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Bad Bunny

Editoriale 07/2026

Baile Inolvidable

Si chiama halftime show l’esibizione musicale che si svolge nell’intervallo tra secondo e terzo quarto della finale NFL meglio nota come Super Bowl, il momento più atteso di uno degli eventi pop dell’anno (non ce ne vogliano i tifosi, ma definirlo solo “sportivo” sarebbe davvero riduttivo - e del resto a questo giro l’intrattenimento non l’hanno offerto né i New England Patriots né i Seattle Seahawks). Sta in mezzo, l’halftime show, e dunque per capire come mai quello di quest’anno, protagonista il musicista portoricano Bad Bunny, ha scatenato tanto clamore, c’è bisogno di guardare anche cosa c’è attorno. Purtroppo, verrebbe da dire, dal momento che, preso da solo, è stato uno spettacolo di valore abbastanza indiscutibile, a prescindere dai gusti: nello spazio di un campo da football e di appena 13 minuti, Bad Bunny ha cucito insieme una dozzina di brani, ha ricostruito il paesaggio della sua isola - nei campi di canna da zucchero, retaggio del colonialismo e della schiavitù, e nei blackout elettrici che continuano a piagare, anche a causa dei danni mai sanati degli uragani, la vita quotidiana, ma anche nelle scene di vita della sua gente, così precise e riconoscibili - e con una danza contagiosa l’ha fatto dilagare per il resto del mondo, lungo le strade e i luoghi della diaspora latina; ha fatto celebrare delle (vere) nozze, con una sorprendente Lady Gaga a far da cantante di matrimoni in versione salsa; ha consegnato il Grammy appena vinto al se stesso bambino, e per estensione a tutti i bimbi che sbirciano il Sogno americano dalle periferie dell’impero; ha fatto innalzare a Ricky Martin un dolente canto di protesta; ha concluso con un crescendo panamericano, tra Bolívar e Martí, mettendo in fila le bandiere e i nomi di (quasi) tutti gli stati del continente, dal sud al nord, dal Cile al Canada, sfilando con grazia agli Stati Uniti il monopolio sulla parola “America”. «L’unica cosa più forte dell’odio è l’amore», la frase che campeggiava dietro di lui durante questa dichiarazione politica travestita da festa (o viceversa), potrebbe sembrare, presa da sola, una banalità da Baci Perugina; è il contesto degli Stati Uniti del 2026 a trasformarla in un affondo incendiario. Quello che sta attorno all’halftime show, prima e dopo, partendo dall’immediato, dalle tanto chiacchierate e costose pubblicità (“i migliori spot dell’anno”) che disegnano un panorama distopico: intelligenze artificiali d’ogni tipo e per ogni uso, orwelliani sistemi di controllo spacciati per “sicurezza”, gli ormai sdoganatissimi farmaci dimagranti tipo Ozempic, per trasformarti nella «versione migliore di te». Online, nel frattempo, qualcuno (circa 6 milioni di spettatori, pare, contro i 130 dello show ufficiale) si sorbiva l’halftime show “alternativo”, organizzato da Turning Point Usa (preregistrato, ché nessuno voleva davvero perdersi quello vero), con performance in playback fuori sincrono di Kid Rock e di cantanti “country” impegnati in canzoni talmente “anti-woke” da sembrare parodie di South Park. Da Mar-a-Lago il comandante in capo e i suoi accoliti pompavano la macchina dell’oltraggio e del vittimismo ad arte che ormai abbiamo imparato (? Si spera…) a riconoscere come arma retorica e di propaganda della nuova (?) destra: lagnarsi a tutta voce per discriminazioni che non lo erano e per dittature immaginarie, e intanto discriminare con sempre meno vergogna e virare allegramente verso l’autocrazia. Sarebbe bello poter cogliere l’ironia: gli stessi che da anni si lamentano che “non si può più dire niente” non riescono a sopportare 13 minuti di reggaeton in spagnolo. Ma - sarà una pia illusione - ci è parso per un attimo che, più di ogni ironia, abbia potuto la festa, così liberatoria ed evidente, di Bad Bunny: a squarciare il velo, spezzare l’incantesimo, rivelare del potere attuale la ridicola idiozia. Baila sin miedo, ama sin miedo.

FilmTv 07/2026

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