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Nightmare Alley

Editoriale 04/2022

I ritorni

Che il cinema sia un laboratorio autoriflessivo lo andiamo dicendo da tempo, l’ha confermato un testo come Road to Nowhere - Il cinema contemporaneo come laboratorio autoriflessivo di Pietro Masciullo, e i film stessi continuano a ribadirlo, moltissimo audaci, pochissimo timidi, esegeti di sé. Soprattutto in questi mesi, con le sale abbandonate dai timori del pubblico e delle case distributive, con il cinema lasciato da solo, a pensarsi, allo specchio. A fare teoria su di sé. Scream di Bettinelli-Olpin e Gillett conia un termine preciso per presentarsi, fa metacritica, non si nasconde: è un requel. Ovvero una cosa che oscilla tra sequel, remake e reboot, che aggiorna ma non cambia, che rifà ma non rifonda, che ospita facce nuove, ma non si dimentica le vecchie, le pensiona, le mantiene. Pensate a J.J. Abrams e Star Wars. Pensate a Spider-Man: No Way Home, al tenersi insieme di quel che ci era stato offerto come un cambiamento, un aut aut, un’alternativa, mentre è un et et, un multiverso che tutto contiene, una casa di cura per gli uomini ragno passati, un museo delle cere, un luogo in cui non esiste la morte, l’altrove, l’alterità. Ed è proprio dall’essere un requel, un supermercato neoliberista, un purgatorio del fan service, che fugge Matrix: Resurrections: un film che (lo scriveva Rocco Moccagatta, vedi Film Tv n. 3/2022) comincia proprio come uno Scream, per poi ammattire, sragionare, darsi alle logiche del cuore per fottere quelle dell’algoritmo. È un cinema nostalgico, lo dicevamo sul Film Tv n. 1/2022, che si veste di contemporaneo per dire di non esserlo, contrario a giorni che non ama, all’inferno industriale dell’uguale ma non troppo. Così, sempre a proposito di remake, di visite a questo cinema divenuto museo, il West Side Story di Spielberg è un continuo rivendicare il gesto della regia nei set filmati nel 1961 da Robert Wise per celebrare le coreografie di Jerome Robbins: non è il ballo il centro, qui, ma la danza della macchina da presa, il muoversi del cinema. Lo sa, Spielberg, con quel «No Trespassing» wellesiano in principio, che il suo è un territorio non conforme, prossimo alla tabula rasa che incombe. Ma la gioia del cinema, il suo smarcarsi, il suo inventare, deve rivivere, anche solo per il tempo di un film, anche se tutto sta per finire, anche se è in agonia. Per questo il Macbeth di Joel Coen, prodotto da e distribuito su AppleTv+, ci pare pura critica della piattaforma: una ritorno freddissimo, di beltà algida e sterile, al caldo e furente Macbeth barbarico di Welles, un asettico catalogo di forme di Dreyer, di Bergman, dei Coen stessi, una parodia del digitale, un obitorio del cinema. Per questo sono felice che in copertina di questo numero ci sia l’ultimo film di Guillermo del Toro, sì, un ulteriore ritorno: che punisce un uomo che crede di poter sfruttare i dati dei suoi spettatori, di rubare loro l’anima, di fare spettacolo calcolatissimo. Mentre il film che lo ospita è fuori misura, lungo sino allo spreco, colmo di grandissimi attori, disinteressato a definire un target. Un film di massima grandeur, a partire da un testo da cui, nel 1947, trassero un’operuncola di serie B. Se questo non è un gesto politico.

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