L'immagine della settimana

Editoriale 29/2026
Dicono di Odisseo
In questo numero proviamo a cominciare a riflettere su Odissea di Christopher Nolan. Una recensione entusiasta, sei piccoli e veloci tentativi di illuminare il film, un sassolino da togliersi. E questo editoriale. Prima di tutto, c’è da sottolineare il come: Odissea è un film girato in 70 mm, con tecnologia IMAX. Il che significa che non tutte le sale sono preparate per proiettarlo nell’esatta forma in cui è stato ideato. In Italia, per esempio, non ce n’è nessuna. È un cambiamento di prospettiva, che ha a che fare con l’economia delle immagini contemporanee e dei luoghi in cui le consumiamo, esattamente come per gli Avatar di James Cameron, avanguardista industriale complementare e opposto: Odissea è un’opera che non è pensata per essere vista ovunque. O meglio: è delocalizzabile certo, in ogni sala con DCP, e poi probabilmente in streaming su piattaforma e su ogni device, ma è studiata per non essere a misura dei formati e degli strumenti odierni. È democraticamente accessibile, sì, ma solo a patto di essere vista in forma minorata, amputata, non interamente e non del tutto. C’è uno scarto fisico e temporale (bisogna cercarle e raggiungerle, quelle sale adeguate), così come c’è uno scarto tecnologico (ci saranno cinema disposti a migliorare i propri strumenti, per ospitare film come questo?): l’opera, il cinema, è sopra di tutto, come in una dimensione sacrale, ulteriore, di cui essere all’altezza, a cui ambire. Sono le persone a doversi muovere per arrivarci, sono le sale a doversi aggiornare per essere abbastanza. In tempi in cui la scrittura è a un passo dall’essere algoritmica e a misura di utente, e l’arte delle immagini in movimento è ai domiciliari, appiattita sugli standard delle smart tv, non è cosa da poco. È chiaro che il cinema di Nolan - autore che trovo interessante soprattutto per ragioni di ecologia dell’immaginario, prima che per i suoi singoli film - se lo possa permettere: è un regista che rilancia e non si siede, un cineasta che s’è costruito una poetica facilmente riconoscibile (l’esibita ricerca di un effetto se possibile analogico; l’andirivieni nella memoria, che insieme frammenta il racconto in un’euforia di scene madri seriali e chiede allo spettatore di partecipare ricostruendo; il registro monocorde cupo e tragico; il tema della responsabilità, etc.) e che è stato riconosciuto da pubblico e industria (non dimentichiamo che il suo ultimo film, Oppenheimer, è premio Oscar), un autore in tutti i sensi che può accedere a budget e cast importanti e che li usa, sempre, in nome del cinema come arte e di un discorso, anche politico, che possa parlare al presente (ed è estremamente suggestiva l’idea di Flavio De Bernardinis di un paradossale film happening con grandi divi di oggi). Per esempio? Proviamo a essere sintetici e frontali: per Nolan, Ulisse non è tanto uomo “d’astuzia” (per questo risolve infedelmente, ma in maniera rivelatoria, l’episodio di Polifemo), ma un condottiero roso dal senso di colpa verso questa postura strategica, ammorbato dagli spettri del non avere agito, a Troia, secondo la tanto declamata (lui che avvisa le prede, prima di cacciare) legge di Zeus, ma con l’inganno verso i nemici e i suoi uomini (da qui l’innesto della figura di Sinone). Una disobbedienza all’ordine da cui non si torna indietro, un gesto che cambia la storia, e cancella gli equilibri di un’epoca intera. È ovvio che questa responsabilità richiami il menefreghismo di capi di stato contemporanei (come Netanyahu verso il diritto internazionale, come Trump verso le norme basilari del linguaggio politico). Il mito ritorna, la storia si ripete. Ma Nolan ne canta una in cui, alla fine, reinventando Omero o chi per lui, Ulisse riparte, per rendere onore ai morti di cui è responsabile. Una questione che riguarda solo gli uomini, non gli dèi (come per Spielberg in Disclosure Day, non un film sugli alieni).




