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Sergio M. Grmek Germani dice che Ballerine è il film da salvare oggi in TV.
Su Rai3 alle ore 01:55.

La Berlinale conferma: il suo fondatore è stato un consigliere nazista

Si sta trasformando il dibattito su un tema maledettamente serio come il razzismo nella solita farsa. Per una volta, però, non siamo solo noi italiani a sfidare il senso del ridicolo, visto che una catena di supermercati svizzera ha deciso di ritirare i mitici Moretti solo perché si chiamano così. Ai Moretti Tommaso Labranca dedicò un suo Collateral nel 2011, urgente e formidabile oggi più di ieri.

Su Film Tv n° 23 abbiamo dedicato un Serial Graffiti all'universo di True Detective . Qui vi riproponiamo la recensione della prima stagione.

L'esorcista di William Friedkin è in streaming su Prime Video

Una delle uscite (annullate) del mese è un film di un autore spesso segnalato nella nostra rubrica Scanners. Doppia pelle di Quentin Dupieux era programmato per il 19 marzo. Recuperiamone un altro, tra i suoi, mai arrivato in Italia.

La citazione

«All work and no play makes Jack a dull boy»

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Editoriale


Ciao, comprati Arrapaho

Con la morte a 78 anni, il 18 ottobre 2020, di Alfredo Cerruti, discografico e autore televisivo, scompare l’ultimo membro degli Squallor: fenomeno unico nell’ambito della discografia italiana, nacque durante allegre notti alcoliche negli uffici chiusi della CGD di Pietro Sugar che i nostri frequentavano da addetti ai lavori dal 1969 (numero emblematico, col senno di poi). Perché erano musicisti, autori e produttori di successo Totò Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi, Elio Gariboldi. E Alfredo Cerruti, per l’appunto, artefice, coi suoi compari, di una discografia marziana, fatta di autoreferenzialità bassa e di una trivialità gratuita al punto da farsi dadaista. Al bando ogni intellettualismo, nelle loro canzoni non c’è spazio per brillanti battute o vezzosi calembour, solo per un’estemporaneità rozza, scatologica, sessuomane che, precludendo letture ulteriori, impone dittatorialmente tormentoni («C’ho un toro nelle mutande, vieni giù», Berta). Ma basterebbero i titoli dei loro primi album a scoraggiare qualsiasi tentativo di fine analisi: Troia, Palle, Vacca, Cappelle, Tromba. Per tacere delle copertine di Luciano Tallarini: dischi, i loro, che si compravano di nascosto e si riversavano all’istante in cassette che rimanevano strategicamente prive di note, a evitare imprevedibili curiosità genitoriali. Una generazione ha vissuto in questa gioiosa clandestinità, rimirando il lato oscuro dei massimi cesellatori dell’italico cantar d’amore (Dario Salvatori: «Gli Squallor sono stati la darkroom della musica italiana»). Privilegiando il dialetto napoletano (a cominciare dalle canzoni-canzoni di Totò Savio), il gruppo si fece anche trasversale collegamento tra un nord e un sud infine uniti in nome della goliardia. In un’epoca in cui la censura interveniva implacabile, gli sconci Squallor, la loro sguaiata improvvisazione, il loro eloquio scorrettissimo (e perciò incantatore) alimentarono una cospirazione catartica. Un prodigio consegnato al mistero (foto ufficiali: nessuna) e al passaparola, fino all’avvento delle radio libere prima (Radio cappelle se ne fa specchio) e delle televisioni commerciali poi («Ciao, comprati Arrapaho»: per tanti uno spot-epifania). Che fossero macinasuccessi di razza lo testimonia la loro capacità di rimasticare tendenze musicali, rovesciandone puntualmente il senso: trasformano Gioca jouer di Claudio Cecchetto in una sfilata di moda ecclesiastica (Pret à porter); ricreano, mimetici, gli archi di Gian Piero Reverberi di Rondò veneziano (Mortò veneziano); ribaltano USA for Africa dei benefici Michael Jackson e Lionel Richie (USA for Italy). Non mancando omaggi obliqui (Serge Gainsbourg sfregiato in Ne me tirez plus) o quasi imperscrutabili (Avida cita con ogni evidenza Private Investigations dei Dire Straits). Su queste basi sontuose, stentorea si elevava la voce di Cerruti, quella dell’inconscio liberato di un’epoca. Con lo stesso spirito (e la complicità di Ciro Ippolito) si cimentano nel cinema: Arrapaho e Uccelli d’Italia, sull’onda degli omonimi album, sono ancora oggi meravigliosamente inguardabili. La loro produzione («vere schifezze o parodie sublimi del mondo?», Aldo Nove) si ferma al 1994, ma resta comprensibile oggetto di costante riscoperta.

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