L'immagine della settimana

Editoriale 41/2026
Molto rumore
È chiaro che Digger di Alejandro González Iñárritu (film che consiglio di vedere, piaccia o non piaccia) è legatissimo a Birdman o (L’imprevedibile virtù dell’ignoranza), film vincitore di quattro premi Oscar (film, regia, fotografia, sceneggiatura originale). Entrambi mettono in scena il dietro le quinte di uno spettacolo che sta per andare in scena. Le prove generali. Quello che sta prima che lo show cominci. Cioè la realtà? In Birdman, film che prende la forma di un lungo, impossibile pianosequenza, la realtà coincide con il punto di vista soggettivo, ossessivo, manipolatorio del protagonista. Al posto di registrare il mondo in modo oggettivo (il pianosequenza non è stato, a lungo, la figura principale del realismo?), l’immagine si fa traccia di una percezione radicalmente soggettiva: il tempo del film non coincide, nonostante l’assenza di stacchi, con la durata e le leggi della fisica da noi conosciute. Il cinema è tutto dentro il suo protagonista, prima dello spettacolo non c’è la realtà, c’è un Io che s’angoscia, che s’imparanoia, che distorce il reale, che abbisogna d’amore, che confonde fiction e non fiction, e che che ci sequestra all’interno della sua malattia, che è poi un narcisismo fagocitante e infragilito, incapace di vedere l’altro da sé, il diverso, il negativo, quello che non è coincidente con lui. Il film è il personaggio che lo abita. Digger è un’opera complementare, perché mette in forma il polo opposto: se l’Io è la misura di tutto, se l’Altro non esiste, cosa c’è oltre me? Dove Birdman rinchiudeva il mondo in un flusso interiore soggettivo, Digger, film di lucido e didascalico pessimismo, apre il proprio spettacolo all’ipotesi che ci sia sempre un oltre, il sospetto di un piano superiore, un altro livello sconosciuto, la possibilità che tutto quello che stiamo subendo sia una decisione scellerata, stupida, capricciosa oppure strategica di un burattinaio idiota o diabolico, sopra di noi. Una simulazione. L’idea che la realtà sia continuamente manipolata da discorsi che prendono il sopravvento, che tutto sia messo in scena, e che il dato che resta, oggettivo ma in fondo sempre rimandato, è la catastrofe. Penso a questo, e al discorso finale del “nipote del politico che distrusse il mondo”, quando guardo NAZA: The Real Story, il contro-NAZA pro Israele diretto dal tenente colonnello Roi Danino, membro del partito Israel First, Ariel Averbuch, maggiore della riserva dell’IDF e influencer, e Hagai Gutman, editor di contenuti legato alla destra. È chiaro che il titolo sia stato scelto per dirottare le ricerche online rivolte al film di Yuval Abraham e Rachel Szor verso un contenuto di segno opposto, è chiaro che le scelte estetiche del film, con interviste ad agenti dell’esercito improvvisate sciattamente su tetti di notte, siano un modo per ribaltarne il contenuto, ma non credo nemmeno un secondo al fatto che gli autori del film possano realmente credere a quello che stanno raccontando. Il loro è un discorso che fa acqua da tutte le parti, a cominciare dall’idea che associare delle immagini a delle parole sia provare dei fatti (senza mai rivelare le fonti, e senza l’egida di una testata giornalistica a garantirne la cura deontologica). Il punto è che quelle immagini e quelle parole non credibili sono diffuse in primis per creare rumore, per screditarne altre, per creare un sospetto diffuso, esattamente come il ricorso di Trump ai guerrafondai ed egomaniaci cartoon in AI. Non serve dire qualcosa di preciso: quelle immagini trash, svergognate, insensate servono soprattutto a creare la dittatura del sospetto verso ogni immagine, ogni dato, ogni informazione, servono a pensare che tutto sia una simulazione, e a distogliere lo sguardo dalla catastrofe della realtà.




