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LOVE
JUDD APATOW
UNA SERIE DI
ISABELLE HUPPERT
ELLE
PAUL VERHOEVEN
MAMMA ROMA
Pasolini, Magnani e quel problema delle inquadrature. Un racconto di Gianni Amelio.
BORIS
SUB I SERVIZI DA RISCOPRIRE
IL CINEMA AI TEMPI DI
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Oggi Free
Simone Emiliani dice che 127 ore è il film da salvare oggi in TV.
Su RaiMovie alle ore 23:50.

Tra pochi giorni il cast di Boris si riunirà ad Asti in occasione del festival Sottodiciotto. Ci piace l'idea di rispolverare questo vecchio servizio (integrato con qualche clip) quando Boris - Il film era quasi pronto e FilmTv era sul set a parlare con i produttori. Intanto Pietro Sermonti che faceva? Giochicchiava con un pallone...

L'amore e l'immagine di sé, secondo i tempi di Apatow. Che in Love se la prende comoda per farci capire ed amare i suoi personaggi. Una serie consigliata da Giulio Sangiorgio da iniziare e (volendo) finire in un paio di giorni intensi. Su Netflix.

Uno pneumatico prende vita nel deserto e si trasforma in killer? Giulio Sangiorgio ci introduce nel folle mondo di Quentin Dupieux che gira per l'occasione un film rompicapo e surrealista. Un ottimo titolo per capire lo spirito della rubrica Scanners.

Pasolini e la Magnani hanno discusso parecchio sul set di Mamma Roma: questioni di spazi fisici, inquadrature, montaggio. Una storia che ci ha raccontato anni fa Gianni Amelio e che oggi riscopriamo e ripubblichiamo qui per voi.

L'andamento sincopato, le minuscole usate come # o ♭, la divagazione come improvvisazione. Enrico, anzi enrico, Ghezzi, anzi ghezzi, doveva assolutamente parlarci di jazz. Su FilmTv.press, da leggere. Anzi da ascoltare.

La citazione

«Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo. (Arthur Schopenhauer)»

scelta da
Simone Arcagni

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Elle: l'amore e il sangue

Dal 23 marzo nelle sale il thriller psicologico Elle, con Isabelle Huppert, diretto dal cineasta olandese Paul Verhoeven, noto al grande pubblico per blockbuster americani come Robocop e Atto di forza, ma soprattutto per Basic Instinct con Sharon Stone. Dopo dieci anni di inattività Verhoeven torna con un film di produzione francese, occasione per ripercorrere la sua carriera attraverso uno speciale che, oltre a presentare Elle, ricompone le linee della sua poetica proponendo una filmografia completa ragionata e le recensioni dei suoi titoli pubblicate su Film Tv nel corso del tempo. Buona lettura!

In edicola: Martedì, 28 Marzo, 2017

Tomas Milian ricordato da Roberto Silvestri nell'editoriale, analisi sul cinema spagnolo di Pier Maria BocchiAmbra Angiolini secondo Ilaria Feole, 30 anni di Beautiful a cura di Alice CucchettiMax Ophüls raccontato da Emanuela Martini, la locandina di Guardiani della galassia e tanto altro.

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Editoriale


Er super

«Odiavo mio padre. L’ho visto suicidarsi con un colpo di pistola. Ero piccolo. Ma ho provato una serie di emozioni contrastanti, e non tutte perbene. Ero pronto per fare l’attore». Così ricordò, al Festival del film di Roma 2014, durante una toccante autoconfessione-coming out, il trauma della sua infanzia. Tomas Milian (morto a Miami il 22 marzo 2017), figlio borghese di un generale machista di Machado e Batista, ha saputo dotare di istintiva disciplina militare, insomma di ritmica, l’urlo anarchico di una sensibilità libertaria e di un erotismo disordinato e senza muri. Quella spinta dissacrante che lo portò, con pochi soldi in tasca, all’avventurosa fuga dalla Cuba rivoluzionaria - ma sempre marziale e a caccia di omosessuali - verso il disintossicante Actors Studio e poi, grazie a Gian Carlo Menotti, nell’Italia neorealista di Visconti, Bolognini, Pasolini, Zurlini, Maselli, Lattuada, per un attimo fuggente capitale non solo delle immagini ma anche della vita a venire. E a cui portò in dote, in un decennio di straordinaria ribellione di massa rispetto ai plumbei orizzonti precedenti, la forza di un ciclone caraibico ammazzacattivi. A Cuba è tornato solo poco prima di morire, grazie a Giuseppe Sansonna, per girare nel 2014 il riconciliato documentario The Cuban Hamlet. Milian è stato l’anello di congiunzione tra Cavani e i Corbucci, tra il cinema d’arte e l’arte del cinema popolare, insomma quel dolce e sensuale “cha cha cha” che mise in convergenza parallela spaghetti western, poliziottesco, erotico e thriller politico censuratissimo (Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci) con Bertolucci (La luna) e Antonioni (Identificazione di una donna). Del fuorilegge charmant Sergio Marazzi (“er Monnezza”, l’immacolata concezione di Umberto Lenzi) e degli uomini d’ordine oscuri dagli occhi di ghiaccio (fino a Traffic di Soderbergh), Milian divenne l’inimitabile alias. Perfettamente “dentro” e brechtianamente fuori. Come i personaggi di un film sulla diaspora cubana che amava moltissimo, El Super. Due esuli cubani sperduti nella Manhattan ghiacciata. Milian era disincarnato così bene dal ruolo (anche sessuale) impostogli dall’educazione spartana paterna da diventare perfino il mitico poliziotto controcorrente Nico Giraldi, che amava i malavitosi romani di una volta e quel mondo di Giustizia e Libertà che non esiste più. Quello dei banditi “con l’onore”, alla Bombolo, che popolavano periferie più divertenti del cabaret Tropicana dell’Avana, dove nessun altro poliziotto poteva mettere piede. Prima che l’omicidio dei fratelli orefici Menegazzo cancellasse per sempre “l’ambiente”

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