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L'immagine della settimana

La batalla de Chile

 

Editoriale 38/2026

Presente!

Una coincidenza straniante che Patricio Guzmán - figura chiave del cinema contemporaneo, per quanto queste definizioni lascino sempre il tempo che trovano - venga a mancare all’indomani della presentazione veneziana di Wild Horse Nine di Martin McDonagh, che rievoca il colpo di stato ordito dalla CIA per deporre il democraticamente eletto Salvador Allende. La battaglia del Cile di Guzmán, anche per coloro che ritengono il documentario una forma espressiva minore, è infatti un film chiave. Un’opera che testimonia una ferita profonda, mai sanata. E, metodologicamente, un modo per lavorare con le immagini e raccontare la Storia. Oggi si fatica a comprendere il ruolo chiave di un uomo e di un artista come Guzmán nel cinema del XX secolo. Perché, nonostante tutta la sua esistenza sia stata segnata proprio dai fatti del Cile e dal colpo di stato dell’11 settembre 1973, lui, come uomo e regista, è riuscito nell’impresa difficilissima di trovare una dimensione esistenziale e creativa che, pur nel mandato di conservare vivo e presente il ricordo di quei lontani giorni terribili, non definisse e limitasse la sua opera. Per comprendere come sia cruciale il lavoro di Guzmán nel preservare la memoria del Cile si potrebbe evocare, persino, un film non diretto da lui. Nel 2018 al Festival Internacional de Cine de Valdivia, qualche settimana prima dei grandi scontri nelle strade di Santiago la cui tensione sotterranea era letteralmente avvertibile nell’aria anche a tanta distanza dalla capitale, viene presentato il film Las cruces. Diretto da Teresa Arredondo e Carlos Vásquez Méndez, rievoca l’assassinio di 19 operai di una cartiera i cui corpi furono ritrovati molti anni dopo in una fossa comune. Sui titoli di coda, quando scorre l’elenco degli operai trucidati, la sala esplode rispondendo, a ogni nome, «¡Presente! ». Sino alla fine, instancabilmente. Questa determinazione a ricordare, che è come un destino, come una mutazione antropologica, un vero e proprio antidoto alla dittatura e all’oblio, Guzmán è stato in grado di raccontarla sempre, anche nei suoi lavori successivi. Per esempio, nell’ammirabile Nostalgia della luce, dove nel deserto di Atacama, che accoglie uno degli osservatori astronomici più potenti e complessi del mondo, intreccia la memoria della polvere di stelle morte chissà quanti secoli fa con la fatica di donne che ancora cercano i resti dei loro cari disseminati fra le dune del deserto. E, inevitabilmente, sorge un altro ricordo. Sempre al FICValdivia, ci troviamo su una scogliera di fronte all’oceano, uno di quei luoghi che sfidano la possibilità delle parole di raccontare ciò che si vede, e mi sfugge a fil di voce un banalissimo: «Che bello…». La risposta della persona accanto a me, che ci accompagnava, non si fa attendere: «Per noi questo è un posto orrendo: da qui decollavano gli elicotteri dai quali venivano gettati nell’oceano i corpi dei prigionieri politici». L’acqua, dunque, tomba ma anche reminiscenza, come evocato nel film La memoria dell’acqua dove il suo scorrere intreccia la storia dei popoli indigeni con la rievocazione, al presente indicativo, delle vittime. Carsicamente, Guzmán e le sue immagini sono diventati un archivio della memoria antropologica e politica del Cile. Della resistenza. Una vera e propria cordigliera dei sogni, seguendo la suggestione del titolo di un altro suo lavoro imprescindibile. Guzmán è il Cile. Il suo riscatto, la sua dignità. Come Rossellini è l’Italia. Sopravvissuto alla prigionia, vissuto in esilio, Guzmán ha scelto di non essere una vittima, ma un poeta, servendo così, al meglio delle sue possibilità, il paese che amava.

FilmTv 38/2026

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