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Editoriale 15/2026
È colpa tua
Sarebbe stato preferibile dedicare queste righe a Mario Adorf, a Michele Massimo Tarantini o a Shozin Fukui, scomparsi nei giorni in cui scriviamo, e su cui torneremo nelle prossime settimane. Oppure, mentre il mondo è costantemente mantenuto sul filo dell’apocalisse da idioti fuori controllo, avremmo preferito per un attimo guardare la luna insieme a voi, con Artemis II, usando quantomeno questo editoriale come luogo di sollievo. Eppure c’è una commedia che s’è presa la scena e, necessariamente, questa pagina, una commedia italianissima, che nessun film e nessuna serie sarebbe stato in grado di immaginare: quella legata ai contributi selettivi concessi dal Ministero della cultura ai produttori di opere cinematografiche. Contributi riguardanti domande del 2025, naturalmente, uscite con abituale ma crescente ritardo il 3 aprile 2026, e relative dunque anche a film già finiti, se non distribuiti (non esattamente un bene, per una commissione che dovrebbe valutare film allo stato progettuale: non parliamo dei contributi ai festival e rassegne, annunciati dopo che si sono svolte una o due edizioni, o alla attività di promozione, tra i cui risultati segnaliamo un grave taglio di 90 mila euro all’Archivio del movimento operaio). Uno di questi film, il titolo che ha aperto le polemiche, è Giulio Regeni - Tutto il male del mondo di Simone Manetti, uscito il 2 febbraio scorso, primo tra gli esclusi nella tabella dedicata ai “documentari cinematografici, televisivi o web di particolare qualità artistica e su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale nazionale italiana”, e tornato in sala in risposta al mancato contributo (che, in ogni caso, non gli era stato concesso nemmeno nel 2024). Tra i rifiutati, a colpire l’opinione pubblica, anche il nome di Bernardo Bertolucci, da una cui sceneggiatura Indigo Film sta producendo The Echo Chamber per la regia di Andrea Pallaoro. Nelle differenti tabelle, possiamo mettere in luce i mancati supporti ad Antonio Albanese, Riccardo Milani (con il già campione d’incassi La vita va così), Giuseppe Gaudino, Chiara Malta, Fausto Paravidino, Andrea Segre, Roberta Torre (con Le angelesse), Roberto Andò (con il film su Ferdinando Scianna candidato ai David), mentre un contributo consistente è stato assegnato, scatenando commenti non troppo positivi, al redivivo Pierfrancesco Pingitore e a un’opera dedicata a Gigi D’Alessio da Luca Miniero. Non è sede, questa, per entrare nel merito dei singoli progetti, perché conosciamo solo quelli già divenuti film e siamo propensi a un certo, ingenuo, garantismo (che i curricula di certi commissari, i titoli di certi film e il catalogo di certi produttori fanno comunque leggermente vacillare). Ciò detto, dopo che Paolo Mereghetti e Umberto Galimberti (e poi Ginella Vocca) si sono dimessi in contrasto alle scelte generali delle commissioni, non solo di quelle di cui facevano parte, la sottosegretaria Borgonzoni e il ministro Giuli han risposto alle polemiche ribadendo l’assoluta indipendenza dei commissari scelti dal governo e invitandoli, in un sublime, esilarante paradosso, a dimettersi in blocco. Una pratica non elegantissima di delega della colpa da cinepanettone (che i commissari siano stati più realisti del re?), e una fotografia esemplare dello stato in cui versa il nostro sistema cinema. Intanto la stampa è sconcertata dall’assenza di italiani al Festival di Cannes, tra il ritorno dell’Oriente, il dominio produttivo e co-produttivo della Francia, e pure tre spagnoli in Concorso. Strano, perché alla Berlinale Borgonzoni s’era detta non preoccupata dalla mancanza di italiani in corsa per l’Orso: era indice che i nostri produttori avevano scelto la Croisette. «Lungimiranti!», ha chiosato un puntuto Mereghetti su “Il Corriere della sera”. A guardar bene, comunque, ci sono film di cui l’Italia è co-produttrice: segnaliamo su tutti Congo Boy di Rafiki Fariala, primo film della Repubblica Centrafricana realizzato da una produzione locale, e il primo a essere incluso nella selezione ufficiale di Cannes. Un bel colpo di scena, un geniale contrappasso, per la commedia mesta del governo dell’«identità nazionale».




