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Editoriale 42/2026
Vendo la mia biblioteca?
Che fare della propria biblioteca? Per diversi bibliofili, la questione è annosa. Devo aver letto da qualche parte la risposta che si era dato il grande storico dell’arte e archeologo Oleg Grabar, autore, tra i molti libri, di un magnifico studio sull’ornamento islamico: «Vendo la mia biblioteca!». «Ma tuo figlio?». «È un avvocato d’affari, guadagna milioni; che se ne farebbe di una biblioteca orientalista?». Chiunque abbia passato tempo ad accumulare libri sa di cosa stiamo parlando. Che fine faranno? Come trattarli? Come sfoltirli? Si parte con le migliori intenzioni, ma, giunto il momento, si viene presi dal panico. Come spiegare a chi non è in grado di comprenderlo che la biblioteca è la compagnia silenziosa delle ore di lavoro, e una sorta di protezione? «Vendo la mia biblioteca!». Nell’ottimo libro di Xavier Nueno, Un saper leggero - Breve storia dell’eccesso di informazione, pubblicato pochi mesi fa da Einaudi, scopriamo che Diderot ha venduto la sua per aumentare la dote della figlia. Fu acquistata dalla regina Caterina II di Russia. 15 mila franchi per 3.000 libri e la possibilità di tenerli con sé fino alla morte. Siamo al quinto capitolo del libro. L’epoca illuminista, chiarisce Nueno, determinò per le biblioteche un sentiero che si biforca: da una parte i libri buoni; dall’altra i rimanenti, sorta di zavorra per il progresso. Il progetto illuminista è un assalto riduzionista alla biblioteca. Gli illuministi «rivendicano una cultura smaterializzata»: il libro deve essere superato. Tutto il saggio è un sorvolo sugli eccessi di informazione: secoli di pratiche d’archivio, trasmissione, distruzione, memoria e oblio. Arte dell’estratto per lettori con le forbici (la tecnica del taglio testuale è in voga fin dall’antichità); l’ideale umanistico enciclopedico e le grandi distruzioni di massa bramate dai “terroristi” (Jean Paulhan li chiamava misologi: coloro che odiano il linguaggio e la ragione); la grande passione dell’amateur - il cui modello è Montaigne - ma accompagnata da figure subalterne (tra queste, il pedante: fautore di una forma di sapere «insopportabilmente oppressiva», che Nueno avvicina al professore universitario). Nel volume c’è tutto questo e altro, esposto con grande leggerezza. Sogno di una cultura smaterializzata: ritroviamo nel primo capitolo l’imperativo illuminista. È il 1959, e nel corso di una conferenza sulla nanotecnologia il famoso fisico Richard Feynman non solo rifletteva sul mondo dell’infinitamente piccolo, ma si chiedeva: «Perché non trascrivere i 24 volumi dell’Enciclopedia britannica sulla capocchia di uno spillo?». Finisce che nel 2013 un gruppo di di scienziati memorizza una piccola biblioteca in una catena del DNA, cioè un «codice genetico sequenziabile e decodificabile, in grado di contenere tutta la memoria di questo mondo». Che salto vertiginoso quello dalle monumentali scaffalature a vista di una biblioteca a un sapere i cui dati stanno dentro a una chiavetta (o sul cloud). Va da sé che le questioni librarie che il saggio tratta riguardano anche i film: tagli, estratti, distruzioni, collezioni amatoriali. Lo sottolineava già Alberto Farassino più di quarant’anni fa: «La prima e più fondamentale analogia fra cinema e letteratura per quanto riguarda la tradizione dei testi è che questa avviene in entrambi attraverso la pratica della copia». La rivoluzione digitale interessa da tempo i film e le cineteche. Inevitabilmente, l’idea di un “saper leggero” include anche le immagini mobili.




