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Hal Roach Studios

Editoriale 03/2022

Un americano a Roma

«Un film americano innanzitutto è sempre un film. Cioè non annoia». Lo scriveva Mario Soldati nel 1945. Ci si ripensa senza volere in questi tempi gramissimi per la sala cinematografica, e in subordine soprattutto per il film italiano, certo per effetto della pandemia, anche se, a onor del vero, gli attuali problemi di ricezione della nostra produzione da parte del pubblico nazionale non nascono oggi, anzi. Che, ora come ora, Spider-Man: No Way Home sia ben oltre i 20 milioni di incasso, laddove i film italiani anche di maggiore successo recente non gli si avvicinano neppure, non è quindi un caso. Forse è l’occasione giusta, allora, per leggere con l’attenzione che merita un documentatissimo libro uscito qualche mese fa, il cui titolo è tutto un programma: Il cinema americano in Italia - Industria, società, immaginari (Vita e pensiero, pp. 250, € 25). L’ha scritto, sfruculiando e compulsando in anni di ricerche, con un’acribia filologica impressionante, un numero enorme di fonti e archivi (molti, soprattutto tra quelli americani, per la prima volta accessibili), Federico Di Chio, studioso di cinema e di televisione che, a differenza di tanti colleghi, s’è trovato, nella sua vita professionale, anche dall’altra parte della barricata, a sporcarsi le mani nel business cinematografico, in quel periodo tra il 1998 e il 2002 in cui è stato amministratore delegato di Medusa Film (guarda caso, forse l’unica major del nostro cinema di oggi nata su presupposti industriali hollywoodiani). Ripercorrere quindi con lui la storia del cinema americano in Italia (in questo primo volume che esamina il periodo che va dalle origini alla Seconda guerra mondiale; ne seguirà un secondo che arriva fino a oggi) non consiste semplicemente nel ricostruire i rapporti industriali e politici tra Hollywood e l’Italia sul piano delle strategie di distribuzione e di circolazione dei film, le quote di mercato e l’incidenza sul nostro box office, i modelli commerciali impiegati dalle major e l’altalenante sintonia con le istituzioni governative e gli organi di censura. Dietro questa storia di cifre, di dati, di nomi, di titoli, peraltro appassionante e spesso sorprendente (si pensi al vagheggiato progetto di società italoamericana tra Vittorio Mussolini e Hal Roach, il produttore di Stanlio & Ollio, per realizzare film-opera), ce n’è un’altra, anche più preziosa e illuminante, almeno ai fini di quanto stiamo dicendo, che ripercorre l’impatto simbolico e culturale dei film americani sullo spettatore italiano lungo cinquant’anni fondamentali di storia del nostro paese, in particolare in quel Ventennio fascista, ben inquadrato da Di Chio nella sua irrisolta relazione con Hollywood, tra fascinazione ingenua e diffidenza ideologica, fino a un atteggiamento sempre più critico e ostile, sfociato nel protezionismo e poi nel monopolio autarchico. Lì, insomma, è iniziata quella penetrazione del cinema americano nell’immaginario dello spettatore italiano, si è manifestata per la prima volta appieno la sua forza modellizzante e plasmatrice, si è affermata la sua capacità di essere fabbrica dei sogni e dei desideri anche altrui, si è rivelato il suo potere seduttivo incomparabile. E, forse, lì trova le sue radici l’urgenza di andare in sala anche in un momento come questo, ma (solo o quasi) a vedere film, appunto, americani.

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