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Editoriale 44/2026
Fenomenologia del cringe
Cringe AGG. INV. Detto di fatti, comportamenti o frasi percepiti come ridicoli e imbarazzanti da chi osserva o ascolta. | Come S. M. INV., la sensazione di disagio e di imbarazzo provata; anche, in concreto, ciò che provoca tale sensazione. Questo, qui sopra, è il modo con cui la Treccani definisce il termine cringe, accolto nel 2021 come neologismo «usatissimo dai giovani». Se ci soffermiamo su questa parola, è perché è evidentemente diventata un’estetica precisa, oggi. Un modo specifico di intendere e produrre ironia. Prendiamo Peccato, la serie HBO Max di Emanuela Fanelli, giunta al quinto episodio e prossima alla conclusione (vedi Film Tv n. 38/2026): un mockumentary sull’ipotetico futuro della stessa attrice, uno scenario completamente immaginato in cui all’ascesa al successo con una commedia romantica intitolata Pasticciona in amore segue una caduta rovinosa, tra accuse di plagio, gogne mediatiche in nome del politicamente corretto (si definisce mingherlina, la chiamano grassofobica) e il fallimento di una serie chiusa per eccesso di inclusività (per rimediare allo stigma, fa recitare sua madre a un’asiatica e suo padre a un nano...). È una satira di costume su stereotipi, luoghi comuni, retoriche trite del mondo (non solo) dello spettacolo. Il Boris dei nostri tempi, ma puntato non tanto verso la risata, quanto verso il cringe, il disagio ridicolo, l’imbarazzo verso chi crede di stare dicendo o facendo cose alte e importanti e invece si siede su frasi fatte, discorsi vuoti e pomposi, un linguaggio tronfio e usurato. Una postironia, diremmo, in cui la comicità è già nel puro mostrare le cose, e in cui il silenzio, il tempo morto, l’assenza di punch line, di chiusura catartica, serve a fare risuonare tutto il grottesco di un patetico mettersi in scena. Non è quel decostruire il senso a cui ci ha abituato la parodia, lo smontaggio attivo di un discorso: è un mettere in mostra, facendola echeggiare nel vuoto, la ridicolaggine disturbante di chi, a un discorso precostituito, a una forma data, a una fiction al lavoro, tenta di appoggiarsi. Nella storia della comicità al cinema, potremmo far risalire il tutto al momento in cui Leo McCarey chiede a Laurel e Hardy, Stanlio e Ollio, di rallentare le gag e lasciare tempi morti, e potremmo trovarne l’apice negli spettacoli perturbanti e dirompenti di stand up di Kaufman, che evidentemente mirava non alla risata, quanto al disorientamento del pubblico nei confronti dei suoi personaggi. Anche nella storia del documentario c’è l’ombra del cringe: pensate a certi personaggi di Errol Morris, invitati a raccontarsi liberamente e svelare dunque, al contempo, tutte le strutture portanti delle proprie arrancanti narrazioni. O alla cura formale, simmetrica e dunque freddissima, in cui tanto un Ulrich Seidl quanto un Wes Anderson lasciano risuonare gli assurdi autoracconti dei propri protagonisti. O a Ruben Östlund, che è un Michael Haneke al tempo del cringe. È chiaro che questo modo di produrre ironia, un’ironia terminale che è una mostra di rovine e che non si ricompone in un senso ulteriore, sia pericoloso, per chi ci si affida: creare disagio non è la stessa cosa che produrre una risata liberatoria. Non è un caso, quindi, che la maggior parte di chi ricorre a questo sguardo sul mondo lo faccia dentro un genere che dichiara la consapevolezza dell’operazione, ovvero dentro la dimensione meta, il dietro le quinte, il racconto di chi sta raccontando, come in una cornice che ne garantisca il controllo, lo sguardo cinico e conscio dall’alto: i capolavori del genere sono naturalmente The Office, Curb Your Enthusiasm, tutto il lavoro di Nathan Fielder, soprattutto The Rehearsal (vedi Film Tv n. 43/2026), in attesa di You Can See Everything. E in Italia la metatelevisione di Valerio Lundini. In questi contesti, sappiamo che del cringe si deve ridere. Sarebbe interessante lasciarlo libero di imbarazzarci sul serio, senza ricomporlo, senza metterlo sotto a un ombrello, e vedere l’effetto che fa.




