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Francesco Guccini

 

Editoriale 32/2026

D'amore di morte e di altre sciocchezze

Qualche decennio fa, nell’angoscia di una malattia malvagia fortunatamente ammansita, finii a Bologna da un luminare della chirurgia, il cui studio era in via Paolo Fabbri. Non ci fu nemmeno il tempo per una tentazione, perché mi fu subito chiaro che, almeno per curiosità, non potevo che fare qualche passo fino al civico 43. Non è che la vista delle case dimorate aiuti spesso a capire meglio gli artisti (o i santi, o i navigatori), ma davanti a quella facciata mi è sembrato, forse per suggestione, di ritrovare lo spirito di chi ha difeso, narrandole per tutta la carriera, l’autenticità e l’orgoglio delle proprie radici (titolo di uno dei suoi primi album e tra i più fondamentali); l’appartenenza a un mondo solido ed empatico, oggi infaustamente sgretolato; l’audacia e la ribellione delle azioni, ma anche la significanza dell’ozio (stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia meta…). Insomma quel vivere ribelle e generoso. Francesco Guccini (scomparso lo scorso 6 agosto a 86 anni) non poteva che aver vissuto gran parte della sua vita lì, in un’atmosfera riassuntiva di quelle sue amate osterie di fuori porta, quando Bologna era ancora la grassa e l’umana, dall’odore della rive gauche parigina, e invidiata per il suo spirito da chi stava altrove, magari come me nel Veneto bianco e bigotto, dove molti erano fieri di quella Rai democristiana incapace di capire una canzone come Dio è morto, goffamente censurata, trasmessa invece beffardamente, guarda un po’, da Radio Vaticana. Nessuno meglio di Guccini ha saputo dare all’impronta cantautorale di quegli anni (non solo a Bologna, uno dei centri nevralgici di quella magnifica ondata generazionale) la forza esplosiva di canzoni verbose, dense di letteralità e sentimento (i riferimenti colti, da Cyrano a Madame Bovary, le rime baciate, gli schemi dei versi per esporle…), passione e affetto, amore e solidarietà, in quell’esteso perimetro gaudioso degli anni 70 dove si muovevano, tra gli altri, anche Lolli, Bertoli e ovviamente Dalla, e attraverso il poeta Roversi, quando impegno politico, utopia e anarchia si rincorrevano dentro strofe e ritornelli, perché gli eroi son tutti giovani e belli e le locomotive erano pronte a lanciarsi a bomba contro le ingiustizie. Modenese di nascita - e a Modena dedicò acidamente Piccola città, bastardo posto - poi diviso tra la città dinamica (Bologna) e la collina assopita (Pavana, dove si è infine ritirato, diventando anche scrittore e raccontando sempre la vita di chi gli stava intorno), Guccini è sempre stato fedele a quel mondo contadino, operaio, proletario, degli umili e degli ultimi, fatto di eskimi e non di paltò (come nel brano dedicato all’ex moglie Roberta), lui comunista ma anche no, come ebbe a dire, a sorpresa, negli anni dell’anzianità, in quella regione orgogliosamente rossa come nessuna. Così ai suoi concerti, aperti sempre dalla dolorosa Canzone per un’amica e conclusi in un coro esagerato di tutti i presenti su La locomotiva, passava un’epoca che oggi appare lontana, un modo di cantare, di raccontare non solo le battaglie sociali e le speranze, ma anche l’ironia, la tenerezza e la malinconia, fino a un’infelicità vicina, come arrivò a dire in Autogrill, per via dell’amore fugace diretto a una cameriera dietro al bancone, bella d’una sua bellezza acerba, bionda senza averne l’aria, quasi triste come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria (una delle immagini che mi struggono di più di tutto il suo repertorio). Oggi ci restano mille luoghi e mille personaggi, dislocati tra la via Emilia e il West, in una memoria collettiva che vorremmo non si cristallizzasse in quel tempo entusiasmante, di un artista autentico, in fondo diplomato in canti e vino. Ovviamente in via Paolo Fabbri 43.

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