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Digger

 

Editoriale 40/2026

La cura degli opposti

(Attenzione: spoiler!) È la storia di ogni potente stupido della Storia, Digger. Scegliete voi chi preferite, Bush, Trump e compagnia bella. È la storia di qualunque stanza dei bottoni piena di idioti scaricabarile che prima provocano il disastro e poi lo cavalcano. Tutto come da copione. Niente di nuovo, tutto già visto e tutto - purtroppo - previsto, da Il dottor Stranamore in giù. È il nostro mondo, che finirà not with a whimper but a bang, con buona pace di Eliot. Appunto, il copione. Sorprende che le reazioni all’indomani delle anteprime londinesi, statunitensi e italiane siano state caratterizzate ancora una volta dal consueto luogo comune autoriale, e che cioè anche Digger, come ogni film precedente di Alejandro González Iñárritu, rimanga vittima dell’egolalia stilistica del regista di origini messicane, un’ombra che schiaccia l’opera, che non la fa respirare, che non le permette di spiccare il volo. Capita anche con Lanthimos. Cinema con troppo autore. Eppure in questo caso, molto più che in Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), e per tacere di Bardo, la cronaca falsa di alcune verità, la forma assume un valore determinante per il senso. Digger, infatti, non è proprio quella cosa là, la storia di ogni potente stupido della Storia. E lo si intuisce alla prima interruzione. Nel momento in cui si svela il film nel film, o meglio l’allestimento teatrale nel film, c’è un primo scarto che sospende tanto la recita del magnate del petrolio Digger Rockwell, quanto la nostra percezione spettatoriale. Entra in scena l’altro Tom Cruise, che interpreta Curtis Markson durante le prove per la prima di Fossil Fools, storica pièce di successo ispirata a eventi realmente accaduti. Cruise è Markson che deve essere Rockwell. Fossil Fools è una commedia grottesca, e racconta la genesi dell’apocalisse ambientale causata, precisamente, da ogni potente stupido della Storia. Dunque il film, Digger, si ferma, rivela la sua simulazione e poi prosegue, per fermarsi ancora altre due volte. Eccolo, il copione. È la classica sceneggiatura in tre atti, che Iñárritu rispetta facendo coincidere plot point, midpoint e climax con altrettanti eventi decisivi, il palesamento della finzione, cioè Fossil Fools dentro Digger (plot point), la scomparsa della figlia di Markson e la verità su Kenny (Jesse Plemons), il ragazzone che si aggira dietro le quinte di Fossil Fools (midpoint), il successo con standing ovation di Fossil Fools e il ritrovamento della figlia - viva - di Markson (climax). Ecco cos’è Digger, quindi: la rappresentazione di un affetto comune che ci unisce e ci deve unire nonostante la catastrofe. Un film sentimentale, finanche romantico. In questo film sono gli opposti a convivere necessariamente, e noi di questi opposti e della loro narrazione abbiamo bisogno, dal momento che ci identificano, ci rendono pensanti, il riso e il pianto, la scempiaggine e l’intelligenza, la realtà e il sogno. Una volta afferrato questo, allora si comprende anche l’eccezionale tour de force di Cruise, un assolo over the top a cui è concessa ogni cosa, anche l’effetto caricaturale più irritante, perché riguarda un uomo che lotta per preservarlo, quell’affetto, in una terra desolata dove sembra non esserci invece più niente. Non meravigliatevi, perciò, se nel finale vi ritroverete commossi come il pubblico di Fossil Fools, che odia Rockwell più di chiunque altro esattamente a ragione del fatto che non può non amarne senza condizioni la creazione spettacolare, assurda, tragicomica. Allora sì, per questi motivi Digger è uno dei film più importanti degli ultimi anni.

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