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L'immagine della settimana

La morte di Empedocle

Editoriale 49/2022

Sto pensando di finirla qui

«Siete tutti qui» dice il Geppetto di Tom Hanks - col suo filologico, posticcio, patetico parrucchino - ai propri animali domestici e a Pinocchio, dopo che sono sopravvissuti al mare e alle sue bestie. «Siete tutti qui». Ma chi c’è, realmente, intorno al corpo, e all’evidente trucco e parrucco, di Hanks? Nessuno. Solo animaletti e burattini in CGI. E allora come facciamo a definirlo un live action? Come fanno a essere lì? Il Pinocchio di Zemeckis, su Disney+ (vedi Film Tv n. 37/2022), è come sempre per l’autore di Chi ha incastrato Roger Rabbit un testo in grado di fare teoria partendo dalla pratica, un film (brutto? chi se ne importa) che si fa indice e territorio di analisi di questioni contemporanee: gli orologi a cucù battono ancora l’ora della Disney, personaggi e figure escono di nuovo alla ribalta, si aggiornano allo stato dell’arte tecnologico e al politicamente corretto, Pinocchio è un remake per piattaforma, una copia in minore di una copia (l’esatta versione 3D del personaggio animato del 1940, un marchio in movimento, un brand che resuscita), e il corpo di Hanks e i suoi costumi sono ridicoli, antirealistici, arrancanti, pesanti, una rovina, uno scarto, un reperto, una forma di fallimento e malinconia. «Siete tutti qui», dice. E invece no, c’è solo Hanks. Il resto è pixel. Il Pinocchio di Zemeckis, mentre s’ostina a farsi ultimo residuale teatro per l’uomo, è un film anche e soprattutto di fantasmi digitali, un invito ad accettare le forme del virtuale, le sue possibilità (proprio come l’allucinante versione di Collodi presentata da Carlos Vermut al 40° Torino Film Festival, Mantícora, dove il digitale è il luogo in cui il reale prova quel che non può provare, il proibito, l’indicibile). Non importa che Pinocchio divenga vero, ma che soddisfi nel profondo ciò per cui Geppetto lo ha costruito, a costo poi di eccederlo, di vederlo prendere vita propria, di farsi superare. Esattamente come nella versione di Del Toro (al cinema e dal 9 dicembre su Netflix) Geppetto assembla il burattino non tanto per rimediare alla propria povertà, per una questione banalmente materiale, una fame cittiana, come per il Benigni di Garrone, ma per curare una ferita, superare il lutto di un figlio scomparso. Guarire una ferita interiore, sostituire un corpo mortale (quello di un bimbo) con uno immortale. Come a dire che questi due Pinocchio da piattaforma hanno a che fare con il simulacro, dei corpi, certo, ma anche del cinema. Cosa rimane del corpo? Cosa resta della materia della stop motion di Phil Tippett (ovvero il migliore dell’ambito) in quest’immagine digitale ridotta su piccolo schermo? Come si distingue la materia dal codice binario (non è un’immagine a caso, quella del Pinocchio di Zemeckis di fronte a dei fumanti escrementi)? Così è vero che Del Toro usa pixel e streaming per il suo abituale e personale coming of age mostruoso contro la dittatura del conformismo (in un’Italia fascista che stando al cinema d’oggi, tra Rapiniamo il duce e I viaggiatori, sa di ritorno al futuro). Ma il punto è che il suo povero cristo di legno, esattamente come Il Cristo in gola di Rezza, è condannato a non riuscire a morire. E, in fondo, è una precisa scelta politica che per crescere, per sentire debba risolvere tutto questo virtuale, debba scegliere, debba a imparare a finire.

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