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L'immagine della settimana

La morte di Empedocle

Editoriale 48/2022

Lezione di sguardo

Sono gli anni 90 e sono uno studente. Frequento il vituperato DAMS di Bologna. Da ormai tanto tempo carico il venerdì, il sabato e la domenica una cassetta VHS programmandola sul tasto LP per registrare le otto ore notturne di Fuori orario. I primi film di Danièle Huillet e Jean-Marie Straub li ho visti in televisione, grazie a enrico ghezzi e a Roberto Turigliatto. Sono gli anni 90 e mi trovo al cinema Lumière, la sala della Cineteca di Bologna posta all’epoca in via Pietralata. C’è una rassegna dedicata a “loro”: Huillet-Straub. Vedo praticamente tutto. Loro sono presenti. Incontrano il pubblico. Arrivano le prime domande. Io sono troppo intimorito per bofonchiare qualcosa. Basta poco per far spazientire Straub. Uno studente prende la parola: Lezioni di storia, tratto da Brecht, gli sembra un film statico. Straub strabuzza gli occhi. Metà film procede per lunghe inquadrature sulle le strade di Roma. Statico, mi chiedo pure io? Chissà che ha visto quel povero studente. È una questione di percezione, il cinema. Almeno per loro. I loro film sono semplici lezioni di sguardo e di ascolto. Lo capirò meglio davanti a Cézanne, tratto dagli incontri del pittore con Joachim Gasquet: «L’artista non è che un ricettacolo di sensazioni, un cervello, un apparecchio che registra...». E poche pagine dopo: «Il cervello, libero, dell’artista, deve essere come una lastra sensibile, un semplice apparecchio che registra, nel momento in cui opera. Ma questa lastra sensibile, bagni sapienti l’hanno condotta a quel punto di ricettività in cui può impregnarsi dell’immagine, fattasi coscienza, delle cose. Il lungo lavoro, la meditazione, lo studio, le sofferenze e le gioie della vita, l’hanno preparata». Mi pare che sia tutto qui. O, almeno, un nucleo fondativo. Come fare un’inquadratura? Cosa mostrare? Lo capirò poco dopo, quando Straub impugna un pennarello e ricostruisce lo schema geometrico di La morte di Empedocle, fissando un punto da cui si diramano a cerchio una serie di rette. Aggiungendo: «È lo stesso dispositivo che sta alla base di La finestra sul cortile». Ed è vero. Lo spettatore, in ogni caso, è il destinatario di questo ricettacolo di sensazioni che è l’inquadratura: immagini e suoni. Basta non essere pigri e avere un briciolo di pazienza: vi si schiuderà un mondo. Anni dopo, siamo diventati amici. Chiedo a Danièle come fa a padroneggiare e a distinguere tutti i suoni registrati in presa diretta. Lei mi dice: «Ascoltare le fughe di Bach mi ha molto aiutato». Un’altra volta, chiedo a Jean-Marie in che modo avessero deciso di filmare la musica in Cronaca di Anna Magdalena Bach. La risposta: «Abbiamo visto Una notte all’opera dei Fratelli Marx». I grandi registi “rigorosi”, “difficili”, erano capaci di stupirti con simile nonchalance. «Il lungo lavoro, la meditazione, lo studio, le sofferenze e le gioie della vita»: i loro film nascono da qui. Ora che anche Jean-Marie Straub ci ha lasciato, il 20 novembre 2022 (Danièle l’ha preceduto nel 2006), a noi non restano che loro stupidi cloni.

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