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L'immagine della settimana

L'ora legale

Editoriale 24/2024

Andiamo al bel paese

«Non posso credere che esistano ancora immagini come queste». Al principio di Il primo Natale (2019), il personaggio interpretato da Salvo Ficarra si trova in uno store Euronics (è un product placement sfacciato e ingegnoso). È fermo di fronte a una serie di televisori che trasmettono immagini tragiche, di poveri migranti in mare. Le sue parole, qui messe in esergo, non si riferiscono al contenuto di quelle immagini, ma alla resa qualitativa degli schermi. Sul finale del film, perfetta chiusa simmetrica, ci sarà un personaggio che «non può credere» a quel presepe vivente multiculturale venutosi a formare dopo una lunga odissea nella storia e nei luoghi della religione cristiana, Cristo migrante compreso. Sono due scene, l’alfa e l’omega, di un film che è il loro kolossal in costume, la loro versione del cinepanettone e il loro maggiore successo in termini di incasso. E sono due momenti che riassumono bene la capacità di questo duo attorial/autoriale e del loro cinema di giocare con le possibilità del comico (un equivoco che è anche satira di costume) e le sue strutture (ripetizione/variazione), tenendo sempre al centro una visione critica dell’Italia (cosa che recentemente han saputo fare, a questi livelli, solo Checco Zalone, Paola Cortellesi, da attrice e regista, e le quattro stagioni di Boris). La 60ª Mostra del Nuovo cinema di Pesaro li omaggia con una retrospettiva, un volume e una tavola rotonda curati dal direttore del festival Pedro Armocida e dal sottoscritto (a cui si aggiunge un videosaggio che firmo con Andrea Miele), in un’edizione in cui si celebra il cinema di altri due autori di origine siciliana, Franco Maresco (di cui pubblicheremo una lunga intervista sul prossimo numero) e Luca Guadagnino. Sapete quanto a Film Tv stia a cuore studiare le forme della cultura popolare italiana, soprattutto la commedia, perché, come si dice, capire di cosa e come ridiamo significa imparare a conoscere i limiti del nostro immaginario, i caratteri di cui ci lamentiamo e quelli di cui ci vergogniamo, i peccati che ci perdoniamo e i modi con cui rappresentiamo a noi stessi un’idea di uomini e Paese, Stato, Legge e Religione. A 22 anni dall’esordio come protagonisti in Nati stanchi, diretto da Dominick Tambasco, e mentre riscuotevano successi in televisione con Zelig e Striscia la notizia, i due da un lato han costruito una vera e propria factory sicula, la Tramp LTD - produttrice anche di Edoardo De Angelis, per esempio, o dell’esordio Spaccaossa di Vincenzo Pirrotta, dramma da loro anche scritto - e dall’altro si sono dedicati a un cinema figlio della migliore commedia popolare italiana: i loro sono personaggi mediocri e immaturi, inetti e inadeguati (anche quando sono in malafede) che arrancano per sopravvivere come possono in un’Italia in cui ogni momento della vita è soggetto a raggiro e abuso di potere, dalla nascita (le culle scambiate per capriccio in Il 7 e l’8) alla vecchiaia (le pensioni su cui campano i protagonisti di Andiamo a quel paese), passando per tappe di crescita come l’accesso al mondo del lavoro (il concorso pubblico truccato dal mafioso di Nati stanchi) e il sacramento del matrimonio (l’agenzia che combina unioni tra migranti e vecchi in Anche se è amore non si vede). Per farlo, raccontano bugie che per effetto domino non riescono a governare, ma che delineano perfettamente lo spettro di una norma sociale, quella che sentono premere dentro e a cui cercano di conformarsi: ed è un’Italia che non è Repubblica basata sul lavoro (i due sono frequentemente dei NEET, gente che ha smesso di sperare in un impiego), in cui comandano le mafie e le chiese, non solo i boss e i sacerdoti, e anche il lessico amoroso passa necessariamente per il raggiro. Provate a vedere L’ora legale, quantomeno. Una visione tanto impietosa dell’Italia non si vede di certo, nel cinema d’autore.

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