L'immagine della settimana

Editoriale 23/2026
Il nome di battaglia
Edgar Morin muore a 104 anni. Scompare un secolo, ma attenzione: non (solo) il Novecento. Fino a pochi mesi fa Morin scriveva cose che nessuno riusciva a dire nello stesso modo. Sulla catastrofe ecologica, su Gaza e Kiev, sulla crisi della democrazia e sulla disgregazione dell’immaginario occidentale “condiviso”. Anche sul cinema, ovviamente. Cinefili e storici della mia generazione (50+), e immagino anche quelli della generazione precedente (60+), sul suo Il cinema o l’uomo immaginario (del 1956, nel 2016 ripubblicato da Raffaello Cortina Editore) si sono spaccati la testa. All’epoca, i testi con i quali (e sui quali) misurarsi veramente erano Storia del cinema mondiale di Georges Sadoul, Sociologia del cinema di Pierre Sorlin con la sua copertina nero-Garzanti come quella di Semiologia del cinema di Christian Metz, al quale si deve anche il mattone Cinema e psicanalisi - Il significante immaginario, e i due Deleuze, L’immagine-movimento e L’immagine-tempo. Beninteso, tutte pagine ancora oggi imprescindibili per capirci veramente qualcosa di questa matassa meravigliosa che chiamiamo cinema, ma lo dico forte e chiaro: il saggio di Morin resta il più moderno e il più informale. Edgar Nahoum nasce a Parigi da genitori ebrei sefarditi, il padre di Salonicco e la mamma, Luna Beressi, di origine livornese. La madre morì quando lui aveva dieci anni: «L’evento che ha segnato tutta la mia vita», dirà. Da giovane è anarchico, poi entra in clandestinità durante l’occupazione tedesca, si arruola in una brigata partigiana legata al partito comunista, combatte con lo pseudonimo “Morin”. Doveva essere “Manin” («protagonista di un racconto di Malraux, e poi c’era il rivoluzionario veneziano») ma una compagna, introducendolo a un gruppo di maquisard a Tolosa, sbaglia e lo presenta come Edgar Morin. Nasce così il supereroe del pensiero complesso. L’unico filosofo (sociologo e scienziato) che si identifica con un nome di battaglia (e pure sulla «complessità dell’identità» Morin ha avuto assai da dire, forse per contrappasso). La sua recherche si chiama La méthode, ”il metodo”, un’opera immensa che cerca di mappare l’articolazione dell’umano partendo dal dato biologico per arrivare a quello sociale e poi all’immaginario, una sorta di dimensione mitica che sposta il discorso oltre la morte. Un’opera aperta che non disdegna forme poetiche (Morin ama le metafore) e che «si serve della ragione senza scordarsi il cuore», forse per questo non sempre apprezzata dall’élite intellettuale francese e internazionale. Robert Maggiori lo ricorda così su “Libération”: «Per molto tempo è stato più conosciuto che riconosciuto». Morin però ha un carattere speciale. Partecipa fino all’ultimo alla vita sociale e politica, esprime nella sua azione pubblica joie de vivre, gioca sul suo essere un pessimista inguaribilmente ottimista, la prende con ironia anzi, con filosofia. «Mentre erano di moda il marxismo, il sartrismo, il lacanismo, il foucaldismo, il deleuzismo, il sociologismo e lo strutturalismo sono stato emarginato». Oggi, rispetto a tutti questi “ismi”, non è certo il suo pensiero a essere in crisi. Torniamo al cinema. Lo scrive Francesco Casetti: «Se per Bazin il cinema è lo strumento di recupero della realtà, per Morin è lo strumento grazie al quale la realtà incontra l’immaginario». Capite la complessità? E se no, c’è un modo per renderla (più) intellegibile, un libro coinvolgente come un romanzo curato dalla sociologa della Cattolica di Milano Cristina Pasqualini, Io, Edgar Morin - Una storia di vita (FrancoAngeli). E non perdete il suo unico film da regista, firmato con Jean Rouch (documentarista etnologo), Cronaca di un’estate (1961), una magnifica flânerie cinematografica per le vie di Parigi ponendo a passanti e sconosciuti le medesime domande: «Sei felice?», «come vivi?».




