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Pier Maria Bocchi dice che Sensi è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 03:45.

Cosmopolis di David Cronenberg è in streaming su PrimeVideo

Anni '80 un po' ovunque, ma quasi sempre da un punto di vista maschile. E le icone femminili? Una riflessione di Marianna Cappi.

The Guardian ha pubblicato alcune immagini del backstage di Il cacciatore , tratte dall'archivio personale di Robert De Niro e destinate a un libro di prossima pubblicazione. Vi riproponiamo la locandina di questo film cult, pubblicata nel 2009.

Dal primo dicembre è disponibile su Netflix la quinta stagione di questa serie. Se non la conoscete o se volete saperne di più, qui trovate la recensione delle prime due stagioni.

Il 28 novembre arriva in sala Un giorno di pioggia a New York , l'ultimo film di Woody Allen, a cui dedichiamo uno speciale su FilmTv n° 48. Ne è coprotagonista Elle Fanning, che ha interpretato anche questo film di Sally Potter, inedito in Italia, di cui vi riproponiamo la recensione.

La citazione

«Revolution is my boyfriend»

In edicola: Martedì, 3 Dicembre, 2019

Marco D'Amore intervistato su L'immortale, dialogo con l'autore di Il Paradiso probabilmente, Elia Suleiman, speciale su Cena con delitto - Knives Out, Edgar Reitz racconta la sua ultima opera, Heimat 2 - Cronaca di una giovinezza, Laura Gnocchi intervistata in occasione del Meet the Docs! Film Fest 2019, Scanners di Ray & Liz, Serial Minds di The Crown, locandina di Invito a cena con delitto di Robert Moore e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Fantasmi

1. «Si posano qui, / aspettano e non chiedono niente / solo passare». Sono versi di Niki Giannari, poetessa greca, «clandestina», che nel 2016 è stata autrice con la regista Maria Kourkouta di un documentario sulla vita quotidiana dei migranti e dei rifugiati nel campo di Idomeni, in Grecia, al tempo della chiusura della frontiera con la Macedonia del nord. Spectres Are Haunting Europe è il titolo del film. «Uno spettro si aggira per l’Europa», ricordate? Gli spettri, qui, sono i migranti. Spettri di cosa? Nostri, della nostra storia politica, del nostro presente (anche quando si fermano, nel nostro sistema paraschiavistico, abbellito con etichette come “collaboratore domestico”, con nomi che ci aiutano a dimenticarli, a non guardarli per quello che sono, come spettri per l’appunto). «I morti che abbiamo dimenticato, / gli impegni che abbiamo preso e le promesse, / le idee che abbiamo abbracciato, / le rivoluzioni che abbiamo fatto, / i sacramenti che abbiamo negato, / tutto questo è tornato con loro». In Passare a ogni costo (Edizioni Casagrande, pp. 86, € 12), il testo poetico di Giannari dialoga con i testi del filosofo Georges DidiHuberman. L’immagine, per lui, è una questione di fantasmi, di sopravvivenza, di resistenza attraverso il tempo. «Fanne immagine / che rilancerà i dadi a casa nostra». Il cinema serve anche a questo. L’idea degli spettri, degli invisibili, dei desideranti ma indesiderati, delle immagini degli ultimi che insistono oltre le nostre immagini è al centro del cinema contemporaneo. 

2. In Il paradiso probabilmente, Elia Suleiman, che la sua terra l’ha dovuta lasciare, migra dalla Palestina verso Parigi, verso New York: come sempre non parla (e non è solo una questione di gesto comico, non è solo Buster Keaton oggi: il silenzio è un fatto politico, non vi pare?). Non viene visto. Se visto, non è considerato. O svisto, a misura dello sguardo dell’altro (il vicino non aspetta le sue risposte, il taxista lo etichetta come «il palestinese», il produttore sostiene che solo i francesi sarebbero in grado di fare un film sulla Palestina...). Quel gag con l’uccellino in CGI è di beltà struggente: entrambi, uomo e animale di pixel, sono nell’immagine. Entrambi, per motivi differenti, non esistono. Suleiman è uno spettro. Così le scene in cui, seduto al tavolo di un bistrò, guarda le modelle passare sono importanti, anche se non sembrano. Sono le tracce di desiderio di un indesiderato (non si intitola forse Cronaca di una sparizione, il suo primo lungo?) Il cinema è la sua voce.

3. In Atlantique, distribuito da Netflix (vedi recensione sul Film Tv n. 48/2019), Mati Diop fa una scelta radicale: racconta di migranti che partono, che fuggono dal Senegal, che muoiono in mare. Racconta i perché della fuga. Racconta quella parte della storia. Poi guarda i suoi protagonisti ritornare, come fantasmi. Perché questi spettri sono anche spettri dell’Occidente, politicamente, certo. Ma sono soprattutto fantasmi africani. Fantasmi di quei luoghi, di quelle terre, di quelle storie d’amore. E ribadirlo significa rivendicare la propria voce. Il diritto a essere non solo fantasmi dell’Occidente. Ma anche di se stessi.

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