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Editoriale 39/2026
A corpo libero
Cosa sta succedendo in Italia? Un film sfrangiato e alieno al repertorio canonizzato, dal titolo L’estranea, e un romanzo senza empatia né misura, dal titolo I convitati di pietra, ciascuno nel proprio territorio vincono una corsa comunemente destinata ad altri: il film di Paolo Strippoli quella di rappresentare il paese agli Oscar; il libro di Michele Mari quella del prestigioso premio Strega. Entrambi attingono alle sorgenti vive del grottesco, di cui si parla sempre bene a microfoni spenti, ma che puntualmente si relega a cultura di riciclo quando si accendono i riflettori. Perché allora sono stati scelti? Sia L’estranea sia I convitati di pietra assumono la forma narrativa del romanzo: raccontano storie che si dilatano lungo gli anni, disegnano personaggi che crescono o invecchiano, raccolgono destini che pur sospesi precipitano nel vuoto di cui sono fatti. Film e libro si gonfiano in una narrazione dilatata nel tempo, per rivelare, tutti e due, il punto, l’istante da cui non sono mai usciti: una fotografia per il film, e un altro libro per il libro (no spoiler). In questo, in fondo, sta il grottesco: il tempo scorre, ma non passa. I personaggi del libro, pur invecchiando nei corpi, non cambiano indole e carattere; mentre quelli del film, pur crescendo nei lineamenti e nelle fattezze, non abbandonano i roventi impulsi affettivi di partenza. Come se il corpo, così venerato oggi in palestre spa e ambulatori di chirurgia estetica, fosse ormai del tutto ininfluente allo spirito, che se ne sta da solo, aderente a desideri e speranze di cui il corpo nulla concepisce o accetta. E lo spirito, di contro, assume il corpo giusto come l’evidente supporto meccanico che trova al momento disponibile. Corpo e spirito, così, scissi e separati, ciascuno per sé. Sia L’estranea sia I convitati di pietra narrano in forma romanzesca e coi modi del grottesco l’epos di un corpo che va per conto proprio, incurante dello spirito che sta e persiste. L’epica italiana si scioglie in questo modo dall’abbraccio obbligato (ultimamente troppo abituale) col crime, e torna all’ironia settecentesca da cui il romanzo ebbe origine, infusa qui di echi fantozziani e ferreriani - nello specifico del libro di Mari - e coglie l’avvenuta e benvenuta coincidenza strutturale tra genere e autore, come già accade agli americani di Obsession e quant’altro - per quanto riguarda il film di Strippoli. Il cinema torna al suo inizio, quando Méliès e Lumière erano fin da subito generi di sé stessi, e la letteratura recupera l’ironia settecentesca, da Tristram Shandy a Robinson Crusoe, con cui sperimentava gli effetti traumatici della modernità. Entrambi ricompattano le rispettive origini per narrare il romanzo della suprema scissione: il corpo da una parte e lo spirito dall’altra. Li hanno scelti davvero per questo? Avranno visto una rispondenza con le cose di tutti i giorni? Il fatto che in televisione e in rete, e ormai anche nelle strade, ci siano solo e soltanto corpi e teste parlanti, senza un soffio spirituale a sostenerle e dirigerle? Che i corpi fatti a pezzi dalle esplosioni non esalino più lo spirito di giustizia? Che la prontezza di spirito non si incorpori più in alcuna azione effettiva e decisiva? Tutto questo, sul serio, ha condizionato e spinto a selezionare un film, e a premiare un libro? Cosa sta succedendo in Italia?




