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Sacrifice

 

Editoriale 34/2026

Prove costume

Generoso assortimento di brutture estive e spunti sullo spirito del tempo:
1) In Cina si prevede che l’incasso di un film animato costato il corrispettivo di 13 mila euro - Niu Lai di Xin Yumeng (aiutato da sua madre), storia di un giovane vitello e di un’allodola che incontrano un leopardo - possa superare i 17 milioni di euro. Il fenomeno è dovuto alla limpida ed esaltante bruttezza del film, diffuso senza promozione, realizzato con software elementari, secondo un’estetica di pessimo gusto e fuori tempo, seguendo una trama priva di nessi logici. Come successe con lo statunitense The Room nel 2003, il film è diventato un oggetto di culto, osannato come pratica scardinante del capitalismo algoritmico e con tanto di critiche che, tra il serio e il faceto, richiamano Jacques Lacan o David Lynch. Questo piacere della regressione e del disincanto, questo godimento dell’handicap e dell’oggetto rotto, questo sguardo dall’alto verso il basso, dell’istruito verso il poveraccio, del miscredente (lo spettatore) verso lo scemo che ancora pateticamente ci crede (il regista), dice molto della noia cinica e materialista dei consumi culturali di massa (non siamo più al guilty pleasure per pochi, alla perversione per palati fini, ma è una questione di gusto globale). E lo è anche se fosse tutta un’operazione geniale di marketing.
2) In Russia la distribuzione di Spider-Man: Brand New Day è stata posticipata dal 6 al 20 agosto per lasciare spazio nelle sale a una produzione indigena tratta da un racconto tradizionale, ovvero The Last Warrior - Kolobok, finanziato al 95% con soldi del Cremlino. Basta vedere il trailer per capire che oggi il senso del bello (come dimostra il becero gusto di ogni politico che si dà all’audiovisivo con la sua propaganda) non ha molto a che fare con il potere.
3) A proposito di Spider-Man, è proprio l’ultima uscita del Marvel Cinematic Universe, unita paradossalmente a certe visioni festivaliere come A Margem do rio a Locarno 79, a spingermi a una considerazione: la scrittura dei personaggi, oggi, avviene per mera giustapposizione di scene, in cui la psicologia dei protagonisti può passare da uno stato (o uno status?) all’altro senza soluzione di continuità, e venendo il più delle volte detta, didascalicamente, se non rivendicata, twittata, di certo non costruita. Non c’è accesso, per lo spettatore, a un’evoluzione intima coerente, continua, e dunque emotivamente condivisibile. Non c’è nessuna cura, nel dettaglio della scrittura. Tutto è meccanico, di superficie, accade quel che deve accadere, e i cambiamenti sono dati, sono lì, scontati o sorprendenti che siano, privi di pathos. Forse ci siamo abituati a un racconto fatto di quanti discreti, di aggiornamenti del profilo? Forse non è un caso che uno dei testi di riferimento dei narratori di oggi sia Save the Cat! The Last Book on Screenwriting You’ll Ever Need di Blake Snyder, con la scomposizione dei tre atti di un tempo ai 15 beat, a 15 specifiche e precise pulsazioni? Ma il punto è anche un altro: questa scrittura puntinistica e ai minimi termini (dentro forme colte e coscienti, per carità: potremmo dire che il film è la versione Marvel di Se mi lasci ti cancello) non è soppesata da alcun tipo di inventiva formale o spettacolare, ma da un inerte immaginario di routine industriale di cui ci scorderemo tra un giorno. Viene nostalgia del cinema regressivo, ma quantomeno stupefacente, di Michael Bay, un inventore di forme.
4) Sacrifice di Romain Gavras, nonostante il gran cast (Anya Taylor-Joy e Chris Evans sono i protagonisti), è considerato uno dei film peggiori dell’anno e un insuccesso conclamato: presentato a Toronto 2025, con recensioni pessime, è arrivato in sala (11 mesi dopo) soltanto in Italia, come sbrigativa uscita tecnica, e ora in Russia. È, per certi versi, un opposto del bruttissimo Spider-Man: la sua scrittura superficiale, fatta di statement e autodichiarazioni, discontinua scena dopo scena, nasconde sempre qualcosa, insinuando nello spettatore uno spettacolo del sospetto, l’exploitation del dubbio sotto la patina della rappresentazione (esattamente come un altro grande pasticcio sull’eccesso del mettersi in scena, ovvero la serie Cape Fear). E poi, qui, a esaltare tutta questa ambigua idiozia contemporanea che Gavras cerca di raccontare lavorando sulle sue stesse forme, c’è un talento espressivo fuori misura, che esaspera il tutto e lo glorifica, lo rende ammirevole, distorto, epico e respingente. Dell’arte di Gavras, un tempo Chris Marker scrisse: «Incongruo, incomprensibile al punto che è proprio per mezzo di questo “non poter capire nulla” che si risveglia l’idea, in chi guarda, che “c’è qualcosa da capire”».

FilmTv 34/2026

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