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L'immagine della settimana

Tom Cruise

Editoriale 21/2022

Missione possibile

Quando uno come Tom Cruise è chiamato a raccontarsi sul palco di una sala da 1.000 posti nel più importante festival di cinema al mondo, non ci si può aspettare altro che una grande performance. E questo è stata, la sua masterclass a Cannes, evento introduttivo alla Palma d’onore a sorpresa che l’attore ha ricevuto prima della proiezione di Top Gun: Maverick: un’interpretazione da Oscar di falsa modestia, umiltà ed elogio del suo duro lavoro per imparare le basi del cinema senza affidarsi al bel faccino che negli anni 80 conquistò il pubblico, ma impegnandosi, in quarant’anni di carriera, a comprenderne i meccanismi, il funzionamento di ogni fase produttiva, le differenze tra le lenti, l’efficacia sul pubblico. Uno spettacolo di sobrio e magnetico divismo, caratterizzato dall’inesorabile capacità di Cruise di venderci tutto senza sforzo, come il suo Jerry Maguire, come il Frank T.J. Mackey di Magnolia, come ogni personaggio da lui interpretato a cui siamo portati a credere, perché per Tom tutto «è possibile», lo dice lui stesso, quando gli chiedono come mai si ostini a rischiare la vita eseguendo tutti gli stunt: «Hanno mai chiesto a Gene Kelly perché ballasse?». Ma al di là del fascino della star che il prossimo luglio compirà 60 anni e nel suo Maverick fa i salti mortali per dimostrarci di essere più giovane dei trentenni che lo circondano (spoiler: ci riesce), nella masterclass cannense il divo ha esposto con chiarezza cosa intendiamo quando definiamo un film un “Tom Cruise movie”: gli aneddoti sul suo rapporto coi registi si fermano a Sydney Pollack, ai fratelli Scott, a Kubrick, svoltato l’anno 2000 non viene più fatto il nome di nessuno dietro la macchina da presa. Per la semplice ragione che in molti casi è Cruise il vero regista, oltre che interprete, produttore, esercente: studia il pubblico, rompe l’anima ai collaboratori per farsi spiegare i dettagli di ogni comparto, finanzia e sostiene l’apertura di sale, lavora sulla promozione dei titoli. Non è un uomo, ma un’intera filiera. E, soprattutto, pensa e agisce solo ed esclusivamente per il grande schermo. Top Gun: Maverick è l’ultimo dei blockbuster congelati dal COVID-19 a vedere il buio delle sale, pronto ormai da quasi tre anni, e se gli analisti pensano che abbia forse atteso troppo, andando a cozzare con l’imminente uscita di Jurassic Park: Il dominio, sul palco di Cannes Tom non cede di un millimetro, e alla domanda se avesse sentito la pressione di far uscire il film on demand risponde con la calma assertiva di un suo Jerry Maguire/Ethan Hunt/Jack Reacher qualsiasi: «Non sarebbero mai stati in grado di convincermi. Non sarebbe mai e poi mai successo». E procede a spiegare come Maverick sia uno spettacolo pensato solo per il cinema, per l’intrattenimento di un pubblico in sala, come ogni suo progetto (flop inclusi, come La mummia, non a caso uno dei pochi titoli esclusi dal montaggio celebrativo con cui l’incontro si è aperto). E si sente, in ogni fotogramma di Maverick, che fa risorgere impunemente l’estetica anni 80 aggiornandola all’impero della nostalgia odierno, in un prodotto di forza travolgente, che conferma come Cruise sia davvero capace di pensare per immagini. E di farsi garante di un’idea di cinema per il cinema: merce rara, oggi.

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