante gli anni di Obama si è diversificato il cinema prettamente diretto al pubblico afroamericano, Straight Outta Compton è stato (a sorpresa, diciamolo) un grande successo “identitario”, la comunità ha protestato contro l’Academy bianca coniando lo slogan #OscarsSoWhite, sono cresciuti nuovi cineasti neri, giovani, attori e attrici, mentre importanti nomi del passato (Morgan Freeman, Forest Whitaker, l’immancabile Oprah Winfrey...) si sono spesi come produttori, talent scout, ispiratori di una piccola new wave. A livello sociale un presidente nero ha purtroppo acuito le divisioni, riattizzato i razzismi, vissuti in chiave revanchista. Nell’ultimo discorso ufficiale prima delle elezioni Donald Trump ha detto, testualmente «We are going to take the White House back»: «stiamo per riprenderci la Casa bianca», sottinteso «occupata da un nero» o «da un africano» come avrebbe sostenuto qualche anno fa quando alimentava l’assurda campagna cospirazionista dei “birther”, fanatici convinti che Obama fosse nato in Kenya e dunque ineleggibile. Premesso che nel 2000 una puntata di I Simpsons immaginava Donald Trump presidente Usa con lo slogan «America you can be my ex wife!», con riferimento alla cagnara mediatica tra lui e la ex moglie Ivana Trump, c’è da chiedersi che cinema Usa ci aspetta da qui a quattro anni. Possiamo profetizzare un aumento esponenziale delle distopie, come se la trilogia di La notte del giudizio fosse in realtà stata una specie di antipasto, del tutto profetico, sul “dopo”, che però per noi è “adesso”. L’industria del cinema, quasi completamente schierata con Hillary Clinton, non sarà tenera con il nuovo presidente ma potrebbe anche pensare ad altro, continuare cioè nel trend rassicurante della produzione d’evasione, innocua politicamente, con tanti cartoni animati e tanti supereroi, ottimi per la distrazione di massa.

  • Back to black

    Nell’era della Peak Tv si moltiplicano le serie che raccontano l’america nera.

    L’epoca televisiva che attraversiamo viene definita ufficialmente, ormai da qualche anno, “Peak Tv”: alla moltiplicazione dei canali di fruizione (streaming, on demand) corrisponde un aumento vertiginoso della produzione (siamo a oltre 400 titoli annuali) e, conseguentemente, un’incredibile varietà di storie, personaggi, pubblici. C’è, in generale, un’attenzione sempre maggiore alla rappresentazione delle minoranze etniche e, in particolare, a quella afroamericana. E se le serie di Shonda Rhimes (Scandal e Le regole del delitto perfetto) hanno finalmente messo una donna nera come indiscussa protagonista di un prodotto per tutti (bianchi compresi), se il successo di Empire ha consegnato al mainstream l’universo hip hop trasformandolo in soap da prima serata, l’inizio della stagione tv 2016/2017 ha visto una fioritura di lavori seriali dedicarsi all’individuazione e alla celebrazione delle specificità della comunità nera. Sia operando sulle immagini e l’immaginario - il supereroe Luke Cage, la cui “divisa” è una felpa col cappuccio come quella di Trayvon Martin, e che però è invulnerabile ai proiettili; la messa in epica delle origini del rap nel rutilante The Get Down di Baz Luhrmann -, sia raccontando vicende piccole, comuni, eppure uniche, come nelle splendide dramedy Atlanta di Donald Glover e Insecure di Issa Rae e nel drama Queen Sugar di Ava DuVernay. Una delle serie più rilevanti dell’anno, American Crime Story: Il caso O.J. Simpson, ha rimesso in scena un’America divisa tra bianchi e neri, letteralmente spaccando in due lo schermo e lasciando che gli spettatori d’oggi vi si specchiassero, mentre la quasi omonima American Crime rimestava senza pietà negli irrisolti conflitti razziali degli States obamiani. «La conseguenza della storia unica è questa: spoglia le persone della propria dignità. Ci rende difficile riconoscere l’umanità che è uguale alla nostra. Mette enfasi sulle nostre diversità piuttosto che sulle nostre somiglianze» dice la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, ed è forse questa la speranza migliore che la tv a stelle strisce ci sta regalando: la narrazione unica si è sciolta in mille rivoli, e probabilmente è proprio lì che scorre la possibilità di una riconciliazione.

    Alice Cucchetti

Tutto il cinema del presidente - Filmografia

A cura di Mauro Gervasini

  • Precious

    Sponsorizzato da Oprah Winfrey, è il primo e forse più significativo film “obamiano”. Girato a Harlem, racconta il disagio di una ragazzina obesa, ma anche la speranza che uno scampolo di Sogno americano valga pure per lei, che ha un talento mortificato dall’ambiente e dalla famiglia. Un film con un’idea di America.

