L'immagine della settimana

Editoriale 25/2026
Al voto
Quando si apre, Disclosure Day, lo fa proponendo allo spettatore quella che potremmo definire, come moda comanda, un’esperienza immersiva. Siamo sul ring di uno scontro di wrestling. La prima immagine è la soggettiva di un combattente, a terra. La macchina da presa, e dunque il volto del personaggio e il nostro sguardo, vengono presi ripetutamente a calci dal combattente che sta dominando il match. Siamo nel regno del falso (come lo è la lotta tra i due uomini), della crassa messa in scena, dell’aggressione sensoriale. Quando si chiude, il nuovo film di Steven Spielberg, lo fa in modo esattamente opposto e contrario a quell’apertura: dopo avere mostrato al mondo le immagini secretate delle angherie subite in 50 anni dagli alieni, dopo avere rivelato il vero, cioè l’esistenza di forme di vita non terrestri, e dopo avere ascoltato il messaggio del novello E.T. sussurrato all’orecchio di Daniel (Josh O’Connor), che per lei lo traduce dalla matematica all’inglese, Margaret (Emily Blunt) è pronta per riportarlo al mondo intero, in diretta televisiva. Ma dopo aver pronunciato la parola «Ascoltate!», Spielberg chiude il film. È un buon modo, questo, per capire la dinamica di un’opera eccentrica (per quanto riguarda toni e registri) del regista hollywoodiano. Perché Disclosure Day è un film sghembo, una scrittura dell’inverosimile (come di frequente accade quando David Koepp si occupa di spettri, fantasmi, forme dell’Altro), che se da un lato prova a dare, come vuole il classicismo dell’autore, una misura realistica al fantastico, dall’altro si lascia bellamente soverchiare dai simbolismi (pensate ai nomi biblici dei personaggi, o ai cognomi che ne indicano la mera funzione narrativa: Fairchild, Wakefield, Blankenship), esibendo sino al rischio del ridicolo le forzature della sceneggiatura, non nascondendo i suoi buchi e le sue scompostezze, in un meccanismo dove la verosimiglianza psicologica non serve, non conta, perché quello che importa è il disegno complessivo, un disegno utopistico, calato dall’alto, ingenuo e fideistico, che non può coincidere con il realismo, con le logiche del mondo come lo conosciamo. È un film che chiede al suo spettatore di vedere oltre, e che si propone al nostro sguardo con la stilizzazione sfrontata e naïf del cinema (già spielberghiano) dell’M. Night Shyamalan di E venne il giorno, per esempio, dove il punto è proprio in quello che non torna, che non è conforme e a misura, che è in disequilibrio. Disclosure Day non è un film sugli alieni. È una teoria della collettività, della comunità, della cittadinanza. E dunque anche dello spettatore. Pensateci: tutti i personaggi del film, questi personaggi semplificati sin dal nome che portano, hanno dei limiti. Forti. Stupidi, anche. Non sanno quello che stanno facendo, non capiscono dove stanno andando. E tutti quanti hanno dei saperi o dei poteri che non bastano a se stessi. È solo nel metterli insieme, che si compie il disegno. Personaggio con personaggio, ingranaggio con ingranaggio, sapere con sapere. Una connettività. Come in Lady in the Water. L’alien non è di certo il punto, perché il punto è la fiducia negli uomini, non è questione di dio o di chi per lui: così il non-terrestre è un Altro rappresentato secondo i limiti del nostro immaginario (come succede in Contact di Robert Zemeckis), ridotto a animale fiabesco o al classico omino dalla testa grande, il corpo fragile, gli occhi oblunghi. No. Lo spettatore deve imparare a vedere, certo (e non è un caso che lo strumento magico del film ricordi un telecomando, che accende e spegne la realtà a piacimento e che è usato dal nemico per manipolare le scene...), ma quando il vero è rivelato, quando le immagini dei corpi torturati sono sotto gli occhi di tutti, tocca al cittadino uscire da quella scena immersiva, spegnere le immagini, andare oltre, nel mondo, nella vita, ascoltare e ascoltarsi, e scegliere. Un invito democratico alla responsabilità. Anche al voto, naturalmente.




