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Sergio M. Grmek Germani dice che La prigioniera è il film da salvare oggi in TV.
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Per festeggiare David Cronenberg che verrà premiato con il Leone alla carriera a Venezia 75 abbiamo pensato di rendere disponibili tutti gli articoli archiviati nella nostra collezione Locandine. A partire da La zona morta.

La ricerca di riscatto di un mite toelettatore di cani, la discesa agli inferi di un ex pugile manesco. Il nuovo film del regista di Gomorra torna nella terra di nessuno delle fiabe dark. Premiato come migliore attore al Festival di Cannes il protagonista Marcello Fonte.

Il 18 maggio arriva su Netflix la seconda attesissima stagione di Tredici . Dove eravamo rimasti?

Esiste davvero gente che non ama la musica?

Christophe Honoré quest'anno è al Festival di Cannes con Plaire, aimer et courir vite , in gara anche per la Queer Palm. Vi riproponiamo uno degli Scanners a lui dedicati.

La citazione

«All work and no play makes Jack a dull boy»

In edicola: Martedì, 14 Agosto, 2018

Lost Highway su Madonna, Speciale 1968: Baci rubati, Lost Highway su Andy Warhol, Lettera da una sconosciuta a Michelle Pfeiffer, Serial Minds di Rick and Morty, locandina di Dick Tracy di Warren Beatty e tanto, tanto altro.

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Editoriale


Basta guardarla

A proposito di icone. In copertina Madonna. Qui Raffaella. Quando nel 1974 esce il 45 giri di Rumore, la Carrà ha già tuca-tucato l’Italia, specialmente attraverso il celeberrimo duetto con Alberto Sordi di Canzonissima. L’icona è abbondantemente decisa; l’ombelico ha fatto mostra di sé. Parlare di oggetto erotico degli italiani è forse esagerato, però c’è comunque chi lo pensa. È certo a ogni modo che il caschetto biondo risulta più a portata di mano e di tinello, più credibile, delle gambe delle Kessler, “esotiche” e dunque inaffrontabili. Ma la foto scelta per la copertina del noto disco è inaspettata, e produce uno strappo: il volto dell’artista, frontale e “a tutto schermo”, è vestito da un passamontagna rosso solcato da una riga nera nel mezzo; sono visibili unicamente gli occhi, aperti, con tanto di spesso eyeliner da far invidia alle Edwige Fenech dei gialli di Sergio Martino. Uno shock. La soubrette che con Mina è diventata la beniamina catodica del paese si sottrae allo sguardo del pubblico e dei fan per occultarsi dentro un copricapo che nell’Italia post-sessantottina e degli anni di piombo è argomento sensibile (chiedete a tutti i poliziotteschi). Siamo nell’epoca del femminismo, di “lospeculum-me-lo-infilo-da-sola” al grido di «Il corpo è mio e lo gestisco io» (Ecco noi, per esempio...); l’epoca delle rivendicazioni. “La Raffa” quale icona queer sulle note di A far l’amore comincia tu giungerà di lì a poco: qui, in questo 7’’ che esteticamente sfida il maschio pre-Gucci e pre-pubblicitario che non deve chiedere mai (l’omicida stupratore di Nude per l’assassino di Andrea Bianchi veste tuta e casco neri da motociclista: è soltanto un esempio, ma a buon intenditor), e che nel testo sembra evocare scenari censori e reazionari (ma non è vero, perché «non mi sento sicura, sicura/sicura mai [...] ma ritornare, ritornare perché/quando ho deciso che facevo da me»), Raffaella Carrà viola l’immaginario comune e lusinga il politicamente scorretto. Mentre la commedia si avvia alla licenziosità mammaria e pelosa che ben conosciamo, appagando dunque il maschilismo imperante (cioè un paradosso dentro il paradosso, in un momento storico di esigenze di gender), si tratta di materia di studio per Linda Ruth Williams. Nella carriera dell’ormai settantacinquenne bolognese Raffaella Maria Roberta Pelloni c’è qualcosa in più di ciò che chiunque, grandi e piccini, conosce (no, non sono i suoi film): c’è un lavoro sullo stile e sull’offerta che va al di là dell’abito e si afferma come segno della cultura del visuale. Vedi anche la copertina del 45 giri di Forte forte forte, con foulard nero brillantinato. Basta guardarla. Altro che fagioli. Raffaella Carrà non è un simbolo, non è un’immagine votiva, e ne ho discusso al convegno Corpi politici e politica dei corpi tra cinema e media in Italia - Intorno e oltre il ’68 a Torino, nel gennaio di quest’anno: è un sentimento (pop) in grado quando serve di “recidersi” dalla realtà per intercettarne di petto le istanze più urgenti. Il suo dialogo diretto con la massa (ancora lontano dal sublime turbinio ipnotico di Bonolis) è prima di tutto un contraddittorio con il tempo e la società, dove a parlare è una donna che sa cosa dimostrare. Quella di Raffaella Carrà non è alta moda, non lo è per fortuna mai stata. Bas couture.

Sta arrivando un bastimento

Andrea Segre, Gianfranco Rosi, Abderrahmane Sissako, Jonas Carpignano e Daniele Gaglianone. Abbiamo raccolto in uno speciale le voci dei cineasti che maggiormente si sono occpuati del tema delle migrazioni, mescolando racconti ed esperienze ma soprattutto inseguendo sguardi che non fossero necessariamente (solo) i loro, ma di chi parte. Oltre alle interviste, 17 recensioni di film che nel corso degli anni hanno raccontato i viaggi più diversi, con lucidità e urgenza. Numeri, percezioni, fatti ma soprattutto storie, quelle che era necessario raccontare attraverso il cinema.

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