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Adriano Aiello dice che 48 ore è il film da salvare oggi in TV.
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La ricerca di riscatto di un mite toelettatore di cani, la discesa agli inferi di un ex pugile manesco. Il nuovo film del regista di Gomorra torna nella terra di nessuno delle fiabe dark. Premiato come migliore attore al Festival di Cannes il protagonista Marcello Fonte.

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Esiste davvero gente che non ama la musica?

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Un saluto a Ermanno Olmi con le parole di Gianni Amelio.

La citazione

«Tutti i luoghi che ho visto, che ho visitato ora so ne sono certo: non ci sono mai stato. (Giorgio Caproni - Esperienza)»

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Pedro Armocida

In edicola: Martedì, 26 Giugno, 2018

Lost Highway su Katharine Hepburn, serie tv e identità di genereterzo appuntamento con la rubrica Sopravvivenza critica, realtà virtuale e narrazione, Serial minds di Tokyo Vampire Hotel, locandina di Personal Shopper di Olivier Assayas e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Ho qualcosa nell'occhio?

Piaccia o non piaccia (e a me piace e non piace) Yorgos Lanthimos è un autore in grado di cogliere lo spirito del tempo. I suoi paradossi. Quando si presenta al pubblico festivaliero nel 2005, con Kinetta (abiurando a My Best Friend, l’esordio in commedia nera, commerciale e co-diretta), le prime parole del film sono già un manifesto, una domanda: «Ho qualcosa nell’occhio?». Che è come chiedersi se c’è o non c’è una cosa che infastidisce la visione. Un oggetto che non permette di cogliere lo stato delle cose. Un moscerino, forse. Un’ideologia, probabilmente. Guardate Il sacrificio del cervo sacro: i protagonisti sono un cardiochirurgo (colui che detiene il potere di operare il cuore, l’interruttore dell’esistere) e la moglie, un’oftalmologa (colei che cura le malattie dell’occhio). Due medici. Due persone il cui mondo è basato sul sapere scientifico. Un sapere specialistico, in cui ognuno è esperto di una materia. Un sistema governato dalla ragione? Apparentemente. Il medico frequenta un giovane: l’ha reso orfano, non è stato in grado di operare suo padre, l’ha ucciso, per irresponsabilità. E allora simula, come tutti i personaggi dei film di Lanthimos, angelo sterminatore della gamification come ideologia, del vuoto di responsabilità dell’uomo sulle cose. E così il medico gioca al come se: come se un orologio in regalo e un paio d’ore di compagnia bastassero a trasformarlo nel padre mancante del giovanotto, come se non fosse responsabile. Come se la colpa fosse dell’anestesista. Come se non fosse successo niente. Come se tutto fosse reversibile. Guardiamoci, ogni giorno. Quanti sono i nostri come se? Dai flussi disperati dei migranti al riscaldamento globale, a voi il censimento. Ma per Lanthimos la cecità ideologica è solo il principio. Perché la realtà negata dal gioco del medico rientra nel mondo sotto forma di contrappasso, e dunque di irrealtà capace di diventare nuova realtà. La commedia (il come se) si fa tragedia irreversibile. Il giovane maledice il dottore e il suo mondo con un incantesimo, costringendolo a una scelta, alla responsabilità: il medico deve sacrificare un membro della propria famiglia, in cambio della morte di suo padre. Sennò moglie e figli moriranno. Inspiegabilmente. Anti-scientificamente. E allora Lanthimos, col suo occhio freddo, con la sua monumentalità parodica e nichilista, ci racconta anche e soprattutto un nuovo protagonista del contemporaneo, così come Thelma di Joachim Trier: l’uomo nuovo che reintroduce il pensiero magico, l’anti-scientifico, l’illogico, e il mondo che non è in grado di respingerlo, il mondo che si piega a lui, al suo potere, al volere del suo narcisismo, e così il cinema. Non è il gioco del come se. Lui ci crede, all’incredibile. È la sua fede. E l’incredibile riesce a farsi mondo, a cambiarne le fondamenta elementari. Parlate con un no vax, per esempio: capirete.

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