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Matteo Marelli dice che Gebo e l'ombra è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 01:50.

La vita invisibile di Eurídice Gusmão di Karim Ainouz è in streaming su CGDigital

Cosa leggere oggi? Vi riproponiamo la prima parte del primo racconto a puntate pubblicato su Film Tv.

Ancora una volta, cos'è il cinema?

Riproposta da Spike, comincia il 17 febbraio la prima stagione di una delle migliori serie tv britanniche degli ultimi anni. Qui ve ne riproponiamo la recensione.

Il 20 febbraio uscirà in sala l'ultimo film di Christophe Honoré, L'hotel degli amori smarriti . Difficilmente i film del regista francese sono arrivati nelle nostre sale, come dimostra la recensione di questo film, estratta tra i tanti di Honoré segnalati nella nostra rubrica Scanners.

La citazione

«Il motivo per cui Dio ci ha dato due orecchie e una bocca è per permetterci di ascoltare il doppio di quanto parliamo (Quincy Jones)»

scelta da
Emanuele Sacchi

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In edicola: Martedì, 18 Febbraio, 2020

Feuilleton #8: la prima puntata di La maschera di Tommaso Pincio, L'hotel degli amori smarriti: intervista al regista Christophe Honoré, Speciale Sanremo 2020, 70ª Berlinale: interviste a Carlo Chatrian e Gianluigi Ricuperati, film italiani in concorso presentati dai registi, Serial Minds (perché si / perché no) di The New Pope, locandina di C'era una volta in America di Sergio Leone e tanto, tanto altro.

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Editoriale


La forma dell'Oscar

La cosa più interessante degli Oscar vinti da Parasite non è che si tratti di un film non americano. È il fatto che Bong Joon-ho aveva già vinto la Palma d’oro a Cannes 2019. Così come La forma dell’acqua, miglior film e regia nel 2018, aveva vinto il Leone d’oro a Venezia l’anno prima. E guarda caso, il concorrente più accreditato di Parasite era il film che aveva vinto a Venezia l’anno scorso, Joker di... di... (scusate, non mi entra in testa). Che cosa vuol dire? In un’epoca di contrazione, ridefinizione e rilocazione del consumo cinematografico, l’Academy fa sventolare la carota davanti alle produzioni di Netflix, ma poi le bastona (beffa ai danni di The Irishman, contentino a Storia di un matrimonio), ribadendo la priorità dei film fatti per le sale. Ma dietro questa strategia passatista si impone un’inedita armonia, se non sinergia, tra grandi festival e statuette. I primi più attenti, da qualche tempo, a premiare film in grado di raggiungere il grande pubblico: finita l’epoca degli azzardi impopolari, tipo la Palma a Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti o i Leoni a Un piccione seduto sul ramo riflette sull’esistenza, Ti guardo e The Woman Who Left (alzi la mano chi ne ha visti almeno due e non lo fa per mestiere). I pessimisti vedono in ciò un segno inequivocabile dell’omologazione del gusto, un trionfo del midcult: vincono film furbi e facili, ma che danno l’impressione di avere fatto chissà quale esperienza estetico-intellettuale. Gli ottimisti invece gioiscono, convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili: Hollywood finalmente premia la qualità, mentre il cinema d’autore torna a rivolgersi alle masse. La verità sta nel mezzo o, come spesso succede, è un’altra. La convergenza di premi sugli stessi titoli è sintomo innanzitutto di una riduzione di offerta e di scelta in un cinema sempre più piccolo. Piove sul bagnato perché, obiettivamente, non c’è molto altro di presentabile. Chi dovevano premiare quest’anno? 1917? Jojo Rabbit? Siamo seri. È da anni, peraltro, che l’industria preme per imporre pochi prodotti e massimizzare gli introiti. Che l’Oscar al film sudcoreano serva a far scoprire i film coi sottotitoli, come dice Bong (tanto da noi li doppiano), o l’opera precedente di quell’autore, è una pia illusione, che comunque interessa una minoranza. Una conseguenza, piuttosto, è che gli spettatori deboli vedono sempre di meno: con Parasite hanno già assolto due obblighi di visione (Oscar e Palma d’oro) e possono starsene a casa a vedere Netflix e serie tv. Nelle strategie del sistema c’è sempre una falla.

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