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L'immagine della settimana

Nathalie Baye

Editoriale 17/2026

Questa è la sua vita

Alcune attrici provengono dalla vita. Non possiamo dirlo di tutte. Quando le vediamo al cinema, qualcuna racconta l’avventura del suo personaggio, qualcun’altra, più rara, racconta un legame con la vita. Bisogna vivere quando si è attrici e Nathalie Baye viveva forte, al di là dei suoi ruoli, in cui trascinava Johnny Hallyday per sopportare la solitudine nell’ultimo grande film urbano di Godard (Detective), prima del suo ritiro nei pascoli metafisici della Svizzera. Sullo schermo, l’attrice ha imposto un modo di essere che deve più alla sua “natura” che alla sua tecnica recitativa. Coltivata come un fiore nella bel été di Nina Companéez (I primi turbamenti), un film dimenticato che condivide con Isabelle Huppert e Isabelle Adjani, Baye pratica una forma di discrezione e di estrema moderazione sia nel gioco sia nel suo rapporto con la notorietà. Negli anni spesi con Hallyday, nemmeno i paparazzi potranno nulla contro la sua riservatezza e la sua fermezza nel proteggere la sua vita privata. Diversamente dalle due Isabelle, fari della sua generazione, Baye raggiunge il successo a trent’anni e in ascensione graduale. Con Godard e Tavernier, Swaim e Blier passa ai ruoli principali, che spalancheranno le porte del suo prodigioso decennio, gli anni 80, incollandone sovente addosso l’immagine della girl next door (Una settimana di vacanza), di cui l’attrice si libera senza esitazione. Prostituta per Swaim (La spiata), chiama le cose col loro nome: un culo è un culo, un’erezione è un’erezione. Assunti tacchi alti, sarcasmo e volgarità, rompe la sua immagine di fille gentille, vince il suo primo César e sfreccia tra i paesaggi svizzeri, blu e verdi, nitidi e “sage comme une image”. Ma prima di Godard e di una sublime fuga in bicicletta stopand-go - in Si salvi chi può (la vita) - c’è Truffaut, che le offre il ruolo di Joëlle (Effetto notte). Discreta e onnipresente, è il fulcro tecnico e umano del set: prende appunti, anticipa, rimette insieme i pezzi quando tutto rischia di affondare. Con una dichiarazione culto - «Lascerei un uomo per un film, non lascerei mai un film per un uomo…» - riassume la passione divorante per il cinema che Truffaut mette in scena. A colpire subito è la sua naturalezza disarmante e quella efficienza tranquilla che contrasta con l’agitazione circostante. L’attrice impone quella presenza singolare, modesta e luminosa, che preannuncia tutta la sua carriera. Truffaut la riconfermerà nella galassia femminile di un seduttore inveterato (L’uomo che amava le donne) e le affiderà il primo ruolo nel suo film più segreto e ardente (La camera verde), la storia di un’idea fissa: il culto dei morti, inseparabile da quello del cinema. E sono le candele di Julien Davenne ad alimentare la fragile fiamma che permette oggi di illuminare un’attrice che ha disegnato in una replica a Jacques Dutronc i fondamenti etici e formali di Godard: «Hai sempre desiderato che l’amore nascesse dal lavoro». In un cinema nazionale di “tenori” e in un mondo di uomini spregevoli, Nathalie Baye afferma la sua carica emotiva e il suo radicamento umano al cuore di un polar, di una commedia, di un dramma, rivelando un sorriso fragile o un potenziale vulcanico, incarnando gli incubi di Delon (Notre histoire) o i sogni di Johnny Hallyday. Madre per Spielberg (Prova a prendermi) e Dolan (Laurence Anyways, È solo la fine del mondo), rêverie crepuscolare intorno alla nouvelle vague per Tsai Ming-liang (Visage), fuoco sensuale a cavallo di Sergi López (Una relazione privata), simbolizza per sempre l’emancipazione, la donna che lascia la città per la campagna, la macchina per la bicicletta, moltiplicando le dimensioni del cinema ordinario.

FilmTv 17/2026

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