L'immagine della settimana

Editoriale 21/2026
Cosa siamo, cosa possiamo
Di La bola negra, Federico García Lorca fece in tempo a stendere solo le prime quattro pagine, prima di venire ucciso per fucilazione dai nazionalisti di Francisco Franco. I Javis (Javier Calvo e Javier Ambrossi), con l’omonimo film presentato a Cannes 79, riempiono quel vuoto con un troppo: tre storie del Novecento che si uniscono svergognatamente in un unico destino, a completare l’opera incompiuta di un nome fondamentale per la letteratura di un paese. È il cinema che, rimediando una Storia aberrante, tenta di salvarla. O meglio: ribadisce la propria resa nei confronti della realtà, il suo distacco, il proprio essere inerme, proponendo una sliding door, una via impossibile, che può esistere solo e soltanto nella fiction, nella fabbrica dei sogni. La maggior parte dei film in Concorso, dal sarto-attore di Coward alla musicista e al documentarista di Gentle Monster, vedono come protagonisti artisti. Ne abbiamo già parlato: in un cinema che riflette di continuo su se stesso e sul proprio senso nelle immagini di oggi, è un modo per parlare del ruolo, della responsabilità, delle possibilità del creatore. La realtà dell’autore: prima della realtà, contro la realtà, alienata dalla realtà. Con Amarga Navidad Almodóvar studia (con una nudità commovente) i confini della fiction nel suo rapporto con il vero, in Histoires parallèles Asghar Farhadi, dal suo soggiorno francese prossimo a un esilio, pensa che una storia possa ancora influire sul mondo, Ryusuke Hamaguchi in All of Sudden fa usare il teatro terapeutico come palliativo a un mondo in rovina (in un film utopista anche quando non lo sembra), al Certain regard Jane Schoenbrun - col suo Teenage Sex and Death at Camp Miasma (in apertura anche al 16° Sicilia Queer di Palermo) - ne fa un luogo necessario per elaborare i propri fantasmi sessuali. Ma in Fatherland di Pawel Pawlikoski è evidente che l’arte di Thomas Mann non possa salvare la Germania e nemmeno il proprio dolore. E allora in questi film sul sentire di chi crea, quello che prova veramente a rilanciare è The Man I Love di Ira Sachs: il personaggio di Rami Malek è un attore, un cantante, che è tenuto in vita dalla propria arte, ma che non riesce, per l’AIDS che lo divora, ad andare in scena. La fiction qui è uno stallo, una coazione a ripetere, un’agonia: ma il film non riflette sul creatore, non mette in abisso un discorso sull’arte, semplicemente guarda, è fatto di questo, regressivo: corpi, luoghi, gesti, movimento. Sachs porta lo spettatore di fronte a una maschera afasica, forse rapita dai propri sogni, forse no, perché il cinema, nella sua essenza, prima di ogni senso possibile, è solo quello, un’immagine in cui rispecchiarci, un volto incomprensibile da provare a capire, un’emozione non detta da cogliere in un’espressione. E, come nel film struggentemente minore e già visto di James Gray, Paper Tiger, tanto basta. In tutto questo cinema che, in modo anche troppo intelligente, si chiede irrequieto se e a cosa possa ancora servire, i due cineasti statunitensi, con le loro opere anti-hollywoodiane, ci mostrano semplicemente cosa possa ancora essere. Un ritorno alle origini, quello di sempre: un’arte a suo modo elementare, fatta di luce, colore, movimento, primi piani in cui riflettersi, prima di ogni - seppur acutissimo, colto, illuminante - discorso. Che sia un festival come Cannes, a ricordarcelo, non è cosa da poco.




