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Editoriale 21/2024

In Italia comandano i morti

Nei giorni scorsi s’è parlato molto polemicamente di un intervento di Paolo Del Brocco al Bellaria Film Festival. Rivolgendosi a una platea composta soprattutto da giovani, l’amministratore delegato di Rai Cinema s’è messo nel ruolo del saggio canuto e scafato, lasciando agli astanti un consiglio non proprio sostenuto da applausi: quello di non inseguire l’idea di essere autori, poiché è cinema fuori mercato. I commenti all’uscita (e in panel successivi del festival) sono stati poco lusinghieri con queste parole: come è possibile che il dirigente di una società pubblica intimi a chi fa cinema di pensare in primis all’economia e non al cinema-come-arte? Del Brocco si è poi chiarito in una lettera all’“Hollywood Reporter“, elencando anche il gran numero di autori-autori sostenuto da Rai Cinema, ma non è di questa infelice sortita che voglio parlare, semmai di un punto vicino e lontano. Il fatto è che oggi il cinema europeo (e dunque anche il nostro) è soprattutto un investimento che non presenta troppi rischi d’impresa, che col mercato si confronta in pochissimi casi, progettato tramite finanziamenti e prevendite che garantiscono la copertura delle spese, così che un film sia già rientrato dei costi prima di confrontarsi col pubblico. Così i progetti finiscono per essere tutti molto uguali a se stessi, conformi alle logiche stabilite dai finanziamenti, e i produttori degli strateghi che costruiscono un piano economico solido, non esponendosi troppo (ché tanto...). Ci sono interi festival abitati da film i cui produttori sono evidentemente disinteressati a come le opere possano essere recepite dal pubblico. Si propone dunque quello che paga, i grandi e venerati maestri integrati o non evitabili (per cui difficilmente c’è un ricambio generazionale), i soliti nomi (l’esempio irresistibile è una presunta opera seconda di Claudia Gerini finanziata, sì, ma da cui lei stessa si è dissociata) e le opere fatte secondo criterio di finanziamento. Uno di questi, per esempio, da noi, è chiaramente il genere storico/biografico, quello che il Bellocchio di Il regista di matrimoni chiosava con «in Italia comandano i morti». Stando agli ultimi selettivi si tratta anche di figure di valore soprattutto filo-governativo: Almerigo Grilz (il primo fotoreporter di guerra italiano freelance, ma anche un fiero membro del Fronte della Gioventù, raccontato in Albatross) o Giorgio Almirante (proprio lui), e sono solo due esempi. Ora mi chiedo: come può il pubblico non stancarsi di un cinema sempre uguale a se stesso, fatto su standard precisi, prodotto seguendo le stesse immutabili logiche? Impossibile, no? La concessione dei finanziamenti è già la poetica, la pratica, il pubblico del cinema possibile. Scegliendo a chi dare i soldi per fare cinema, si sceglie anche chi potrebbe andare a vederlo, a quali prodotti si abitua, l’immagine a cui si educa la gente e, sì, anche quella che potrebbe, finalmente, vendere. E, evidentemente, non è quella in auge. È semplice: gli autori e i produttori dovrebbero essere spinti a sperimentare (e non il contrario), per mettere alla prova il gusto di un pubblico oggi assuefatto.

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