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L'immagine della settimana

VALIE EXPORT

Editoriale 20/2026

Corpo d'artista

Si era battezzata una seconda volta nel 1967, rifiutando il nome del padre e quello dell’ex marito per assumere quello di un marchio di sigarette: così VALIE EXPORT (tutto maiuscolo) è divenuta un’artista, con un gesto beffardo e solenne di ricreazione che dichiarava la natura costruita di ogni identità e la necessità costante di smontarne e ricombinarne i frammenti in un atto di espressione radicale. Che poi è l’esatto contrario della cura sartoriale per il proprio brand che oggi sembra imporsi a ogni individuo: riconoscere l’arbitrarietà del linguaggio e delle norme che predeterminano il corpo, la percezione e l’esperienza di ciascuno era per lei l’inizio di un percorso di liberazione, di sfida al patriarcato, certamente, ma più in generale ai meccanismi di riproduzione ideologica che innervano ogni immagine e ogni struttura della società. Una sfida che avveniva nella ribollente scena artistica viennese degli anni 60, dove l’Azionismo dava scandalo coi suoi teatri di corpi squassati e imbrattati: una body art sacrificale ancora dominata dal gesto dell’artefice maschio, che spesso s’imprimeva direttamente sui corpi femminili come su una tela post-pittorica. VALIE EXPORT si inserisce in questo clima di happening scioccanti, attingendo a quella miscela dirompente di erotismo e terrorismo, ma distinguendosene subito per la volontà di affrontare analiticamente il simbolico anziché scavalcarlo in cerca di un’estasi materica e pre-linguistica come facevano molti suoi colleghi. Per questo l’esposizione viscerale del proprio corpo nelle sue azioni implica sempre un confronto-scontro con le tecnologie di riproduzione: un corpo a corpo con le immagini in cui il cinema, il video e la fotografia incarnano un limite e una mediazione, uno schermo o uno specchio su cui categorie e polarità binarie, come interno/esterno, privato/pubblico o maschile/femminile, vengono proiettate per essere rovesciate, destabilizzate, riformulate. Il cinema in particolare è fin dall’inizio un sito d’intervento e di riflessione: lente dialettica e soglia di reversibilità, innanzitutto per la stessa artista che è sempre idealmente filmmaker e performer, sguardo e corpo, soggetto/oggetto che provoca e inquieta, minando i ruoli su cui si regge la rappresentazione: dunque un cinema necessariamente “espanso” e immaginario, si tratti del cinema paradossale che si porta in giro per le strade di Vienna in Touch Cinema (Tapp-und Tastkino, 1968), con una scatola/camera oscura che le avvolge il torso, nascondendo il seno denudato e offerto alle palpate dei passanti, in una sorta di peep show accecato, oppure del vero cinema a luci rosse di Action Pants: Genital Panic (Aktionshose: Genitalpanik, 1969), dove si aggira tra il pubblico con un mitra in mano e i pantaloni slacciati a esporre il sesso. Dopo oltre sessant’anni di carriera e di esplorazione intermediale, in cui si è affermata all’attenzione internazionale come pioniera della performance art e riferimento imprescindibile per una pratica artistica femminista, VALIE EXPORT è mancata lo scorso 14 maggio, lasciando il corpo che ha indagato e impiegato come un oggetto contundente e impenetrabile, punto cieco e fulcro di ogni atto d’immaginazione, come accade letteralmente nel cortometraggio Adjunct Dislocations (Adjungierte Dislokationen, 1973), dove filma con due cineprese allacciate al busto ciò che sta di fronte e dietro a sé. Il corpo come arma di militanza estetica e come terreno di battaglia semiotica, dove ciò che è stato inscritto e prescritto può essere decodificato e contestato.

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