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Tra amore e inganni

Editoriale 24/2026

Tuscanology

A Hollywood le chiamano “Italian Countryside Romance” e sono quelle rom com incentrate su storie d’amore tra una lei (più raramente un lui) americana metropolitana, giunta in Italia per qualche ragione molto concreta (un’eredità, un lavoro, di solito il restauro di una villa), a camuffarne una più intima e spirituale (un cuore spezzato, una crisi esistenziale), che si fa travolgere e poi conquistare dall’intensità, anche sensoriale, del nuovo contesto, finendo per cambiare vita e trovare pure l’amore, magari in qualche aitante local. Attenzione, però, “Italian Countryside” suggerisce ambientazioni non metropolitane, ma di campagna, perfette per droni fuori controllo e smarmellate cromatiche senza vergogna: quindi, non Roma e Venezia, più che Napoli la Costiera amalfitana, in generale tutta la Sicilia delle spiagge e delle rovine antiche, e poi ovviamente la Toscana del Chiantishire, della Val D’Orcia, dei borghi medievali turriti reali (Cortona, Pienza, etc.) e non. Proprio la Toscana, anzi, è ormai un vero state of mind per questo sottogenere più attento a Tripadvisor che a Rotten Tomatoes, e lo dimostra anche l’ultimo arrivato, quel You, Me & Tuscany nascosto in Italia dietro il più vago Tra amore e inganni. C’è tutto il repertorio del filoncino, tronfio di stereotipi e con qualche sospetto di neo-colonialismo: la ragazza newyorkese in crisi che arriva in Toscana con il sogno di diventare una chef, l’amore litigarello con un belloccio americano ma “italianizzato” il giusto, il beautiful countryside di prammatica (un mash-up di Pienza, Montepulciano e altri paesini) dove anche l’ultimo dei garzoni di bottega parla un inglese perfetto, la famiglia-clan con ristorante dal gran cuore (mamma Isabella Ferrari con foulard tra i capelli, papà Paolo Sassanelli con panama bianco, nonna Stefania Casini), tutti che gesticolano forsennati. In mezzo e nel mazzo, fa gioco pure una certa vaghezza confusa di accenti e dialetti, con il toscano che scivola nel romanesco e magari pure, in certi casi, nel napoletano e nel siciliano. Di sicuro, una delle matrici va ricercata nell’increscioso successo dal 2006 del bestseller (e poi film) a base di life coaching e fascinazione gastronomica Mangia prega ama, nonostante lì ci fossero solo Roma e Napoli senza il countryside (e la Toscana). Ma il prototipo del Tuscan Countryside è addirittura precedente: Sotto il sole della Toscana di Aubrey Welles (2003), dall’omonimo romanzo di Frances Mayes, con Diane Lane da San Francisco a Cortona alla ricerca di se stessa, per la gioia dei latin lover locali (incluso Raoul Bova, che ovviamente si chiama Marcello), mentre restaura una splendida villa. Poi ci sono toccati anche l’Harvey Keitel scrittore inglese recluso in Val d’Orcia di Vengo a prenderti (2005) e l’Amanda Seyfried che in Letters to Juliet (2010) insegue il mito di Romeo e Giulietta da Verona fino a Siena e dintorni. Però, appunto, è ormai roba più da piattaforma che da cinema: e infatti Netflix l’anno scorso ci ha ammanito un La dolce villa sempre in Val d’Orcia, pernicioso fin dal titolo dove Fellini scolora nella rivista d’interni per magnati russi in cerca di case vacanze. Infine, come dimostra il recentissimo Non è un paese per single (su Prime Video), primo adattamento griffato IIF dei romanzi rosa di Felicia Kingsley (l’italianissima Serena Artoli, per la cronaca), anche le nostre produzioni stanno iniziando a impossessarsi del filone, con le belle figliole della campagna toscana che fanno perdere la testa non più agli americani in crisi ma ai milanesi stressati. L’Italian Countryside agli italiani, direbbe qualcuno.

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