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Editoriale 30/2026
Camminano
E se l’incontro tra Ulisse e i suoi morti, impaludati nell’Ade di Odissea di Christopher Nolan, fosse ispirato ai defunti e a quella linfa nera che continua a colare nel mondo di The Book of Vision di Carlo S. Hintermann? Una semplice suggestione? Un’assurda ipotesi critica? No. L’opera prima di fiction di Hintermann (che potete vedere su RaiPlay, in italiano, col titolo Il libro delle visioni) vede Terrence Malick come produttore esecutivo (Hintermann è stato regista della seconda unità di The Tree of Life e ha dedicato a Malick un doc). E non solo Nolan è un ammiratore del regista di La sottile linea rossa (e questo è evidente nei suoi film, in Odissea come in Dunkirk), ma è anche una delle persone con cui è noto si confronti sulle «cose di cinema». Quindi, nonostante la dismisura di successo che separa le due opere, una consacrata globalmente, l’altra sottovalutata anche a livello critico (e anche da noi in Italia), i gradi che le dividono sono praticamente nulli, sostanzialmente risibili. E quindi? Non preoccupatevi, questa non è un’improbabile accusa di plagio, ma esattamente il contrario. Lo abbiamo detto: la versione nolaniana del testo di Omero non è la storia di un personaggio astuto, di uno stratega dal multiforme ingegno, ma quella di un uomo il cui inconscio continua a farsi sentire nel corpo, ricordandogli Itaca, Telemaco e Penelope mentre i fiori di loto di Calipso li cancellano dalla sua memoria e dalla sua mente, facendolo struggere di senso di colpa per i morti consacrati sull’altare dei suoi piani da condottiero. Anche The Book of Vision è un film su un corpo che non dimentica, e ritorna al futuro, oltre la logica, oltre il comprensibile, oltre il tempo. Nolan è un regista della ragione, come Kubrick. È un prestigiatore, non un mago. Eppure se dovessi scegliere un film che possa dispiegare quello che la sua Odissea nasconde, sceglierei proprio l’elogio a una ragione ulteriore e non omologata, a una logica che non è quella condivisa, di The Book of Vision: come se il grande film fosse abitato dal fantasma irrequieto e irrazionale di un’opera, quella di Hintermann, che è smisurata quanto non riconosciuta, che non si trattiene e che contagia, e che Nolan accoglie, assorbe, dissolve e contribuisce a far rinascere, ancora e ancora, proprio come quei morti che ritornano, che non se ne vanno, che muovono tutto il suo film. Anche The Book of Vision, lo vedrete, è a suo modo la storia di un ritorno a casa: come dico di frequente la miglior critica di un’opera cinematografica può essere un film.




