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La Sposa!

Editoriale 11/2026

Per un cinema antipatico

Se il cinema è il segno del momento storico in cui esiste, allora inevitabilmente contiene i segni e le contraddizioni di questo tempo (nel senso che ne diventa “contenitore” e quindi - sorpresa! - “contenutista”). I fatti sono sotto gli occhi di tutt* (l’asterisco qui è obbligatorio). Dopo il caso Weinstein, la richiesta di una maggiore e più equa visibilità e rappresentanza si è affermata in maniera fortissima, intrecciandosi con le numerosissime istanze del discorso post-coloniale e post-binarismo di genere. Il paesaggio che ci troviamo davanti agli occhi - una battaglia dopo l’altra, un film dopo l’altro - è un paesaggio metastabile (da definizione «stato instabile di una sostanza o di un sistema, che si conserva tale fino a quando non viene fornita dall’esterno energia sufficiente a passare a uno stato stabile»): quindi i giochi sono tutt’altro che fatti, e tutto è ancora aperto. Anzi: spalancato. Trarre delle conclusioni riguardo i movimenti, i sommovimenti, le convulsioni in atto sarebbe a dir poco spericolato. E poi perché? Che necessità c’è di farlo? E invocare tempi in cui il cinema era vivo, o migliore, come sempre risulta esercizio vano; anche perché le stille di nostalgia si muovono in maniera misteriosa (come i disegni di Dio, d’altronde). Un film cosiddetto “brutto”, in un momento in cui la censura monta ovunque, appare comunque come un segno rassicurante: solo le democrazie felicemente imperfette producono film “brutti”; i governi autoritari non amano il cinema. E su questo possiamo essere d’accordo. Per cui di fronte a film che tentano, a colpi di maglio tutt’altro che sottili, di inaugurare il nuovo cinema dei prossimi cento anni, muovendosi lungo traiettorie non lineari, ci si ritrova a osservare - districandosi come sempre fra le maglie della promozione e dell’ideologia - scosse sismiche che provano a mettere in discussione il principio d’individuazione e quello di realtà. Che certi film come La sposa! o Die My Love provino a farlo, e così I peccatori, magari nella furia di essere sicuri che tutti (senza asterisco) notino il passaggio dell’uragano, non significa che debbano piacere per il solo fatto di esistere. Eppure, il fastidio frettoloso con il quale sono accolti e a volte liquidati questi film dichiaratamente “antipatici” (che - si badi - perché vogliono esserlo, non perché falliscono), non dovrebbe impedire di vedere anche l’oggetto film, quello che sono. O almeno a ragionare correttamente sul perché e il percome di questo desiderio di rompere la gabbia delle forme attraverso un ripensamento del fare e del dire il cinema, in uno spazio pubblico in cui, una semplificazione e una polarizzazione dopo l’altra, sembra che prevalgano tentazioni normative e una completa omologazione. Un film come La sposa!, con tutta la sua esibita arroganza, con il suo tetragono urlare «Me too!» non sarà sottile né diplomatico ma pone anche una questione di forma. Secondo voi “certi” discorsi, quelli “corretti”, “buoni e giusti”, è meglio portarli sul piatto d’argento di una forma rassicurante e lineare (arty & d’essai, per intenderci) che è solo una conferma per i loro abituatissimi spettatori o farlo dall’interno di un inebriante caos confusionale che urla - senza contegno - «Muori amore mio (Die My Love)?».

FilmTv 11/2026

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