  • 12 anni schiavo

    Miglior film agli Oscar del 2014, una vittoria annunciata per un’opera che in Usa ha avuto un successo relativo. La storia (vera) di Solomon Northup, nato libero e reso schiavo, è però un caposaldo della mitografia afroamericana, non casuale che sia stato realizzato in questo periodo (benché da un regista inglese).

  • Selma - La strada per la libertà

    La lotta di Martin Luther King per i diritti civili e la sua marcia da Selma a Montgomery del 1965. Il film esce negli Stati Uniti mentre è alta la tensione per le violenze subite dai neri da parte della polizia, in più città, e assume un significato simbolico superiore al suo valore effettivo.

  • Prossima fermata Fruitvale Station

    La storia di Oscar Grant, afroamericano ucciso dalla polizia nel 2009 benché già ammanettato, divenuto un simbolo della comunità in lotta, citato dal presidente Obama in un discorso ufficiale a proposito delle «seconde possibilità negate ai neri». Co-produce Forest Whitaker.

  • Dear White People

    In una università della Ivy League (termine che accomuna le otto università più prestigiose d’America), a predominanza bianca, una trasmissione radiofonica e un libro (Ebony and Ivy) denunciano il razzismo verso i (pochi) neri, creando scompiglio. Dal Sundance, ancora inedito in Italia

  • Re della terra selvaggia

    Anomalo fantasy tratto da una pièce teatrale, romanzo di formazione di una bambina nella Louisiana devastata dagli uragani. Girato in 16 mm e con attori non professionisti da un regista (bianco) che dopo la distruzione di Katrina aveva raccontato la disperazione della comunità nera di New Orleans nel corto doc Glory at Sea

  • Straight Outta Compton

    Forse il più importante film “afroamericano” del decennio, anche per il grande successo popolare (201 milioni di dollari l’incasso). La storia del gruppo gangsta rap californiano N.W.A. e dei suoi più celebri componenti, Eazy-E, Ice Cube e Dr. Dre. Per la comunità nera, specie i giovani, una combo (e un film) fortemente identitari e radicali.

  • Zero Dark Thirty

    Come si arriva al rifugio di Osama bin Laden e alla sua eliminazione? Anche attraverso metodi d’indagine poco ortodossi come la tortura, evidentemente mutuati dall’amministrazione Bush? Un grande film, molto problematico, illuminato dalla prova superba di Jessica Chastain.

  • Sotto assedio - White House Down

    Jamie Foxx non è il primo presidente afroamericano del grande schermo, ma di certo è quello che per dinamismo e fisico del ruolo assomiglia di più a Barack Obama. Ad attentare alla sua vita in questo fragoroso action movie un complotto ordito dal traditore James Woods, che nella realtà è un antiobamiano di prima categoria. 

  • Good Kill

    Obama disse all’inizio del primo mandato che il lavoro sporco della sua “guerra al terrore” l’avrebbero fatto i droni. Basta, da un punto di vista morale? Il finale del film di Niccol è purtroppo un po’ addomesticato, tuttavia la storia del pilota interpretato da Ethan Hawke coglie nel segno con la giusta drammaticità.

Speciale Lost Highway Carpenter - Filmografia - 1998: Vampires

Andrea Bellavita

Uno dei temi musicali più asciutti ed efficaci di sempre: solo chitarra, basso e batteria. Ti aspetti, a ogni giro, uno scarto di tastiera, la linea che ha portato da Un dollaro d’onore a 1997: Fuga da New York, passando per...

FilmTv n° 25/2018

La scimmia si rialza

Giulio Sangiorgio

Non è mai stato un film come gli altri, il King Kong del 1933, diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack. E non erano registi come gli altri questi due americani, che s’erano incontrati per la prima volta a Vienna nel 1918....

FilmTv n° 10/2017

I migliori film - 21: Una giornata particolare

Pier Maria Bocchi

È perché tu non sei né marito, né padre, né soldato. Non rispetti uno standard. Sei «un pederasta» (Grazzini) e un invertito, un frocio e un ricchione, hai «amicizie particolari» (Kezich), sei un non allineato. Isolato. Non hai la tessera del...

FilmTv n° 04/2019

La collaborazione tra Paul Thomas Anderson e Daniel Day-Lewis

Andrea Fornasiero

Anderson ha raccontato di aver guardato al modello hitchcockiano e in particolare a Rebecca - La prima moglie La donna che visse due volte, oltre che a Eva contro Eva di Joseph L-...

FilmTv n° 47/2017

Bella e perduta - Intervista a Susanna Nicchiarelli

Emanuele Sacchi

Come una mappa, in cui leggere sommovimenti culturali e contraddizioni della storia europea. Nata nel 1938, cresciuta guardando Berlino in fiamme e poi transitata dal jet set al gossip del rock; morta un anno prima della caduta del Muro. Simon...

FilmTv n° 40/2017

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