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Irma Vep

Editoriale 33/2022

Parentesi Graf

Nella storia di questa rivista è capitato solo due volte (su Film Tv n. 41/2016 e sul n. 28/2020) che parlassimo di Dominik Graf. Bavarese, classe 1952, regista di 53 tra film e serie, è considerato (da chi lo conosce) uno dei maggiori autori europei, e rappresenta un unicum nella storia del cinema recente. Oggi, data l’inattesa uscita in sala del suo Fabian - Going to the Dogs (il 18 agosto 2022, per PFA Films), non perdiamo l’occasione di ritornarci su. I suoi film per il cinema sono solamente 11. E quindi la maggior parte della sua opera, il suo cuore, è pensata, diretta e trasmessa per e dalla tv. Non distribuita in lingue differenti dal tedesco. Per questo non conosciuta. Nel 2010 la serie In the Face of Crime (o meglio: Im Angesicht des Verbrechens), applaudita come uno degli eventi dal festival, è presentata alla Berlinale priva di sottotitoli, a solo appannaggio dei conoscitori della lingua germanica. Nel 2013, al Festival di Rotterdam, una retrospettiva di 17 film curata da Olaf Möller e Christoph Huber contribuisce a far circolare la sua opera al di fuori della Germania. Graf lavora, in televisione, soprattutto sul cinema di genere. Sul poliziesco, in primis (ma è stato autore di commedie dentro lo spirito del tempo, di melodrammi in costume, di raffinati doc e film saggio). È per un cinema artigianale, per il pubblico e contro l’Autorenfilm. Al Nuovo cinema tedesco preferisce quello, amato e dimenticato, della giovane Repubblica federale. Pensa a Hawks, quando gira. Si chiede perché la Berlin School di Petzold, Schanelec, Ade, Hochhäusler, Köhler, che stima, lo consideri un maestro. Proprio Petzold, in un’intervista a Marco Abel, lo descrive così: «La televisione ha assorbito il cinema di genere. Graf ama registi come Figgis e Roeg, che sono andati in America per amore di Hollywood, che è il cinema di genere, per continuare la tradizione del film di genere. Il lavoro di Sisifo di Graf consiste nel continuare a girare film per ricordarci come erano meravigliose le strade del cinema, come le notti fossero fantastiche, quanto le donne fossero belle. Sono affascinato da questo lavoro, in cui investe un’energia enorme, suicida. Io, per quello che mi riguarda, credo di girare nel cimitero del cinema di genere, tra i resti». La differenza è tutta qui. Graf gestisce gli stereotipi, li usa, li sfuma nel reale, cerca il riconoscimento del pubblico, crede nelle storie che racconta. Usa il crime per osservare la realtà. Per lui il cinema di genere è una forma con cui guardare il mondo, verificare la tenuta di un paese dietro le indagini degli uomini e sugli uomini. Fabian - Going to the Dogs è un adattamento letterario di Erich Kästner, un oggetto pensato per la sala, lontano dal genere a cui si dedica in televisione, eppure è emblematico dell’arte di Graf: i confini stretti del crime sono come quelli dell’adattamento. In queste tre ore di cinema popolare ed esasperato, frammentato e parodico, Graf fa spettacolo e insieme critica, sceglie come sempre una storia esemplare e una forma che la rispecchi: in quel linguaggio survoltato, quei set miserabili e goderecci, quella storia mediocre e isterica che si consuma facilmente, noi e il protagonista ci perdiamo in un’estasi stupida, che è solo l’anticipo di una catastrofe. Vince solo chi impara a nuotare, dice Graf. Chi galleggia. Ieri portò a Hitler. E oggi?

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