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L'Empire

Editoriale 09/2024

Battlestar Berlino

Sulla Berlinale torneremo con un resoconto dettagliato sul Film Tv n. 11/2024. Questo è un primo, sommario, resoconto. Esattamente come sta succedendo a Rotterdam e Locarno, Berlino si muove oggi verso libere forme, compensando in ricerca, slancio imperfetto, tensione non sempre educata verso nuove frontiere quella dimensione autoriale d’origine controllata ormai totalmente appannaggio dell’oligopolio Cannes e Venezia (oggi, dicevamo: domani, con Tricia Tuttle al posto di Carlo Chatrian, non è dato a sapersi). Con Dune: Parte due in copertina, limitiamoci qui alla sci-fi presentata dalla kermesse. L’empire (che i due festival maggiori non han considerato) è il capitolo III della linea P’tit Quinquin, uno sfacciatissimo Bruno Dumont che dopo L’invasione degli ultracorpi di Coincoin et les z’inhumains si confronta addirittura con Guerre stellari, facendo della Côte d’Opale il territorio di scontro tra le forze del Bene e del Male (con tanto di spade laser), e contrapponendo di nuovo corpi divistici riconoscibili (Fabrice Luchini, Camille Cottin, Anamaria Vartolomei) alla realtà “pasoliniana” (diremmo per automatismo critico) dei volti sgraziati degli abitanti del luogo: mentre fa satira crassa, elementare, carnevalesca (le navicelle del potere temporale vs quelle del potere spirituale sono la cattedrale gotica di Saint-Chapelle vs la reggia di Caserta), mette come d’abitudine alla prova il cinema come arte lombrosiana, e finisce come sempre per sancire la superiorità del corpo, del sesso, della mera spiritualità della materia nei risibili confronti di ogni sovrastruttura, mito e morale (figuriamoci genere cinematografico, figuriamoci spettacolo in CGI). Per quanto questa linea d’autore possa sembrare oggi una maniera, Dumont resta comunque uno dei cineasti maggiormente radicali del cinema contemporaneo, capace di mettere la retorica dei generi (e dei corpi) all’arditissima verifica di una realtà regressiva, demente, amatoriale, coniugando poli lontanissimi (come già nei musical religiosi Jeannette e Jeanne), e facendo impallidire la maggior parte delle ibridazioni linguistiche recenti. Il Dumont che, ai tempi di Twentynine Palms, ci portava nel deserto americano per frustrare ogni narrazione prevista dallo spettatore e farci toccare il puro e terribile spettacolo tragico, comico, mistico dei corpi e del paesaggio non è che oggi sia solo un ricordo: è che ha trovato un modo differente, ridimensionato, paradossale, digeribile per portare avanti il discorso (smontando e irridendo i meccanismi, e non proponendo una tabula rasa, un vuoto perturbante). Di fronte a questa parodia, che contrappone la stupidità dei corpi a quella dei discorsi preconfezionati dai generi e dalle loro retoriche, un film come Another End di Piero Messina, tra una scialba puntata di Black Mirror, una versione di Alps mixata a Blade Runner e l’ennesimo ricalco di Solaris, fa la figura di un’opera vecchissima, esangue e mesta copia di copia di copia. Meglio, a questo punto, Spaceman del talentuoso Johan Renck, Fuori concorso e targato Netflix, anche questo fantascienza intimista, corpo a corpo tra Adam Sandler e un ragno alieno con la voce di Paul Dano (what the fuck!), che è sua coscienza, terapeuta, grillo parlante, spinta per superare i propri limiti: vicinissimo a Ad Astra di James Gray nei contenuti, propone una ricerca visuale (di pura superficie) che comunque farà bel décor nelle tv lasciate accese in casa.

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