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L'immagine della settimana

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

Editoriale 16/2026

Un gioco a premi

Stephen King era ancora - un pochino, almeno - Richard Bachman quando diede alle stampe La lunga marcia, ossia The Long Walk, il cui adattamento è in sala per la regia di Francis Lawrence. Correva l’anno 1979. Si era giunti alla fine di un’era. Il risentimento reaganiano iniziava a covare. L’esercizio distopico kinghiano, cui sarebbe tornato in altre forme con L’uomo in fuga (The Running Man), era chiaramente debitore della fantascienza sociologica di Robert Sheckley, il cui La settima vittima (tradotto all’epoca da Roberta Rambelli) è il pilastro del genere (anche se nell’adattamento cinematografico di Petri divenne La decima vittima). In chiave distopica, King farà molto meglio con La zona morta. Immaginare scenari distopici nei quali le società avanzate finivano ridotte (o elevate...) alle regole e dimensioni di un gioco a premi (e quando avremo scenari di guerra che si rifaranno a Philip K. Dick e al suo L’uomo dei giochi a premi ?) sembrava, all’epoca, quasi un esercizio di routine. Si prestava attenzione il giusto. E poi si passava avanti. E invece. Vedendo The Long Walk ci si rende conto che in realtà la distanza non solo dal racconto (e dal tempo di King) ma fra le immagini stesse del film e quelle della realtà odierna (ma quale fra le tante?) si è drammaticamente azzerata. Premesso che è un colpo di casting interessante vedere “Luke Skywalker” coperto da RayBan neri trasformarsi in Darth Vader (Mark Hamill calca con gusto la caricatura del militare tutto testosterone), è comunque un segno immaginario profondo che il protagonista di una nuova speranza diventi il segno di un nuovo incubo («È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi», si diceva correttamente in Star Wars: Episodio III - La vendetta dei Sith). Il paesaggio postbellico del film (ma di quale guerra si tratta? Siamo dalle parti di La notte dei morti viventi di Romero? E quando si è fermato il tempo?), è in realtà l’immagine esatta, praticamente documentaria, di Los Angeles (anche di Hollywood Boulevard...), oggi, e di una larga parte degli Stati Uniti la cui popolazione vive in una povertà senza prospettive (pur lavorando dalla mattina alla sera), in una miseria generata da un’economia del debito onnicomprensiva: lavoro per pagare i debiti che ho contratto per pagare cose che non riesco a pagare con i miei tre lavori. «Non c’è una mobilità verso l’alto» mi diceva un’amica a Los Angeles. Quindi ci si muove in orizzontale in uno scenario dove non si arriva mai da nessuna parte: una parodia interessante delle sorti magnifiche e progressive del capitalismo statunitense. Uno scenario nuovo, dunque? Non proprio. Basti pensare che il libro di Horace McCoy Non si uccidono così anche i cavalli?, incentrato su un’assurda maratona di danza, fu pubblicato nel 1935 all’apice della Grande depressione (all’epoca si ballava all’infinito come si vede nel film di Sydney Pollack). E ancora una volta emerge un elemento: quando il sistema collassa, piuttosto che ripensarlo, lo si rilancia estremizzandone gli elementi ludici e spettacolari. Proprio come suggerisce Stebbins, quando completamente esausto suggerisce (citiamo a memoria): «Da adesso in avanti basta aiutarsi». Se Brecht si chiedeva che tempi fossero i suoi quando un discorso sugli alberi poteva essere «un crimine», allora noi che non siamo Brecht, non possiamo fare a meno di chiederci cosa è accaduto al mondo in cui un racconto di fantascienza distopica, indebitato con Sheckley, e dunque nemmeno “nuovo”, diventa il metro più attendibile del nostro reale. E dell’orizzonte - privo di prospettive - della politica. La torsione fra immaginario, linguaggio e rappresentazione sembra sia giunta al punto terminale. Quello temuto e ipotizzato da King (e da Debord). Che fare?

FilmTv 15/2026

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