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DAU

 

Editoriale 37/2026

Daugrade

Non s’era visto mai nulla di simile, e se non ricordate cosa è stato riprendo frammenti delle tante occasioni in cui l’abbiamo descritto: «Oltre 10 mila tecnici. In isolamento. 12 mila metri quadri di terreno. Un set-cittadella totalmente autosufficiente, e ipersorvegliato: l’Istituto. 400 attori, per la maggior parte non professionisti, assunti per vivere 24 ore al giorno, per tre anni di riprese, nel ruolo per essi predisposto, per essi scelto, in eco con la propria biografia (ufficiali del KGB nel ruolo di ufficiali del KGB, per esempio) e chiamati col proprio nome, ad annullare il limite tra spettacolo e realtà. Un dispositivo artistico che ricrea non solo scenografie e costumi del periodo sovietico, ma ne perpetua le logiche di potere. Un re-enactment radicale, che non riguarda solo il tempo delle riprese, ma ogni singolo momento, in un set che sostituisce il mondo, e si fa mondo a sé». «A partire dal 2006, in Ucraina, Ilya Khrzhanovsky ha fatto ricostruire un grande istituto di fisica, quello dove il premio Nobel Lev Landau (detto “Dau”) conduceva i suoi esperimenti. Ciò che all’inizio sarebbe dovuto essere un biopic sulla vita dello scienziato è diventato un’esperienza immersiva che ha chiamato in causa 10 mila comparse e 400 personaggi principali disposti a stare in una “capsula del tempo” per vivere la quotidianità come ai tempi della sperimentazione sovietica. Tre anni di riprese per un totale di 700 ore di girato». «DAU non è un progetto sul degenerare del totalitarismo sovietico. È il totalitarismo sovietico, molto più di quanto Apocalypse Now fosse il Vietnam. Un dispotico grande fratello, un gioco di ruolo totale». Ci furono anche polemiche: intervistato sul suo romanzo Est, che dialogava per l’appunto con il progetto di Khrzhanovsky (definito «una forma estrema e iper-contemporanea di teatro dell’assurdo»), Gianluigi Ricuperati diceva per esempio a Matteo Marelli: «Est è una testimonianza dell’incontro con quest’opera, che ritengo sia venuta a compimento nel momento storico più sbagliato: la fase del #MeToo e di tutte le sacrosante rivendicazioni non è il contesto ideale per un progetto violento, brutale, fortemente contrario a ogni forma di politicamente corretto: è un tentativo suicida il fatto che quest’opera esca proprio adesso». Tutto questo per dire che di DAU si parla, quantomeno, dal 2019, quando 40 mila persone visitarono la mostra multimediale ospitata a Parigi, al Théâtre du Châtelet, al Théâtre de la Ville e al Centre Pompidou. Nel 2020, alla Berlinale, furono presentati i primi film, DAU: Natasha, in Concorso, e DAU: Degeneration, Fuori concorso. Il primo è stato pure distribuito in Italia, dalla benemerita Teodora, nel 2021. Nel nostro piccolo, sulle pagine di Film Tv abbiamo seguito il progetto tanto da creare, durante la pandemia, una rubrica, intitolata Fase DAU, che seguiva e recensiva l’uscita dei film sulla piattaforma dau.com. È una delle opere d’arte fondamentali, maggiormente radicali e discusse di questo secolo, di cui lamentiamo da tempo quanto da noi non si sia parlato adeguatamente. Ecco. Alla 83ª Mostra del cinema di Venezia è stato presentato quello che è probabilmente il film di chiusura, dopo un lungo tempo di sospensione, del progetto: un film dal titolo DAU, che torna all’idea originaria del biopic sul fisico, raccogliendo prosaicamente una dopo l’altra scene madri, naturalmente d’altissimo cinema, come in un riassunto della storia del protagonista: poco a che fare con quei film che documentavano in primis la tensione lenta ma implacabile, montante in lunghissime scene e durate, sul set, come fossero un doc sul teatro immersivo, sulla realtà della recita, sul sequestro e sull’oppressione degli attori. La maggior parte degli addetti ai lavori, di DAU, se ne accorge ora, con questo film meno significativo, un momento prima che il tutto si chiuda per sempre. È una parabola con morale: dice tanto, oggi, dell’agenda del giornalismo culturale, dell’attenzione e del ruolo della critica, della gerarchia dei festival, ma anche della memoria e della curiosità del popolo cinefilo.

FilmTv 37/2026

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