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Morte di un matematico napoletano

Editoriale 05/2026

La relazione tra gli opposti

Il Living Theatre ed Eduardo De Filippo. Due esperienze teatrali a prima vista diversissime ma accomunate dal lavoro autentico, ai limiti del sacrificio, sul corpo dell’attore. Ed è proprio un giovane attore fiorentino, prima respinto dall’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico - che poi abbandonerà, contesterà («ho avuto una vera antipatia, un rigetto. Fra me e quella scuola c’era ben poco da spartire»), salvo infine prudentemente riabilitarla -, che fra questi due estremi scoprirà lo spazio per far fiorire il proprio magistero. Era la metà degli anni 60 e Carlo Cecchi (andatosene il 23 gennaio 2026) assiste a Mysteries and Smaller Pieces e a Natale in casa Cupiello. «Lo shock che mi procurò il Living Theatre fu tale che pensai di aver scoperto finalmente il teatro contemporaneo - e di averlo scoperto attraverso il teatro vero e proprio, non nei dibattiti o nei libri». «Vedere Natale in casa Cupiello è stato per me un grande shock perché vedevo un teatro - dietro al quale c’era tutto quello che io conoscevo, il teatro napoletano, la sceneggiata, etc. - con una tale universalità e nello stesso tempo una tale immediatezza che era miracoloso». In questo binomio cruciale, tra la modalità di “messa in vita” del Living e quella “popolare” di Eduardo - due modalità d’artigianato teatrale, che hanno posto al centro della propria ricerca la formazione del recitare -, Cecchi trova un antidoto contro ogni intellettualismo. Come ha ricordato, in un post, Tommaso Ragno, che lo considera «un antico maestro», «la cifra più nitida dell’arte di Cecchi va probabilmente ricercata nell’estrema e inquietante contraddittorietà del suo modo di presentarsi in scena. In Cecchi ciascun gesto convive con il proprio opposto, e addirittura con la negazione di ciò che sembrerebbe volere esprimere: andando a sentire e a vedere Cecchi a teatro, ci si trova di fronte a un attore che recitando mostra con crudeltà e amarezza l’impossibilità di recitare; a un regista che rifiuta con insofferenza le velleità di chi “mette in scena” un testo (gli “estetismi” dei “registi stilistici”, con le sue stesse parole)». Ragno parla di “crudeltà”, una parola che penso sia da intendersi artaudianamente in termini di «rigore, applicazione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta» e che Cecchi intendeva come «sacrificio di sé». Se volessimo comporre un catalogo delle più significative influenze sul teatro di Cecchi, oltre al Living ed Eduardo, non potrebbe assolutamente mancare Antonin Artaud, e poi Jean Genet, Büchner, Brecht, Molière, Majakovskij, Shakespeare, Peter Brook, Pirandello, gli autori da “camera”, come Pinter e Bernhard, e Samuel Beckett. Il suo Finale di partita è un capolavoro: metateatrale, quasi un allestimento musicale, che combina movimento e spartito testuale, ricchissimo di citazioni e riferimenti letterari - oltre che aperto all’improvvisazione e alle battute a soggetto - che traduce lo humour nero nell’ironia ambigua della farsa tragica di tradizione eduardiana. «Uno dei Beckett più splendidamente beckettiani che io abbia mai visto» a detta di Franco Quadri, di cui esiste una magnifica versione televisiva diretta da Mario Martone per la Rai (che speriamo prima o poi voglia restaurare e riproporre). Dopo gli esordi underground degli anni 60 (il primo film interpretato da Cecchi, A mosca cieca di Romano Scavolini, è stato a lungo un grande “film-fantasma”, un oggetto non identificato del cinema italiano che la Commissione di censura bocciò per tre volte, tacciandolo di “pornografia”, e forzandolo a una clandestinità durata cinquant’anni), sarà proprio Martone a riportarlo al cinema, nel 1992, per il suo debutto. Cecchi sarà così Renato Caccioppoli in Morte di un matematico napoletano, professore maudit, morto suicida nel 1959: un uomo coltissimo, geniale, antifascista, impegnato attivamente in una lotta assolutamente personale, e ineluttabilmente fallimentare, contro il mondo e contro, in fondo, se stesso. Cecchi gli dà corpo attraverso una recitazione borbottata, sussurrata, a volte cantilenata altre volte sottintesa e affidata solo al lamento doloroso di un corpo stanco, che un po’ ci ricorda, a posteriori, la sua ultima apparizione cinematografica in Martin Eden, in cui è l’intellettuale anarchico Russ Brissenden.

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