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The Stupids

 

Editoriale 36/2026

Gli stupidi

Sapete cos’è l’effetto Flynn? Prende il nome da James Flynn, ovvero lo psicologo statunitense che negli anni 80 scoprì una cosa che in pochi, e di certo non i critici dei media di massa, si sarebbero aspettati. Ovvero che a partire dagli anni 30 del Novecento - il secolo del cinema, dei fumetti, della televisione - il QI generale è sempre cresciuto, di decennio in decennio. Dati alla mano. Lo leggo in un articolo di “New York Magazine” del novembre del 2025, intitolato Una teoria della stupidità e firmato da Lane Brown. «Un’istruzione migliore addestrava gli studenti a ragionare con ipotesi al posto di limitarsi a memorizzare fatti. I lavori d’ufficio e industriali richiedevano ai lavoratori di misurarsi con le idee anziché con oggetti fisici. I mass media esponevano il pubblico a luoghi e prospettive sconosciute. Le persone diventarono più brave a classificare, generalizzare e pensare al di là della propria esperienza quotidiana». Fino a ora. Nel 2023 Elizabeth Dworak, oggi professoressa associata alla facoltà di medicina della Northwestern University, studia i risultati di 394.378 test del QI raccolti negli States tra il 2006 e il 2018. E le cose sono cambiate: «I calcoli mostravano cali in tre importanti categorie di test: il ragionamento su matrici (rompicapi visivi astratti), le serie di lettere e numeri (riconoscimento di schemi) e il ragionamento verbale (risoluzione di problemi basati sul linguaggio). I primi due, dove le perdite erano più profonde, misurano ciò che gli psicologi chiamano “intelligenza fluida”, ovvero la capacità di adattarsi a situazioni nuove e di pensare velocemente. I cali si presentavano trasversalmente per età, genere e livello d’istruzione, ma erano più drammatici tra i giovani dai 18 ai 22 anni e tra chi aveva frequentato meno la scuola». Conclude Brown: «Le forme di media popolari del secolo scorso richiedevano la nostra attenzione e immaginazione. Facevano sembrare il mondo più grande e complicato della versione dentro le nostre teste. Insegnavano proprio quelle capacità di ragionamento astratto che i test del QI misurano. I media di oggi fanno l’opposto. Invece di espandere il nostro senso del mondo, lo rimpiccioliscono, collocando ciascuno di noi al centro del proprio universo privato». Pochi mesi fa, la rivista “Nautilus” ha pubblicato online il suo The Stupid Issue, un numero completamente dedicato alla stupidità. Lo apre un articolo di David C. Krakauer, che torna a un concetto di Robert Musil. Per l’autore di L’uomo senza qualità, infatti, c’è una “stupidità onorevole”, che è una semplice limitazione cognitiva, ovvero l’incapacità di afferrare un argomento difficile, e una “stupidità intelligente”, assai pericolosa: non un’incapacità di pensare, ma un pensare «in modo sfarzoso e sistematico nella direzione sbagliata» (e The Stupids di John Landis mette in scena perfettamente entrambe le dimensioni). Dice Krakauer: «Non ho mai sentito definire “stupida” una roccia. E lo stesso vale per un fiume, un uragano o un termostato. Nonostante le associazioni poco lusinghiere che si porta dietro, la stupidità sembra essere una forma di comportamento sofisticata». E continua: «Se l’intelligenza è una condizione necessaria per la stupidità, e intelligenza e stupidità crescono di pari passo al punto che serve “vera intelligenza” per essere “spettacolarmente stupidi”, allora la super-intelligenza sarà l’atto d’apertura di un’era di super-stupidità. Le allucinazioni dell’AI potrebbero essere la prima prova di questa dinamica. Producono testi fluidi, sicuri e dettagliati che, con una certa regolarità, sono sbagliati. E non è un semplice difetto, ma una caratteristica strutturale di sistemi che ottimizzano l’attrattività e la plausibilità anziché la verità». Vedete voi se trarre conclusioni: anche perché, diceva Flaubert, «la stupidità consiste nel voler concludere».

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